x

19 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 19 Maggio 2022 alle 12:56:00

Cultura News

Baldi e lo strumento della logica nell’Inferno dantesco

foto di Nel Canto XIII della Divina Commedi Dante e Virgilio si addentrano nella selva dei suicidi
Nel Canto XIII della Divina Commedi Dante e Virgilio si addentrano nella selva dei suicidi

Ancora una volta Nicola Baldi ci stupisce con i suoi scritti su Dante. E questo non perché essere studioso di Dante sia una cosa straordinaria o inconsueta. Di studiosi del Poeta ce ne sono tanti, forse troppi, e tutti molto prestigiosi succedutisi nei secoli della storia della nostra letteratura. Dante hanno cominciato a studiarlo i suoi contemporanei ed ogni secolo può annoverare i suoi dantisti. Quello che è straordinario ed inconsueto è che a studiarlo, e nel nostro caso a studiarlo bene e con indagini approfondite ed appropriate, sia un medico ed in particolare un cardiologo.

Già perché Nicola Baldi non è un letterato nel senso stretto del termine ma un medico, e precisamente un cardiologo, che nella vita ha fatto tutt’altro mestiere perchè si è occupato di corpi, di cuore, di funzioni dell’organismo. Di diletto dello spirito si è occupato occasionalmente e appunto per diletto dell’anima. E forse per questo accade quello che io sostengo da sempre e cioè che quando ad occuparsi di una determinata materia, in questo caso di letteratura, è una persona vocata per altro mestiere, questa persona riesce a dire qualcosa di nuovo e di originale meglio di chi la letteratura la pratica per mestiere. Baldi ci ha già abituati alle sue incursioni in campi non propriamente suoi come quelli esoterici, filosofici, letterari e danteschi. Noi ci siamo già occupati di lui come lettore di Dante quando ci ha raccontato come viene rappresentato il dolore nella Commedia e ci ha fatto osservare che il Poeta è un vero anticipatore rispetto alle classificazioni per cause e manifestazioni che ne fanno le scuole della medicina contemporanea. In quel testo Baldi aveva fatto la radiografia (il termine è d’obbligo) dell’Inferno dantesco (luogo di dolore per eccellenza) e aveva annotato in maniera minuziosa e certosina come Dante nella rappresentazione della pena inflitta per contrappasso ai dannati rispecchi la classificazione del dolore perfino nei termini previsti dalla tabella del dolore elaborata sulla base degli studi e dei criteri del M.G.P.Q. – Mc Gill Pain Questionnaire dal nome dell’Università di Montreal proposto nel 1975 e costituito da 78 aggettivi che descrivono in maniera puntuale ed esaustiva le sue caratteristiche. Oggi Baldi ritorna sull’argomento ma stavolta entra nel campo suo proprio che è quello della cardiologia e dei fenomeni fisiologici riferiti alla circolazione sanguigna e lo fa in un saggio pubblicato in un bel libro di Josè Minervini con la supervisione di Paolo De Stefano pubblicato da Scorpione Editrice per conto della Società Dante Alighieri Comitato di Taranto di cui la Minervini è presidente.

Dicevo che stavolta il campo di indagine nel quale si avventura Baldi è quello suo proprio della cardiologia e il canto dell’Inferno che mette sotto la sua lente di ingrandimento è il Canto XIII, quello dell’incontro con i suicidi e con Pier delle Vigne. Siamo nel VII cerchio dell’Inferno dove sono puniti i violenti e nel secondo girone di questo cerchio dove scontano la pena coloro che furono violenti contro se stessi cioè i suicidi. Dante e Virgilio si trovano in un bosco tenebroso, privo di sentieri; le piante sono scure, senza frutti; sui i rami contorti e coperti di spine avvelenate fanno il nido le arpie, creature mostruose con viso umano e corpo di uccello che emettono sinistri lamenti. Dante non vede nessuno e pensa che i dannati siano nascosti fra i rovi, ma quando spezza il ramo di un grande arbusto, dalla pianta esce sangue scuro, accompagnato da un grido: «Perché mi schiante?». Chi parla è Pier delle Vigne (o della Vigna), nativo di Capua, politico, scrittore e letterato, vissuto alla corte di Federico II. Questo illustre personaggio contribuì alla realizzazione della Costituzione di Melfi, svolse importanti missioni diplomatiche e fu nominato da Federico II capo della cancelleria imperiale. Improvvisamente, forse con l’accusa di tradimento, venne arrestato, imprigionato a San Miniato al Tedesco, vicino a Pisa, o nella stessa città di Pisa, e accecato con un ferro rovente. Morì in circostanze misteriose: forse fu assassinato a colpi di pietre o forse si suicidò sbattendo la testa contro il muro della cella.

