19 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 18 Gennaio 2022 alle 22:48:00

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La villa di monsignor Capecelatro, sulla strada di Santa Lucia

Quella antica strada di Santa Lucia, dalla linea irregolare e disagevole, che, costeggiando il convento degli Alcantarini e salendo lungo l’attuale Borgo, metteva in comunicazione la città con la campagna menando dal fosso al Pizzone; quella strada che affondava nella natura rigogliosa, punteggiata di celebrati villini, cappelle e giardini di delizie, ormai immagine mentale della nostra città perduta; quella strada, dicevo, ricordando Manzoni, ha una sua storia raccontata da Mina Chirico in un bel libro pubblicato nel 2002, ripubblicato pochi giorni fa con altre preziose aggiunte, dovizia d’immagini e documenti, dalla casa editrice Scorpione (di cui non si finirà mai di scrivere tutto il bene possibile), e intitolato “Sulla via che mena al Pizzone. Storia dell’antica strada di Santa Lucia e del casino di Monsignore”.

Il Monsignore per antonomasia è Giuseppe Capecelatro e il casino era la sua splendida villa, affacciata su Mar Piccolo. Lungo la strada di Santa Lucia il lettore colto può passeggiare nella Bellezza a braccetto dell’autrice, l’archivista-ricercatrice MIna Chirico che ha saputo rintracciare, spulciando documenti d’archivio, tracce e segni di un affascinante passato ritrovato e ricostruito con certosina pazienza, tassello dopo tassello, con effetto mosaico. Una lettura come una passeggiata lungo un paesaggio storico, ascoltando mentalmente la voce calma e piana dell’autrice che sa raccontare con il piacere della parola colta, ben educata da studi letterarî. Ad impreziosire il libro sono le dotte presentazioni di Bernardo Rossi-Doria e Cosimo D’Angela, e una ricca appendice documentaria. Mina Chirico sa compulsare le carte d’archivio, ma non tutti hanno l’estro e il talento di trarre fili da quelle carte per poi ricamare un libro, dosando bene i colori delle parole e delle immagini.

“E’ altrettanto impossibile per l’archivista- ricercatore vivere in mezzo alle memorie del passato rimanendo estraneo al fascino di ciò che il documento svela – scrive Chirico nella Premessa- se lo si sa interrogare con intelligenza e cuore”. Intelligenza e cuore, appunto, e cuore vuol dire amore per la ricerca, per i luoghi della memoria storica, per i personaggi che balzano dalla narrazione vivi nella loro umanità intuita dalla lettura di documenti che sarebbero altrimenti di per sé aridi. Intelligenza e cuore sono i tratti distintivi di questo libro agile e leggibile d’un fiato, un libro che sa parlare alla mente e che offre emozioni alla fantasia del lettore. Ogni capitolo è una tappa della passeggiata lungo la strada di Santa Lucia, così detta dalla cappella dedicata alla santa siracusana e diruta fin dalla fine dell’Ottocento. In questa cappella, attestata sul finire del Cinquecento, vi era una tavola posta su uno dei tre altari raffigurante Santa Lucia, mentre su un muro vi era un’altra immagine della Santa, similmente dipinta su tavola, come risulta dagli atti della visita, nel 1578, di monsignor Brancaccio, Arcivescovo di Taranto.

Nel leggere questo particolare, nell’appendice documentaria del libro, mi è balenato all’improvviso il lampo di un’idea, non del tutto peregrina. Mi sono chiesta: la tela raffigurante Santa Lucia, di autore ignoto, probabilmente del tardo Cinquecento o dei Seicento, su telaio ligneo, conservata attualmente nel Museo Diocesano (MUDI) e che nel 1989 la Fidapa di Taranto, ai tempi della mia prima presidenza, fece restaurare, non potrebbe essere proprio quella della cappella di Santa Lucia. Fu il compianto monsignor Michele Grottole, all’epoca parroco della Cattedrale, a mostrarmi la tela con religioso amore, ma non seppe dirmi altro: misteriosa la provenienza, misterioso l’autore della tela così bella da meritare un intervento di restauro. Questa è solo un’ipotesi, sia chiaro. A me basta indicare il bandolo di una ricerca che potrebbe riservare a uno storico dell’arte più di una suggestione. D’altronde un libro è bello anche per i percorsi mentali che provoca e per le prospettive che apre. Ma ritorniamo al punto di partenza, cioè alla strada di Santa Lucia e alla nostra passeggiata. S’inizia dal Convento dei padri Alcantarini, che poi divenne la sede del Museo Archeologico, si procede lungo gli spazi del Peripato, a nord est del Convento, e, tra ville e giardini, fra notabili e patrizi tarentini “d’antan”, si va dalla proprietà Thomai al villino de Notaristefani (scelto in seguito per l’impianto di un Laboratorio Demaniale di Biologia), confinante a est con la Villa Beaumont-Benelli o villa Troilo. Si passa dal Convento dei Padri Riformati, conosciuto come Convento di Sant’Antonio, la costruzione quattrocentesca eretta per volere dell’Ultimo Principe di Taranto Giovanni Antonio del Balzo Orsini; si continua lungo i giardini Catapano- Giovinazzi con sosta al casino Catapano o Villa Pepe.

