22 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 22 Gennaio 2022 alle 08:52:00

Attualità News

Offese su Facebook: la Cassazione conferma la legittimità del licenziamento

foto di Facebook
Facebook

Con sentenza n. 27939 del 13 ottobre 2021 la Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Roma, che nel 2018 aveva respinto il ricorso di un ex dipendente TIM contro il licenziamento, intimatogli dalla compagnia telefonica e successivamente disposto dal Giudice di primo grado. Nel 2016 R.V., account manager dei profili social di TIM, riporta all’interno di tre email e un post sulla propria pagina Facebook diverse frasi, rivolte nei confronti dei propri superiori, dal contenuto gravemente offensivo e diffamatorio.

L’azienda, dopo aver appreso il fatto, provvede a comunicargli il licenziamento per giusta causa, in applicazione dell’art. 2119 c.c. e dell’art. 48, lett. B, punto 4a del CCNL di riferimento, confermato anche in primo e secondo grado. In particolare, l’art. 2119 c.c. consente al contraente di recedere dal contratto senza preavviso “qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto”: la causa individuata dal datore è stata la grave insubordinazione che il dipendente ha posto in essere attraverso i suddetti mezzi di comunicazione. Tale comportamento, aggravato dalla plurioffensività e dal carattere diffamatorio delle affermazioni, oltre a essere espressamente previsto dal CCNL di riferimento quale causa di licenziamento senza preavviso sarebbe in ogni caso idoneo a precludere “la proseguibilità del rapporto, per l’elisione del legame di fiducia tra le parti”, elemento questo posto alla base del contratto di lavoro subordinato, alla luce anche dello specifico ruolo aziendale ricoperto dal dipendente. Dopo la conferma dei giudici d’Appello, il dipendente ha deciso di ricorre in Cassazione proponendo 4 motivi.

Con il primo motivo il ricorrente ha dedotto la mancata valutazione, quale fatto decisivo per la causa, del contesto lavorativo e dell’evoluzione dei rapporti aziendali che l’hanno portato a maturare le comunicazioni incriminate. La richiesta è stata ritenuta inammissibile in quanto, in applicazione dell’art. 348 ter c.p.c. (cd. “doppia conforme”), il ricorrente non ha evidenziato “le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse”; tra l’altro, tale fatto è stato ritenuto più una semplice valutazione che un fatto decisivo. Successivamente il ricorrente ha dedotto la violazione e falsa applicazione degli artt. 15 Cost., 2697 c.c. anche in relazione all’art. 595 c.p., per illegittima acquisizione dalla società datrice dei post presenti sulla pagina Facebook del lavoratore, in quanto destinata alla comunicazione esclusiva con i propri “amici” e pertanto riservata, espressiva di una modalità incompatibile con la denigrazione o la diffamazione erroneamente ritenuta. Questo motivo è stato ritenuto infondato, in quanto la tutela della libertà e segretezza della corrispondenza (in applicazione dell’art. 15 Cost.) invocata dal ricorrente non può trovare applicazione nel caso di specie, dal momento che la pubblicazione di un post sulla propria pagina Facebook non integra le caratteristiche della corrispondenza o di “ogni altra forma di comunicazione”, ovvero l’attualità, la determinatezza o determinabilità del destinatario e la segretezza della comunicazione. Tale messaggio infatti è stato diffuso non in una chat privata e chiusa, bensì in uno spazio, assimilabile a una sorta di “bacheca”, alla quale possono accedere soltanto gli utenti che vengono valutati dal titolare dell’account come “amici”, comportando pertanto l’impossibilità di avere un numero di destinatari né determinato né determinabile e facendo inoltre emergere l’elemento della pluralità, previsto nella fattispecie della diffamazione.

Terzo motivo di ricorso concerne la violazione e falsa applicazione dell’art. 48 lett. B), sub a) del CCNL applicato, anche in relazione all’art. 47, lett. c) e degli artt. 2106, 2119, 2697 c.c., dal momento che la condotta del dipendente è stata valutata alla stregua della grave insubordinazione ai superiori e non, come invece sostenuto dal ricorrente, dell’inosservanza di “una condotta uniformata a principi di correttezza verso i colleghi” o della “lieve insubordinazione nei confronti dei superiori”, che avrebbero comportato sanzioni più lievi. Infine, il ricorrente ha riscontrato la violazione e falsa applicazione dell’art. 48 lett. B) del CCNL di categoria, in relazione agli artt. 2119, 2697 c.c., per “il mancato accertamento dell’esistenza del grave nocumento morale o materiale arrecato dall’insubordinazione del lavoratore, nonostante la sua natura di elemento costitutivo della fattispecie sanzionata”; infatti secondo il ricorrente la Corte territoriale ha erroneamente ritenuto il danno “incorporato” nelle azioni compiute dallo stesso, con la conseguenza di non poterla estendere a giusta causa di licenziamento, esclusa dalla previsione di una sanzione conservativa dell’autonomia collettiva. Anche questo motivo è stato ritenuto infondato, visto che l’accertamento del danno, morale o materiale che sia, risulta superfluo nel momento in cui la condotta del lavoratore venga qualificata come “grave insubordinazione”, sufficiente a comportare l’applicazione della sanzione, vista anche la sua esplicita indicazione nel CCNL e il fatto che l’elemento del “grave nocumento morale o materiale” sia già tipizzato dall’autonomia collettiva, non lasciando al giudice spazio di manovra.

 

Avv. Mimmo Lardiello

Per informazioni e contatti
scrivi una e-mail all’indirizzo
avv mimmolardiello@gmail.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche