27 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 27 Gennaio 2022 alle 15:57:00

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La scuola, la cultura classica e i giovani

foto di Il monumento di Leopardi a Recanati
Il monumento di Leopardi a Recanati

Caro direttore, debbo purtroppo amaramente dirti che gli studi classici, quelli che un tempo avevano inizio dalle prime classi della scuola media inferiore per continuare nei ginnasi ed essere “coltivati” nei licei (anche scientifici), sono in declino e sono relegati in un insegnamento che è molto elementare tanto nel significato poetico ed estetico dei contenuti quanto nel sentimento di quella coscienza letteraria e storica senza la quale anche quei contenuti diventano “sine forma et virtute”. Una politica diseducatrice e populista ha condotto quello studio, onore e vanto, di non poche università italiane e di non pochi licei classici al declassamento degli stessi a tal punto che gli stessi docenti di quelle “nobili” lingue e culture avvertono tuttora quel declassamento, non solo nell’insegnamento, ma anche nella loro stessa figura umana, nella loro personalità di educatore.

È venuto meno il grande valore degli studi classici, quale momenti eterni della civiltà degli uomini nel corso dei secoli. Ed è venuto meno anche quel rispetto che le famiglie avevano nei confronti del docente e del suo “officium” di vitale formazione morale e culturale nei giovani. Di quel mondo classico si nutrirono valenti professionisti, poi sparsi nelle varie regioni italiane. Mi viene in mente una massima del Pascoli che fu un Maestro di latino e greco oltre che quel gran poeta che fu. “Ai giovani, fa bene l’antico; la testimonianza che tutto non coincide con loro, perché essi stessi sono il presente. Ciò rende conforto che tutto con loro non è morto”. Ai giovani, invece, è stato fatto credere pedagogicamente e politicamente che essi sono il tutto della vita laddove essi sono la prima parte ed anche la più debole della vita. Ma torniamo alla indiscussa grandezza degli studi classici. Alla pagina 4507 dello “Zibaldone” sotto la data del 13 maggio 1829 Giacomo Leopardi scriveva: “Pel moderno si dimentica e si abbandona l’antico. Non voglio già dir l’archeologia, ma la storia civile e politica, la letteratura, la notizia degli uomini insigni, la bibliografia, la letteratura, le scoperte, le scienze stesse degli antichi. Si apprende, si sa quello che sanno i moderni; quel che seppero gli antichi (che forse equivaleva), si trascura e s’ignora. Né voglio dir solo i greci o i latini, ma i nostri dei secoli precedenti… Guardate i più dotti ed eruditi moderni: eccetto alcuni pochi mostri di sapere (come qualche tedesco) che conoscono egualmente l’antico e il moderno, la scienza degli altri, enciclopedica, immensa, non si stende, per così dire, che nel presente: del passato hanno una notizia, sì superficiale, che non può servire a nulla. Invece di aumentare il nostro sapere, non facciamo che sostituire un sapere a un altro… Ed è cosa naturalissima; il tempo manca: cresce lo scibile, lo spazio della vita non cresce ed esso non ammette più che tanto di cognizioni”.

Una volta la reverentia antiquitatis fu l’ideale punto di riferimento per le persone colte e proprio nella “conoscenza delle lettere antiche si identificò” come scrisse Domenico Lassandro, professore di letteratura latina all’Università di Bari, “la più vera cultura moderna”. Poi le varie e non sempre felici riforme scolastiche, a partire dal 1960, hanno provocato l’abbassamento tonale della lingua latina e, al tempo stesso, hanno provocato una vera e propria incrinatura nello spessore della cultura umanistica il cui risultato non poteva che essere un disamore non solo verso uno strumento linguistico che è alla base della stessa lingua italiana, ma anche verso tutta una civiltà di pensiero e di opere che ha fatto grande il passato degli uomini. Ma siccome il presente è sempre figlio del tempo passato e remoto ecco che, esauritasi la carica del populismo culturale modernista, si avverte il bisogno spirituale e mentale di riempire i vuoti morali provocati dal materialismo e consumismo odierno imperanti, con quegli ideali di vita che si ritrova no in buona parte nel mondo classico antico. Di qui il ritorno alla valenza formativa degli stessi greci e latini. Basta ridare una buona lettura al numero cinque della “Rivista d’Istruzione” (1989) e leggere gli articoli di Romano Cammarata, Walter Tommasino, Giuliano Papini per comprendere che il valore formativo degli studi classici è ormai di nuovo generalmente riconosciuto, ma che lo studio dei classici, oggi, richiede un’impostazione educativa diversa da quella di un tempo.

Lo scrive chiaramente Romano Cammarata, che fu direttore generale dell’istruzione classica, scientifica e magistrale: “Se da una parte si mira, infatti, attraverso l’approccio al mondo classico, al recupero dei valori vitali ed eterni dell’umanità, dall’altra si proseguono necessari e chiari obiettivi di competenza linguistica, lessicali: si crea una seria e costante abitudine allo studio, una precisione espressiva, offrendo nel contempo le basi storiche linguistiche della nostra migliore tradizione culturale. Lo studio del latino potenzia le fcoltà di riflessione del giovane in una società che ha bisogno dell’intellettuale di vario tipo. Giuliano Papini scriveva del difficile percorso dello studio del greco dalla seconda metà dell’800 ai giorni nostri, attraverso la riforma Gentile. Lo studio della civiltà greca con i suoi valori poetici filosofici, storiografici, politici, religiosi non solleva il pensiero e il cuore degli uomini, come scriveva Pasquale Villari ministro della Pubblica Istruzione? E non potremmo, almeno per una volta, ripetere quello che De Sanctis, anche lui ministro della Pubblica istruzione e critico di letteratura altissimo, osava spesso dire? “Ma è forse un delitto tornare al passato? E che saremmo noi senza il nostro passato? Sembianze fugaci”. Questa nostra esortazione, caro direttore, agli studi che “solum” sono nostri e di coloro che sono a noi vicini, non allarmi chi afferma stupidamente che noi siamo “Temporis acti” ma sono un appartenente alla “vita militante” in un momento confuso e tragico, dico tragico, della nostra cultura quotidiana e festaiola, una volta universale come forma della vita ed anche come etica politica. Recentemente ed autorevolmente si è parlato del futuro dei giovani. Ma i giovani se non sono educati alla vita etica, sociale e morale, non si preparano per la vita futura. La giovinezza è bella, ma irripetibile e se non si educa prima o durante essa dalla famiglia e dalla scuola in primis, rimane bella, ma passeggera e, a volte, infelice. E ne siamo testimoni. Dolorosamente testimoni.

Paolo De Stefano

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