Da lui il poeta apprende che i suicidi sono stati trasformati in piante perché non sono degni di avere il corpo a cui hanno usato violenza. Per questo dopo il Giudizio Universale saranno i soli a non rientrare nel proprio corpo ma lo trascineranno nel bosco per appenderlo ai rami della pianta in cui ora è chiusa la loro anima. L’immagine dell’albero che parla e sanguina è tratta dall’Eneide di Virgilio dove Enea, per costruire un altare, strappa alcuni rami a una pianta e dal legno escono il sangue e la voce di Polidoro, figlio di Priamo, ucciso a tradimento dal re di Tracia che voleva impossessarsi del suo oro. Pier delle Vigne racconta di essere riuscito a diventare l’uomo più autorevole della corte, l’unico confidente di Federico II, colui che teneva entrambe le chiavi del suo cuore, quella della clemenza e quella della condanna. Questo grande potere aveva scatenato l’invidia dei cortigiani che l’accusarono di tradimento e gli resero nemico l’imperatore a cui invece era sempre rimasto fedele. Non sopportando l’ingiusta condanna egli si tolse la vita commettendo così un’ingiustizia nei confronti di se stesso. Questi i fatti raccontati nel canto XIII. Baldi analizza il canto e il racconto che Dante fa dell’incontro e fa una disamina da par suo sull’eziologia dell’infarto, sulle sue cause e sulle terapie che vengono utilizzate per prevenirlo con riferimento in particolare ai farmaci trombolitici cioè a quei farmaci che sono in grado di lisare cioè di sciogliere il coagulo, posto che a causare l’infarto è la formazione di trombi che occludono il flusso del sangue e quindi provocano l’infarto. Fin qui la scienza. Ma ci chiediamo, e, prevenendo la legittima domanda del lettore, si chiede lo stesso Baldi, “Ma cosa c’entra tutto questo con Dante e Pier delle Vigne?”. C’entra, c’entra. E man mano che ci si addentra nella lettura del saggio Baldi lo chiarisce e ce lo fa capire.

Intanto così come nella medicina la logica sovviene il medico analogamente, per la diagnosi della correlazione tra causa ed effetto, nel Medioevo e in Dante la Logica di Aristotele era lo strumento chiave di indagine per letterati, filosofi e scienziati. Essa serviva per definire concetti, proposizioni, sillogismi, principi di non contraddizione ed identità. E nell’incontro con i suicidi è proprio la Logica che aiuta il “Prof. Virgilio”, come lo definisce Baldi, a spiegarlo a Dante definendo la correlazione tra il ramo staccato, il sangue che fuoriesce dallo stesso ramo e l’origine dei lamenti che provengono da quegli alberi che in un primo momento il discepolo aveva supposto venissero da anime nascoste dietro di essi. Virgilio infatti utilizzando lo strumento della Logica deduce che quei lamenti provengono dall’interno dell’albero da anime prigioniere all’interno degli stessi alberi e da buon maestro spinge, pur controvoglia, l’allievo a staccare un rametto da quegli alberi perché si renda direttamente conto del fenomeno. “Però disse ‘l maestro: “Se tu tronchi/ qualche fraschetta d’una di queste piante / li pensier c’hai si faran monchi”/. E più avanti a conclusione della sua “lezione” di logica “S’elli avesse potuto creder prima” / rispuose ‘l savio mio, “anima lesa / ciò c’ha veduto pur con la mia rima / non avrebbe in te la man distesa; / ma la cosa incredibile mi fece / indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa”.

Una lezione oltre di logica di metodo sperimentale galileiano ante litteram. Quindi la logica che Virgilio spinge Dante ad utilizzare è la stessa che utilizza la moderna medicina per le sue analisi e le sue diagnosi. Ma Dante, si chiede ancora Baldi, dove e come aveva appreso la Logica di Aristotele? Certamente, scrive Baldi, nello “Studium bolognese in cui la Facoltà delle Arti contemplava lo studio della Filosofia Naturale della Scienza Medica allora inserita all’interno della Filosofia Naturale della Logica”. E poi la frequentazione di Taddeo Alderotti fondatore dell’Accademia medica bolognese e profondo conoscitore del pensiero aristotelico. “D’altra parte, aggiunge Baldi, alla base degli insegnamenti in quel periodo vi erano le tre discipline del Trivio: Grammatica, Retorica e Dialettica. Quest’ultima in particolare comprendeva gran parte degli studi di Logica… E Dante, conclude Baldi, la Logica non solo la conosceva ma la applicava”. Noi aggiungiamo che il Poeta nella Commedia, in tutta la Commedia, pur utilizzando a piene mani e in maniera puntuale e precisa il metodo della Logica che è scienza la rende nel contempo meno arida e meno spigolosa con l’afflato della poesia e della melodia del verso. Ed a ben pensarci è proprio questo che in fondo rende la Commedia opera unica ed inimitabile poichè riesce a coniugare insieme scienza e poesia, conoscenza e sentimento, facendoci apprezzare intelligenza e cuore.

Mario Guadagnolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche