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19 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 19 Maggio 2022 alle 06:18:58

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Riprendiamoci la nostra intimità lontano dai social

foto di Il “like”
Il “like”

Il dispositivo del dire tutto, della tradizionale confessione, come forma di autodenuncia, quasi volontà di espiazione, liberazione dal senso di colpa e desiderio di condivisione pubblica, si è così adattato ai tempi utilizzando i nuovi media e i social. Si è fatta una delle forme di spettacolarizzazione dell’intimità che la postmodernità ha introdotto, spingendo l’individuo a mostrarsi, ad autopromuoversi con disperata invadenza nel tentativo di affermarsi.

E se, per questo, non appare più sufficiente Facebook, la Rete offre siti specifici (erba del vicino, PostSecret, insecreto, Sfoghiamoci. com) in cui rivelare il proprio intimo attraverso la sottomissione al giudizio collettivo. Si prospetta una “società a intimità diffusa”, dove la condivisione della vita privata si fa valore espositivo che si misura nella quantità di “like”: è semp più trendy confessare le colpe e gli episodi imbarazzanti della propria sfera personale. Per Norbert Elias (1990) il «muro invisibile posto tra mondo interiore e mondo esterno» è stato abbattuto dall’imprevista corsa all’esibizione di sé, vero selfie dell’anima, che si fa sempre più generalizzato. Da qui un coro di voci che reclamano attenzione e chiedono con forza di essere ascoltate e soprattutto riconosciute (Roberto Cotroneo, 2015). È proprio il riconoscimento che muove la confessione: l’attesa di una rivalutazione pubblica. Pertanto più che una traduzione dei fatti in parole, sulla scorta di Freud, o quasi darne una spiegazione razionale per redimersi, oggi si assiste alla purificazione della colpa attraverso la pubblica condivisione. Il riconoscimento della propria umanità epperciò della propria debolezza si fa rito di passaggio che sancisce l’appartenenza alla comunità.

L’assoluzione è data, non già dal prete, dallo psicanalista, dal giudice, bensì dalla moltitudine di pari (!) che assorbe, ingloba il nuovo e se ne potenzia. Per tutto questo – a me pare – che servano nuove regole per un nuovo codice (come già dal marzo 2013 in La Lettura si proponeva) e occorra sempre più che si riproponga il (vecchio) diario, non già soltanto come un itinerario quasi peregrino in una questua di esperienze da fermare, quanto piuttosto come opportunità per sottrarsi alla tirannia dell’esserci, alla reperibilità costante, alla vita a misura di Facebook e di selfie, o almeno al dilagante apparire. È, come affermava Marcel Proust, avere «il privilegio di potere assistere alla propria assenza» (1920 tomo I; 1921 tomo II). Risorsa preziosa, quindi, quasi claustrofila, votata agli orgogli inutili del pensiero. In vista di un’espressione di sé, oltre i ferrei termini che ci assegna la nascita, e che attiene in particolare alla nostra “vita di dentro”. È quel riscoprire l’otium, il tempo da dedicare a se stessi, alla cura della mente e dello spirito. L’ozio, ovviamente, non come accidia o inerzia, un filone che ha avuto fortuna tra gli illuministi, prima che diventi lo spleen dei romantici, “male di vivere” da flȃneur, eppoi nausea esistenzialistica e noia moraviana; né ancora come pigrizia colpevole o come fannulloneria deliberata, bensì come declinazione del tempo, come “ozio creativo” della vita: quel girare apparentemente a vuoto in attesa dell’idea, dell’estro, e quant’altro. Significa non pensare secondo regole obbligatorie, non seguire i percorsi stretti della razionalità. Ma lasciarsi andare a un sé più arioso, per fare riemergere l’essere umano che vive in ciascuno.

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