24 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Gennaio 2022 alle 22:28:00

Cronaca News

La didattica a distanza oltre l’emergenza

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La didattica a distanza

La Dad non è solo una risorsa in una situazione di emergenza: può essere un’occasione preziosa se gli insegnanti capitalizzeranno le esperienze pregresse del 2020 e del 2021. Oggi gli insegnanti non possono non diventare agenti attivi del cambiamento: non solo per far crescere le innovazioni digitali, ma, e soprattutto, per offrire un contributo nel disegnarle. La Dad si realizza negli spazi della condivisione, collaborazione, cooperazione: quasi un darsi la mano per fare un cammino di conoscenza e di istruzione insieme. È un costruire marciando allo stesso passo quasi a “creare rete”. Oggi è diffuso il bisogno di celebrare la virtù di fare con gli altri. Si tende a stare entre nous: si sta assieme per affinità o per adesione. Le nuove tecnologie consentono forme di conoscenza collaborativa, attraverso le quali è possibile far evolvere il sapere comune con il concorso delle conoscenze individuali. Grazie alla connessione degli uni agli altri, la collettività diventa cosciente delle proprie conoscenze, si fa meno cieca a se stessa.

Non è ancora la “conoscenza collettiva”, ma è un passo notevole verso di essa. Un campo comune dove i partecipanti sono tutti uguali, dove le età non contano, dove i sentimenti sono omologabili, e dove a turno uno (o più) assume la funzione di docente: le molteplici traiettorie estendono l’interiorità privata nel collettivo. Sono numerosi gli episodi di condivisionecollaborazione-cooperazione che possono mostrare l’irrobustirsi di legami orizzontali su uno sfondo rigorosamente asimmetrico come è quello della relazione docente/ discente: associazionismi di vari tipi, azioni collettive non necessariamente durature, comunanze poco intenzionate, incontri in luoghi estranei all’idea corrente di spazio istituzionale. Siffatta didattica si dispiega secondo forme temporanee, talora fragili, talaltra intense: segnano o possono segnare il mutamento dei valori attribuiti all’abitare in una istituzione formativa di tipo tradizionale. Le forme possono assumere una fenomenologia ampia e variegata, con ragioni di ordine culturale e simbolico per via della diversità relazionale nel rapporto.

Si disegna così una Scuola come uno spazio aperto in un’ampia prospettiva di lavoro – quella del Learning Design- in grado di configurare quella «comunità di conoscenza», dove il sapere condiviso arricchisce «chi lo trasmette e chi lo riceve», con procedure concordate a-priori – strategie interpretative condivise- per lo svolgimento di una discussione, di un tema, di una questione, anche se tali procedure possono essere informali e non ben specificate, sì che i partecipanti possano provvisoriamente articolare il modo con cui ottengono un senso dalle situazioni, spiegare le loro azioni ed esaminare le loro storie di con certo con gli altri. Con la piena consapevolezza che, se certamente si condivide tutto nel presente, non vuol dire cancellare i percorsi, il tempo, i vissuti. La partecipazione a tale comunità fa sì che l’insegnante sia disposto a cogliere le opportunità di cambiamento (e di crescita). C’è infatti bisogno di insegnanti che si rendano disponibili a tessere conversazioni. Sono gli stessi insegnanti che devono mettersi in gioco in prima persona (come hanno attestato le esperienze vissute di recente); ma ciò richiede un saper vivere, sia pure per una certa fase, uno spaesamento, un vero proprio spiazzamento nel cuore stesso dell’identità professionale: un movimento verso il limite di sé, dove solo è possibile l’alterazione, il divenire-altro nella relazione-con, accettando il rischio e l’avventura dell’esposizione a ciò che viene da fuori, dalla situazione reale, dall’evento dell’altro, dal fare esperienza dell’altro, e degli altri, riconoscendo capacità, attitudini e financo, a volte, competenze.

Questo non significa che si possa fare a meno dei maestri (nel senso forte che il termine suggerisce), né significa la perdita della dissimmetria simbolica che porterebbe gli insegnanti addirittura a confondersi con i loro studenti, e quindi, a perdere la propria identità professionale, la propria “magistralità”, non avendo o, meglio, non incarnando più convincimenti saldi, forti, alti fino a temere che si voglia profilare la figura dell’ “insegnante liquido”, privo di certezze e di orizzonti valoriali. Come in altre occasioni ho avuto modo affermare, la sua autorevolezza, l’identità professionale, si attesta, riconoscendo, in alcuni momenti e in alcuni ambiti, i propri limiti e, dunque, mettendosi a disposizione di chi sa fare e conosce di più di lui (il riferimento va in particolare alle pratiche della tecnologia digitale). Pronto a rendersi disponibile a rischiare, in prima persona, in alcune circostanze ad assumere il ruolo di chi osserva il know how dello studente, l’insegnante ne riconosce il valore ed è disposto a vestire i panni del discente e, quindi pronto ad affinare le sue conoscenze tecnologiche, la sua relazione con i media: a scoprirne le infinite possibilità di conoscenza che schiudono. Un insegnante che accetta talora la posizione e che testimonia di essere innamorato e appassionato della conoscenza (da qualunque fonte provenga) è senza dubbio di grande significato pedagogico, oggi come ieri.

All’insegnante in questa nuova configurazione didattica, che talvolta gli capita di assumere (non ne è affatto questionabile il ruolo e la funzione, così come la valenza della sua presenza reale, corporea!), non gli risulterà affatto difficile cogliere le mille opportunità che la Dad può offrirgli per mostrare, soprattutto in termini contrastivi, l’altra faccia della “realtà in presenza”, nella vastità della sua gamma. Facendo rilevare, per esempio, i limiti della quotidiana scrittura digitale che si nutre di parole mozze, di frasi sconnesse, inceppate: il campionario di una povertà concettuale e di una sintassi smozzicata, deragliata, squallidamente “semplificata”. È la vertigine del pensiero asfittico, prevedibile, mono espressivo, aggrinzito. Il modo di riflettere, il modo di ragionare, il modo di argomentare viene assoggettato alla legge di siffatto pensiero. Da qui l’importanza di far avvertire, ma anche di fare apprezzare, alle ragazze e ai ragazzi l’esigenza di praticare gli altri modi di scrittura, nient’affatto assoggettati alla regola della frettolosità, dell’immediatezza, della mera faticità.

Cosimo Laneve

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