La passeggiata termina alla Villa di Santa Lucia di monsignor Giuseppe Capecelatro, Arcivescovo di Taranto e personaggio magnifico del Settecento. Di Capecelatro Cosma Chirico racconta in sintesi la vita, l’intelligenza mercuriale e lo stile di pensiero di cui la Villa era l’espressione estetica. In questa “casina di delizie” soggiornarono, ospiti dell’Arcivescovo, viaggiatori del Grand Tour, intellettuali e anche re Ferdinando e la regina Carolina di Napoli che restarono estasiati dall’amenità del luogo dove “Si rursus heic peccasset Adam, forsitan Deus ignosceret” (Se Adamo avesse nuovamente peccato, forse Dio l’avrebbe perdonato”), come si leggeva su un’epigrafe sorretta da un leone di pietra. Di questa villa, dove Capecelatro, sballottolato dalla storia e travolto dalla tempesta della Rivoluzione del 1799, lasciò il cuore, non restano che i leoni di pietra e qualche dagherrotipo che ritrae la Villa prima della demolizione. “Tout casse, tout passe, tout lasse”, dunque, come dicono i francesi. Che cosa resta della strada di Santa Lucia? Riparata nel 1848, la strada venne poi soppressa: il piccone del progresso ha abbattuto furiosamente le vestigia del passato e alla fame di spazi per costruire case abbiamo immolato bellezze paesaggistiche e beni culturali pagando così uno scotto altissimo.

Mina Chirico, lapidaria, scrive: “Tra il 1869, anno di inizio della costruzione del nuovo Borgo di Taranto, e il 1883, anno di avvio dei lavori d’ impianto dell’Arsenale M.M. gli interessi del Comune e quelli della Marina finirono per stravolgere l’antica campagna ad oriente della città. Il nascente Borgo ingoiava sempre nuovi spazi, la Marina Militare reclamava i suoi e fu così che, invece di diventare il salotto della città, la strada di S.Lucia, al pari dell’altra denominata S. Francesco e della spartitora S. Antonio, fu fagocitata dai nuovi insediamenti umani, sepolta definitivamente sotto le colate di calcestruzzo e dimenticata. Non restò che il toponimo.” La natura sta diventando sempre più invisibile perché sempre più divorata dalla città e d’altronde, ci chiediamo anche noi con ansia accorata, facendo eco al professor D’Angela, che cosa accadrà delle aree che saranno dismesse dalla Marina Militare, proprio quelle che insistono su Mar Piccolo? Ci vengono i bordoni solo a pensare ai santuarî proliferanti dell’era moderna: discoteche, supermarket, stadî, fast food… Ridisegnare lo spazio urbano, certo, è fatale, ma sempre nel rispetto, ci auguriamo, dell’arte e della natura.

Questa è l’etica implicita del libro che non vuole far indulgere il lettore a uno sterile passatismo, pur sollecitandolo al dovere della memoria storica per la saldezza dell’identità culturale e cittadina. L’autrice vuole soprattutto insegnare, credo, a non commettere in futuro quegli errori del passato che gridano vendetta al cospetto di Dio e dell’arte. Bisogna studiare, insomma, e ricordare per amare una città e proteggerla. Siano benedetti questi libri che ci spronano alla resistenza morale contro due mali del nostro tempo: la scarsa memoria storica e il cannibalismo di una città che, nell’arco dei secoli, ha divorato se stessa. Il grado del degrado ambientale si misura proprio da questi due mali.

Josè Minervini

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