19 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 18 Gennaio 2022 alle 22:48:00

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Quel leopardiano venditore di almanacchi di fine anno

foto di Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi

Anno nuovo: calendari, almanacchi, lunari nuovi. Nella viva speranza, nella fervida attesa che l’anno nuovo sia migliore dell’anno trascorso. Sia un anno di pace, serenità e progresso. Leopardi, questi pensieri li aveva avvertiti, meglio “pensati” e in un suo dialoghetto morale li aveva anche scritti. “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”. Un dialoghetto, fra gli altri, di un divisato libro, “Operette morali” che non vinse un premio letterario, ma che rimase e rimane una pietra miliare nel cammino filosofico del grande poeta.

“Queste operette”, diceva, “composte nel 1824 pubblicate la prima volta a Milano nel 1827, ristampate a Firenze nel 1834, tornano alla luce. Ma esse furono composte in anni diversi, come si evince dalle date di pubblicazione e, ripeto, non ebbero quella fortuna di merito che Leopardi si aspettava. Il punto fondamentale della leopardiana operetta è in un passo del suo Zibaldone che è del 1 luglio 1827, in Firenze. È necessario leggerlo perché è indice di quel valore che il poeta dava alla vita, specialmente nel principio dell’anno nuovo. La vita, bella o brutta, si ripete continuamente, che la vita nostra, per sentimento di ciascuno, si comporta più di dolore che di piacere si dimostra per questa esperienza. Ho domandato a parecchi se fossero contenti di rifare la vita passata, col fatto di rifarla ne più, ne meno quale la prima volta.

L’ho domandato anche a me stesso. Quanto al tornare indietro, a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi: ma con questo patto nessuno: cosa vuol dire tutto questo? Che abbiamo provato più male che bene: non vorremmo più vivere come siamo vissuti”. Insomma, Leopardi ci dice: torniamo indietro, va bene, ma con la speranza di vivere meglio nel presente e nel futuro. La vita verso la morte ci fa paura: dunque torniamo a riviverla, ma attraverso anni che non sono come quelli trascorsi. È questo, caro direttore, il sugo della leopardiana operetta morale del “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”. Cosa noi spesso facciamo all’apertura di un giornale quotidiano? O di un calendario? Andiamo alla ricerca dell’oroscopo nella speranza di trovare un dono della fortuna, un giorno migliore di quello di ieri. Il passeggere dice al venditore di calendari nuovi. “Credete che sarà felice quest’anno nuovo? E il venditore: “oh, sì, certo”. Ed è da anni che il venditore di almanacchi ripete le stesse parole. E vorrebbe riviverli quegli anni? E il venditore è senz’altro del parere favorevole. Ma ad un patto di aver venti o trenta anni in meno per età, ma da viverli diversamente e secondo un desiderio tutto suo e non del destino. Non vorrebbe vivere nel “caso”.

E il passeggere è dello stesso avviso del venditore e a lui dice che la vita è una cosa bella, ma non è più la vita che si conosce, ma quella che non si conosce. Non la vita passata, ma quella futura. Ogni anno nuovo noi mortali speriamo di vivere un anno diverso da quello trascorso; e lo festeggiamo e lo acclamiamo. E la speranza che ci domina. E allora? E il venditore: “Almanacchi nuovi!” E il passeggere: “dunque, mostratemi, l’almanacco più bello che avete. Almanacchi, calendari nuovi. Va bene così”. Questo è il finale della assai breve operetta, ma la verità della sentenza è nella umanità del lettore. La così chiamata filosofia del Leopardi, la sua grande filosofia, come scrisse Croce, e ripetè Gentile, per non parlare dei più vicini a noi come Emilio Bigi è proprio nel dire le cose che sono verità eterne. Non pensieri altolocati, metafisici, complicati sino all’assurdo, ma concetti profondi, però, umanissimi e verissimi. Noi guardiamo al futuro nella speranza che sia migliore del passato. Ma è speranza alla quale da sempre cediamo le armi. Ne viene dal suo scrittoio, come, Bigi afferma nel suo, “Dal Petrarca al Leopardi” (1954) “Una gamma musicale che va dai ritmi ampi e severi ai ritmi ariosi e sciolti nella serenità lieve dell’ironia dolce e riposata”. Tale ironia è anche nel “Dialogo di un venditore di almanacchi”, ma una ironia che mentre spira sapienza, piange verità. Ma ora, cari lettori, auguri di un fervido anno nuovo, un anno che vince l’epidemia, un anno che sia altro da quello trascorso. E qui aveva ragione Leopardi.

Paolo De Stefano

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