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17 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 17 Maggio 2022 alle 00:19:00

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Voci di illustri tarantini: Spagnoletti e Lippo

foto di Giacinto Spagnoletti
Giacinto Spagnoletti

Spagnoletti fu, come Cesare Giulio Viola, un tarantino in esilio; e tale più volte Spagnoletti si autodefinì, pur conservando della sua città natale uno affettuoso, a volte, appassionato ricordo. Come in talune sue poesie, e per citarne una soltanto, quella “Via Cavour” (da “Sonetti ed altre poesie”, Roma 1941) così intensa di memorie giovanili e familiari: “Accanto a me mia madre / non trovava più l’ago”. Personalmente ho conosciuto Spagnoletti molto tardi; e fu in occasione di una presentazione del futuro museo Maiorano, là nel palazzo che ora ospita i tanti e preziosi oggetti folclorici di quell’illustre collezionista, nella via maggiore della città antica.

Ma il primo mio impatto con lo Spagnoletti critico fu nel lontano 1963, nel tempo in cui ero docente di lettere italiane presso il liceo “Archita”, nel tempo in cui venni a spiegare Italo Svevo e la sua opera maggiore: “La coscienza di Zeno”. Fu, in quell’anno, che lessi, con avidità di sapienza, il saggio dello Spagnoletti sull’autore Ettore Schmitz, (quindi Italo Svevo) nel primo volume della Letteratura italiana, “I contemporanei”, Marzorati, Milano; e quello del nostro critico era proprio il primo dei tanti saggi di altri studiosi sugli autori più noti del panorama italiano letterario del Novecento. Fu una lettura efficace e persuasiva per me, allora, giovane docente di un liceo classico. Ne ammirai l’impostazione critica e la esemplare collocazione storica e culturale dello Svevo, prima seguace dello Stendhal e poi della filosofia schopenhaueriana e, in seguito, degli studi sulla psicanalisi dell’austriaco Freud. E, quindi, il collegamento culturale e affettivo con l’irlandese James Joyce.

Da quel lontano mio tempo ho letto parecchio del nostro illustre concittadino che, nel campo dell’esegesi della letteratura contemporanea, è fra i più acuti intellettuali per le analisi critiche e per la ricerca rigorosa di ogni apporto scientificamente corretto ed esaustivo. Apporto da Renato Serra a Camillo Sbarbaro, da Ungaretti a Montale a Svevo alla notissima “Antologia italiana contemporanea”, al “Profilo della letteratura italiana”, a Pasolini, sino agli ultimi contributi critici su poeti e narratori contemporanei pubblicati dall’editore Spirali poco tempo prima della sua morte. Pertanto mi è giunta assai gradita una pubblicazione del critico letterario Angelo Lippo, che è un omaggio a Spagnoletti a cinque anni dalla sua morte. Il lavoro memoriale del Lippo ha per titolo “Il filo dell’affetto” (Antonio Dellisanti editore, 2008) e presenta un’accurata prefazione di Alberto Altamura, che pone subito l’accento sulla critica “militante”, della quale fece parte il nostro a fronte della critica “accademica” e sul concetto che a Spagnoletti andava a genio che era quello di “sapere leggere gli uomini come i libri”. Tale fu l’ambizione che lo resse sino alla fine dei suoi giorni. Conoscere, al pari dei libri, gli esseri umani. Ora Angelo Lippo ha voluto saggiamente raccogliere i suoi scritti sullo Spagnoletti, a cominciare dal gennaio 1985 sino all’agosto del 2000; scritti tutti pubblicati sul “Corriere del giorno”; e sono ben otto contributi sul percorso “militante” del critico: dalla letteratura contemporanea, all’impura giovinezza di Pasolini, alla “storia della poesia” che a noi fece conoscere poeti del tutto in ombra, o mise meglio in luce poeti già conosciuti, ma non del tutto protagonisti di un discorso esegetico valido e relazionale con altri apporti critici, anche stranieri.

Lippo, nei suoi “elzeviri”, che sono riflessioni sulla figura e l’opera di “un Maestro della cultura letteraria del 900”, acutamente indaga e riflette sul filo di una costante indagine di ricerca; e pone in risalto tutto il cammino, assai faticoso, dello Spagnoletti, che fu esploratore del passato secolo letterario italiano, attraverso un “excursus” storico critico che abbracciò tutti i grandi movimenti che hanno percorso il ‘900. Dal Futurismo all’Ermetismo con un’analisi attenta, incentrata sulla convergenza della nostra cultura letteraria con le coeve letterature straniere; quella francese, avanti tutte. Lo stesso Spagnoletti “poeta” meglio seppe comprendere i movimenti e istanze che il secolo trascorso seppe portare nel coacervo della cultura oltrealpina e nazionale. La “parola”, quasi dannunzianamente, fu, quindi, il portato prima di un uomo-scrittore o poeta; la parola come riflesso dell’animo umano. Il lavoro o breve saggio o raccolta di contributi come lo si voglia definire di Angelo Lippo è, nella ricorrenza della morte di Giacinto Spagnoletti, il primo serio ricordo, autorevolmente incentrato sulla vasta opera del nostro, che un operatore culturale rechi all’attenzione del pigro mondo tarantino nel quale gli intellettuali paiono dormire nella noia o nell’indifferenza; entrambe moraviane.

A Giacinto Spagnoletti fu negata alla cattedra universitaria e Mario Sansone fu dei pochi che lo difese attraverso la terza pagina del “Tempo”. Oggi, ancor più scotta, che una cattedra universitaria si offre anche a chi ha poco letto e poco scritto! È la vita “impura” del nostro squallido tempo.

Paolo De Stefano

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