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17 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 17 Maggio 2022 alle 21:48:00

Cronaca News

Processo “Feudo”, in aula parla il procuratore generale

foto La sede della Corte d'Appello di Taranto
La sede della Corte d'Appello di Taranto

Processo Feudo: si torna in Appello e il procuratore generale chiede che per i quattordici imputati sia riconosciuta l’accusa di mafia. Ieri la discussione dinanzi ai giudici della Corte d’Appello di Lecce. Prossime discussioni il 9 marzo e il 25 maggio. A seguire arriverà la sentenza. In primo grado erano stati assolti dal reato di mafia, in secondo grado, invece, era stato riconosciuto il 416-bis. Successivamente la Corte di Cassazione aveva annullato riguardo all’accusa di mafia e disposto un nuovo processo in Corte d’Appello. Alla sbarra presunti appartenenti a clan della mala tarantina per giri illeciti tra Città Vecchia, Tamburi, Paolo VI e Statte. Nel primo processo d’Appello i giudici di secondo grado avevano confermato la condanna per Vincenzo Basile, Gianni Bello, Luciano Bello, Angelo Cellamare, Alberto Cesario, per Egidio De Biaso, Luigi Di Bella, Vincenzo Di Comite Cosimo Alessio Ferrigni, Francesco Gesualdo, Egidio Guarino, Alberto Marangione, Salvatore Musciacchio e Anna Rabindo.

Nel collegio di difesa figurano tra gli altri gli avvocati Salvatore Maggio, Marino Galeandro, Patrizia Boccuni, Angelo Casa, Andrea Silvestre, Pasquale Blasi, Fabrizio Lamanna, Maria Letizia Serra, Armando De Leonardo, Nicola Marseglia. Nicola Cervellera ed Enzo Sapia. L’operazione era stata denominata “Feudo”, in quanto le attività investigative avevano evidenziato come il territorio di Statte fosse stato assimilato ad un vero e proprio feudo dell’agguerrito gruppo criminale organizzato. La specifica attività d’indagine, durata tre anni, era scaturita da un controllo eseguito nei confronti di un professionista titolare di uno studio contabile, nel corso del quale era stata rinvenuta una copiosa documentazione attestante una elevata esposizione debitoria verso una persona che gli aveva concesso dei finanziamenti ad un tasso di interesse usurario che oscillava dal 37 % al 306% annuo. L’approfondimento delle indagini documentali, bancarie e tecniche delegate dall’autorità giudiziaria aveva consentito di appurare che quel caso di usura era da inquadrarsi nell’alveo di una più ampia strategia criminale. Le ulteriori operazioni di intercettazione telefonica ed ambientale avevano consentito di accertare l’esistenza dell’organizzazione, di individuarne i componenti, di svelare le attività illecite e di verificare l’esistenza di un consolidato accordo tra il clan che operava a Statte e un sodalizio mafioso che dettava legge a Taranto.

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