22 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 22 Gennaio 2022 alle 09:50:00

Dante Alighieri
Dante Alighieri

Firenze nella seconda metà del Duecento: una città che si avvia a diventare un mito. Dante Alighieri, il cittadino cui essa nel 1265 ha dato i natali: la Storia gli decreterà un posto accanto ad Omero e Shakespeare, i grandi Poeti dell’Umanità. Due eccellenze: eppure Dante e Firenze (anzi, Fiorenza: Dante la chiama così) non si compresero, anzi furono divisi da un rapporto conflittuale, che qualcuno definisce addirittura di amore-odio. All’epoca Firenze viveva il suo periodo d’oro, propiziato da una forte espansione economica: elementi trainanti, oltre ad una fiorente agricoltura, l’industria tessile e laniera, attività agevolate dalle risorse idriche garantite dall’Arno.

Al dinamismo di un’economia di mercato si legava l’incremento demografico, potenziato dal fenomeno dell’inurbamento, con il trasferimento di imponenti masse dal contado verso la città. Il conseguente incremento dell’edilizia rese necessaria in breve lasso di tempo l’edificazione di altre due cinte murarie , in aggiunta a quella antica, risalente secondo la tradizione al tempo di Carlo Magno, mentre nella prima metà del secolo, dal 1218 al 1252, si realizzò la costruzione di tre nuovi ponti sull’Arno, in aggiunta al glorioso Ponte Vecchio. Le Corporazioni delle Arti e dei Mestieri dettavano legge in materia di organizzazione del lavoro: speciale rilievo avevano quelle degli artigiani e dei commercianti. Aumentava il numero degli addetti alle professioni liberali e alle attività artistiche. Crescevano il benessere e il livello del tenore di vita, il lusso e il culto del bello e dell’arte : non di rado i maggiorenti commissionavano ai pittori i loro ritratti e i quadri che li effigiavano nel loro ricco abbigliamento prendevano spesso la via di altre città facendo conoscere le splendide stoffe che si lavoravano in Firenze.

I mercanti fiorentini si avventuravano in terre lontane riportandone merci preziose ed ancor più preziose conoscenze. Imponenti erano infatti i traffici commerciali e l’attività bancaria che si avvaleva di innovativi strumenti finanziari, come le lettere di cambio. I banchieri erano in rapporti d’affari con molte città europee, ove erano presenti stabili colonie di Fiorentini, e prestavano denaro anche a Papi e Re, in particolare a quello d’Inghilterra. Nel 1252 fu coniato il fiorino d’oro chiamato così dal fiore del giglio, stemma di Firenze, presente sul dritto, mentre il rovescio presentava l’immagine del Battista, patrono della città; ben presto divenne la moneta di riferimento a livello internazionale. La città gigliata era ormai veramente una metropoli di respiro europeo, degna di reggere il confronto con le più grandi città , come ad esempio Parigi. Pure, a fronte di tanto splendore, emergevano la distribuzione disomogenea della ricchezza, la miseria dei ceti subalterni, della massa dei braccianti e dei lavoratori salariati: così alla luccicante facciata del benessere e dello splendore artistico facevano velo timori ed inquietudini, potenziale alimento di tumulti che di tanto in tanto minacciavano di scoppiare o scoppiavano, come avverrà in seguito con il celebre tumulto dei Ciompi.

Nella Firenze duecentesca erano vivissimi inoltre i contrasti politici. Dopo la caduta degli Svevi (1266) i Ghibellini scomparvero dal panorama politico di Firenze e i Guelfi si divisero in Bianchi e Neri: questi ultimi erano espressione dell’antica aristocrazia cittadina, mentre i primi veicolava no gli interessi della borghesia recentemente inurbatasi. Inoltre i Neri erano propensi a favorire l’ingerenza del Papa nelle vicende del Comune, mentre i Bianchi la rifiutavano. Dante, convinto antitemporalista, fu guelfo di parte bianca. La grandezza di Firenze, il suo sviluppo economico, il rigoglio dei traffici, la mobilità sociale lo lasciavano indifferente, anzi suscitavano in lui un senso di avversione e disagio, un rifiuto che si traduceva in prese di posizione talora fortemente polemiche, espressione di una visione conservatrice, nostalgica del passato e della civiltà cortese e cavalleresca. Una posizione che emerge chiaramente nei canti centrali del Paradiso, nei canti VI e XV dell’Inferno e in altri.

Già nel VI dell’Inferno Ciacco individua la causa della discordia di Firenze in superbia, invidia e avarizia (v. 72): diagnosi confermata da Brunetto Latini, che definisce i Fiorentini gente avara, invidiosa e superba (XV, 68) affermando per contrasto la distanza di Dante dai suoi concittadini, secondo lui discendenti in maggioranza dall’originario ceppo della città di Fiesole, ribelle a Roma e perciò distrutta, mentre il Poeta discende dai Romani che riedificarono la città, rinominata Firenze, ed è animato dagli ideali morali ispiratigli da Brunetto Latini. Agli antipodi della Firenze contemporanea, nido di malizia, c’è la Firenze del passato, idealizzata nel racconto di Cacciaguida, il beato martire della fede, trisavolo di Dante: racconto che occupa i canti XV, XVI e XVII del Paradiso. Una trilogia che ne è in qualche modo il centro ideale. La Fiorenza del passato, in pace, sobria e pudica è caratterizzata dal parco tenore di vita, dal gusto della moderazione, dalla semplicità della vita domestica, dalla coesione della famiglia. Per Dante l’inurbamento di grandi masse provenienti dal contado, l’incremento rapido della ricchezza, la mobilità sociale hanno generato orgoglio e dismisura (If., XVI, 73) cioè superbia ed allontanamento dalla misura, conforme all’ideale tomisticoaristotelico della mesòtes, cioè la virtù come giusto mezzo tra gli estremi: è il motivo per il quale ad esempio sono condannati sia l’avarizia e sia il suo opposto, cioè la prodigalità, come chiarisce Stazio nel Purgatorio (XXII, 31-37).

E l’inferno è popolato da Fiorentini, presenti in modo particolare nei cerchi ove sono puniti peccati connessi con il denaro. Il fiorino è per Dante il maledetto fiore (Pd., IX, 139) , condannato anche perché supporto dell’attività bancaria di cui, come si è visto, si avvalevano pure i Papi per perseguire la loro politica temporalistica, evidentemente incompatibile con l’ideale della povertà evangelica e la missione della Chiesa: è il maledetto fiore/ c’ha disviato le pecore e gli agni/ però c’ha fatto lupo del pastore (Pd. IX, 130-132). Il denaro ha corrotto gli uomini di Chiesa trasformandoli in lupi, nemici del gregge loro affidato: condanna non avrebbe potuto essere più severa. Nell’Inferno (XI, 94 sgg.) Dante condanna anche l’usura, intesa come prestito del denaro ad interesse (non necessariamente elevato) perché consente un guadagno che non è frutto del lavoro correlato con le leggi della natura; questa, è bene ricordarlo, per Dante è figlia di Dio, ma l’usura si fonda in un certo senso sullo sfruttamento, sulla vendita del tempo che appartiene solo a Dio. Il Poeta dunque si qualifica come un conservatore, nostalgico dei valori cortesi e feudali (Pg., XVI, 115 sgg.) e vede nel presente soltanto sete di guadagno e corruzione.

E’ colmo di rancore verso la sua città che lo ha esiliato e condannato al rogo e prevede (o forse inconsciamente le augura) una terribile punizione, che tuttavia sarà per lui fonte di dolore (If., XXVI, 7-12). Di tanto in tanto mostra tuttavia un senso di nostalgia verso il bello ovile dove dormì agnello, in particolare nei canti del Purgatorio ove descrive incontri con poeti e con artisti legati alla sua giovinezza fiorentina. E talvolta, forse a malincuore, affiora una punta di orgoglio: Io fui nato e cresciuto sovra il bel fiume d’Arno, a la gran villa (If.,XXIII, 94-95) : dove villa significa, alla francese, città: è Firenze ! Un sentimento, dunque, contrastato quello di Dante verso la Città natia: un nodo che si è sciolto solo diversi secoli dopo, quando Firenze ha riconosciuto i suoi torti verso uno dei suoi Figli più grandi: dovremmo concludere con il Foscolo che anche in questo caso a’ generosi giusta di glorie dispensiera è morte?

Egidia La Neve
Comitato Società Dante Alighieri – Taranto

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