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24 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Maggio 2022 alle 09:59:00

Cronaca News

Il Sepolcreto ebraico da salvare

Nel 2006, nel Palazzo degli Uffici, venivano rintracciati tre tombe scavate nel banco calcarenitico con scheletri ancora in situ

Ritrovamento del sepolcreto ebraico
Ritrovamento del sepolcreto ebraico durante un cantiere nel Palazzo degli Uffici (foto d’archivio)

C’era una volta, poco fuori Taranto, una collina chiamata Montedoro. Parliamo, beninteso, di un’altra Taranto: quella che oggi chiamiamo Città Vecchia, o Taranto Vecchia, ma che allora era Taranto e basta, perché non c’era una Taranto Nuova.
Distrutta, spopolata e ripopolata più volte nel corso della sua più che trimillenaria storia (a voler prescindere dai villaggi preistorici affacciati su Mar Piccolo), Taras, divenuta Tarentum e poi Taranto, distrutta dai Saraceni nel X secolo, fu ricostruita sul finire di quel secolo (967) dall’ingegnere bizantino Niceforo, per ordine dell’imperatore Niceforo II Foca, rinserrata ormai nell’esiguo territorio della vecchia acropoli, separata da quella che era stata la pòlis magnogreca ed il municipium romano dal fosso, depressione paludosa attraverso la quale già Annibale aveva fatto transitare navi, che gli Aragonesi scavarono e che poi l’Italia sabauda trasformò nell’odierno canale navigabile.
Questa Taranto bizantina, contesa coi Longobardi e che presto sarebbe diventata normanna, fu una città murata, per esigenze di difesa. Il territorio dell’antica pòlis divenne campagna. E tale rimase, salvo sporadiche costruzioni di edifici extra moenia (il lazzaretto dove oggi c’è la chiesa del Carmine; il complesso di Sant’Antonio; il convento dei Teresiani con relativa chiesa del Ss. Crocifisso, il convento degli Alcantarini e chiesa di San Pasquale; la villa dell’arcivescovo Capecelatro; e infine Palazzo Orfanotrofio, l’odierno Palazzo degli Uffici), fino all’inizio dell’espansione della città oltre le mura, una addizione umbertina che ebbe inizio con l’edificazione del primo fabbricato per civile abitazione oltre il canale navigabile, l’attuale palazzo Ameglio, sul corso ai Due Mari, eretto nel 1869 – già in deroga al piano regolatore del 1865 – dal consigliere comunale Savino.
Piano regolatore che l’architetto Davide Conversano disegna tutt’intorno alla più importante preesistenza edilizia: Palazzo Orfanotrofio, le cui fondamenta furono gettate nel 1791, ultima testimonianza del riformismo borbonico prima dell’invasione francese del 1799 e della restaurazione dei Borbone. I lavori furono seguiti con attenzione da Ferdinando IV di Borbone, che nel corso della sua visita a Taranto, nel 1797, si recò anche a controllarne lo stato di avanzamento.
La costruzione – il fronte principale era di 110 metri, la larghezza di 61 – rimase interrotta a parte del solo pianterreno dalla Rivoluzione napoletana del 1799 e dalla traversìe e vicissitudini di quello che dopo l’intervallo napoleonico e murattiano si sarebbe chiamato Reame delle Due Sicilie; i Francesi, Bonaparte e Murat avevano soffocato qualsiasi empito riformatore fra i Borboni. Sospeso il contributo annuo destinato dal Re all’orfanatrofio, i lavori di edificazione si fermarono: in luogo di Palazzo Orfanotrofio c’era quello che nei documenti del primo Ottocento viene definito “fabbrico derelitto”, enorme ma inadatto a qualsiasi uso, tanto che non fu considerato utilizzabile nemmeno dalle truppe d’occupazione francesi del generale Soult.
