24 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Gennaio 2022 alle 22:28:00

Cronaca News

Compensi ai custodi giudiziari dell’ex Ilva: il ricorso

foto di Ex Ilva
Ex Ilva

Concluso il processo di primo grado e in attesa del deposito delle motivazioni della sentenza, il processo sul disastro ambientale dell’Ilva gestione Riva continua a far registrare una sorta di tempi supplementari. Questa volta non si tratta di richieste dei difensori di correzione di quelli che reputano errori materiali contenuti nel dispositivo letto il 31 maggio dello scorso anno, a conclusione di cinque anni di dibattimento.

Questa volta i Riva hanno impugnato i decreti di liquidazione dei compensi dei custodi giudiziari dello stabilimento siderurgico, i tre ingegneri che si sono occupati degli aspetti ambientali, Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento e i tre custodi che si sono occupati degli aspetti contabili, il commercialista tarantino Mario Tagarelli che si è avvalso della collaborazione di due professionisti, Gianvito Morelli e Antonio Notaristefano. A loro avviso quella cifra quantificata dalla Corte d’Assise è il risultato di un calcolo che ritengono non sia stato effettuato correttamente dai giudici. I custodi stati nominati a partire dal 25 luglio 2012, dopo il sequestro dell’area a caldo dello stabilimento disposto dal gip del Tribunale di Taranto Patrizia Todisco.

A luglio dello scorso anno, la Corte d’Assise del processo “Ambiente Svenduto” (presidente Stefania D’Errico) ha disposto la liquidazione dei compensi per complessivi 3 milioni di euro circa, dei quali 1.937.521,49 per il collegio dei tre ingegneri e 1.036.035,80 per il commercialista e i due coadiutori, in entrambi i casi per il lavoro svolto da luglio 2012 a gennaio 2014, più qualche migliaio di euro a titolo di rimborso spese. Nicola Riva, fratello di Fabio, entrambi imputati nel processo “Ambiente Svenduto” (figli del capostipite Emilio, deceduto ad aprile 2014, prima che la vicenda approdasse in aula) e la Riva Forni Elettrici spa (una delle 3 società sotto accusa) hanno impugnato i decreti di liquidazione dei compensi sollevando diverse questioni, la più rilevante delle quali quella dei criteri utilizzati per stabilire i compensi.

Nel ricorso presentato dagli avvocati Pasquale Annichiarico e Bernardino Pasanisi, la quantificazione delle somme viene ritenuta il “frutto di un una singolare utilizzazione dei numeri”. Secondo la tesi dei ricorrenti, la Corte d’Assise “ha calcolato le percentuali non già sui valori all’interno di ciascuno scaglione di riferimento, bensì per otto volte, quanti sono gli scaglioni, sull’intero valore di 2.000.000.000 euro (valore posto a base della liquidazione ndr). Con il risultato di moltiplicare l’entità dei compensi con una modalità difforme rispetto al dettato normativo”. L’Ufficio spese di giustizia, a cui è stato notificato il provvedimento, avendo letto l’entità delle cifre ha chiesto un incidente di esecuzione, ricordano i legali, dopo il quale la Corte ha riscritto il provvedimento. Malgrado ciò, secondo i ricorrenti, gli errori nella nell’applicazione dei parametri stabiliti dalla legge restano. La liquidazione viene definita “totalmente astratta e priva di ogni riferimento all’attività concretamente svolta dai custodi” e i provvedimenti “assolutamente sproporzionati rispetto all’attività svolta dagli ausiliari”.

Sull’operato dei custodi, inoltre, i difensori muovono una serie di rilievi e sollevano una serie di dubbi. Il provvedimento, quindi, viene ritenuto dai legali illegittimo per diversi motivi. Le contestazioni contenute nelle 16 pagine del ricorso sono complessivamente 51. Fra queste il rigetto nei confronti di Nicola Riva, da parte della Corte d’Assise, della richiesta di copia dell’intero fascicolo della procedura incidentale. Richiesta, scrivono i difensori, che la Corte “ha inspiegabilmente rigettato senza alcuna concreta motivazione”. Inoltre, altra obiezione degli avvocati, in aula, in occasione della lettura del dispositivo della sentenza, di oltre 80 pagine, la Corte ha comunicato di aver deciso sulla liquidazione dei compensi, anche degli ausiliari, ma “non dava lettura del provvedimento né successivamente ne disponeva la notifica”. Stando ad alcune udienze del dibattimento, i rapporti fra il gruppo Riva o chi lo rappresentava in quei “caldi” mesi dell’estate 2012 non sono stati certamente idilliaci, come del resto è immaginabile considerando il clima che ha caratterizzato l’inchiesta in corso in quel periodo.

A distanza di anni, dunque, la battaglia continua. Adesso i difensori di alcuni dei principali imputati (sia come persone fisiche sia come società) chiedono al giudice civile di rivedere la decisione relativa alla liquidazione e di procedere ad una rivalutazione dei compensi che graverebbero sull’Erario e in parte sugli imputati condannati. Ad occuparsi del ricorso sarà una la Seconda Sezione Civile del Tribunale di Taranto. Il giudice Francesca Perrone ha fissato l’udienza per il 10 febbraio prossimo a mezzogiorno. E’ incredibile come a distanza di quasi dieci anni dall’exploit dell’inchiesta la vicenda Ilva continui a tenere banco non soltanto per il processo sul contestato disastro ambientale e non solo nelle aule dei tribunali come dimostra la recente decisione del Governo Draghi sul Milleproroghe che sposta i soldi sequestrati ai Riva dalle bonifiche in favore della città all’azienda e alla produzione.

1 Commento
  1. mirko dimaggio 2 settimane ago
    Reply

    3 milioni di euro per non fare un cazzo, secondo quale criterio è stata calcolata la parcella professionale? 2.183,86 euro al giorno (65 mila euro al mese) per 13 mesi di lavoro a cranio ,vergognatevi parassiti statali.

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