Per la realizzazione dell’Orfanotrofio fu spianata in parte la collina di Montedoro; con una manomissione molto più radicale dopo l’unità d’Italia, quando iniziò l’espansione urbana verso Est e furono ripresi i lavori per il restauro, o meglio la ricostruzione del fatiscente ma sempre monumentale palazzo. E se lo sbancamento di fine Settecento era avvenuto senza la minima sorveglianza archeologica, in quello di fine Ottocento un minimo di attenzione ci fu. Fu lo stesso Luigi Viola (il fondatore del Museo archeologico di Taranto) a ritrovare, peraltro, lapidi pertinenti ad un’area cimiteriale giudaica, contigua ad una cristiana, rinvenute a fine Settecento ed ammonticchiate. Ormai totalmente fuori contesto, furono depositate nell’ex convento degli Alcantarini, che doveva poi diventare il Museo nazionale archeologico, insieme con altre rinvenute nel corso dei lavori di fine Ottocento, delle quali Viola riferisce schematicamente nelle relazioni pubblicate a partire dal 1881 in “Notizie degli Scavi di Antichità”. Lapidi, quasi tutte bilingui (le più antiche in Greco ed Ebraico, le più recenti in Latino ed Ebraico, le ultime, di IX – X secolo, in solo Ebraico), pertinenti a sepolture che vanno dal IV al X secolo (quando la città fu distrutta dai Saraceni e rimase spopolata, fino al ripopolamento bizantino).
Alcune sono esposte nel Museo tarantino, l’odierno MArTA, altre custodite nei depositi della Soprintendenza (parte di queste in prestito a Bari per essere studiate ed esposte in una mostra che finora non è stata però realizzata). E a lungo queste sono state le uniche tracce fisiche della presenza ebraica in Taranto. La Giudecca tarantina, infatti, ubicata dopo la ricostruzione bizantina nel pittagio (quartiere) di Turripenne, dopo la definitiva espulsione degli Ebrei dal Viceregno di Napoli, decretata da Carlo V vide scomparire anche le tracce architettoniche della comunità giudaica; e comunque quel quartiere, il più degradato e fatiscente di Taranto Vecchia, fu raso al suolo negli anni Trenta del secolo scorso nel corso del “risanamento”, e dopo lo spianamento vi furono edificate numerose palazzine di case popolari.
Poi, nel 2006, nel corso di un sondaggio (non preventivo, come giustamente denunciò la allora Soprintendenza archeologica) nel cantiere aperto nel Palazzo degli Uffici che doveva essere ristrutturato, sotto il pavimento di un’aula scolastica situata al primo piano (che in alcune parti poggia direttamente sullo sperone di roccia, non del tutto scavato, della vecchia collina), venivano rintracciati i resti del sepolcreto ebraico: tre tombe scavate nel banco calcarenitico, con scheletri ancora in situ. Dopo una sommaria indagine, i resti ossei furono rideposti nelle fosse e il saggio di scavo fu reinterrato, rinviando a futuri studi che purtroppo non furono condotti (il cantiere chiuse e riaprì ad intermittenza per complesse vicende giudiziarie; le Soprintendenze archeologiche furono soppresse ed assorbite da quelle di Archeologia belle arti e paesaggio, e quella tarantina fu scippata, ed è stata ripristinata solo lo scorso anno). Del sepolcreto ebraico non si è tenuto alcun conto nelle varie ipotesi di destinazione d’uso del Palazzo degli Uffici, dopo il restauro. E invece, come segnala anche l’Associazione culturale Aldo Moro fra ex alunni ex docenti e docenti dell’Archita, dalla preservazione di quei resti umani, secondo le norme religiose ebraiche, e dalla salvaguardia di quel lembo di sepolcreto, magari da valorizzare rendendolo anche visitabile, pur all’interno di un ambiente più vasto cestinato ad altro scopo (a Roma, per esempio, specie in via delle Botteghe Oscure, resti della Crypta Balbi e di altri monumento di età romana sono perfettamente visitabili anche all’interno di esercizi commerciali ); operazione che avrebbe peraltro, ribadisce l’Associazione ex Archita, “una forte valenza culturale e persino turistica, previa azione di preservazione dei resti scheletrici, secondo le norme religiose ebraiche, e loro risepoltura”. Gli Ebrei infatti non praticano la traslazione, e distruggere quegli scheletri o asportarli e depositarli nei depositi della Soprintendenza, come si faceva nel secolo scorso, “costituirebbe una profanazione ed un atto sacrilego nei confronti di una delle confessioni religiose che hanno sottoscritto intese con la Repubblica Italiana”.

Giuseppe Mazzarino

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