x

19 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 19 Maggio 2022 alle 06:18:58

Cultura News

La storia. Addolorata, il rientro mancato

foto di Foto di Raimondo Musolino (dalla mostra “In cammino” del circolo fotografico “Il Castello” in corso in questi giorni alla Banca di Taranto, in via Berardi)
Foto di Raimondo Musolino (dalla mostra “In cammino” del circolo fotografico “Il Castello” in corso in questi giorni alla Banca di Taranto, in via Berardi)

Il pomeriggio del 12 aprile 1992, Domenica delle Palme, come negli anni precedenti, ancor prima dell’inizio dell’ Assemblea straordinaria dei confratelli dell’ Addolorata, fissato per le ore 18,00, per procedere alla licitazione dei simboli e delle poste che avrebbero partecipato al Pellegrinaggio della Vergine Addolorata nella notte Giovedi Santo, andò sempre più crescendo il numero delle persone e dei confratelli dinanzi all’ ingresso dell’ Auditorium Tarentum annesso alla Parrocchia di Sant’Antonio in via Regina Elena, dove ormai dal 1980 si svolgeva l’ Assemblea, nel rispetto del divieto imposto nel 1978 dall’ Arcivescovo mons. Guglielmo Motolese ,di svolgere nella chiesa di San Domenico, manifestazioni, sebbene di lunga tradizione, poco consone con la sacralità del luogo.

La folla crebbe rapidamente: da un lato gli irriducibili curiosi dall’ altro i confratelli ansiosi, con la speranza nel cuore di coronare un desiderio accarezzato per un anno intero. Terminate le operazioni di controllo dei vigilanti addetti ad impedire l’ingresso ad estranei ed intrusi, con grande rapidità tutti i posti a sedere furono occupati e molti confratelli rimasero in piedi ai lati della sala. Sul palco presero posto i collaboratori del Commissario Arcivescovile, quella sera assente per motivi di salute e il Padre spirituale . Intanto il segretario s’ affrettò a mettere in regola alcuni confratelli ritardatari, per poter partecipare alle imminenti“chiamate”.

Fu subito notata la novità del cambio del confratello “battitore”. Al posto del cav. Lo Mancino che per numerosi anni avevo svolto quel compito era subentrato il confratello Giovanni Micello che avrebbe poi svolto quel ruolo per circa ventanni. Dopo le preghiere di rito e la lettura del Regolamento da rispettare nello svolgimento di tutta la Processione, scese un gran silenzio e tutti rimasero sospesi per ascoltare la prima solenne chiamata delle “sdanghe”. Con questo termine si è sempre indicato il simulacro della Vergine Addolorata, per un senso di rispetto dovuto al suo santo nome. Le “sdanghe” sono in realtà le due barre di legno che reggono la base su cui è posta la statua della Madonna. Come sempre la gara fu appassionante e gioia e abbracci coronarono il sogno di quattro giovani confratelli, di cui due già esperti per precedenti aggiudicazioni, mentre l’altra coppia visse un momento di intensa e incontenibile emozione. La lunga attesa e i sacrifici fatti furono cancellati da un commovente abbraccio.

Sul piano statistico il dato più rilevante fu quello della “terza croce” che un confratello si aggiudicò per la somma di £ 5.700.000 che sarebbe rimasto insuperata sino all’ avvento dell’ Euro. Tuttavia, come vedremo, il dato storico più importante è legato proprio ai portatori dell’ Addolorata. L’ assemblea si concluse con i soliti complimenti e auguri fra tutti coloro che erano riusciti a realizzare il loro sogno e i musi lunghi di chi tornava a casa a mani vuote. Nello spirito confraternale però il senso di esclusione è breve e momentaneo, perché quando iniziano i riti ci si ritrova uniti e solidali, rinviando all’ anno successivo i propositi di rivalsa. Dalla mattina del lunedì santo, come sempre avviene inizia quella fase di attenzione alle previsioni atmosferiche riguardanti i giorni del triduo pasquale. Ci sono confratelli, soprattutto anziani, che amano teorizzare sugli effetti delle lunazioni, o sostenere se sia più favorevole una Pasqua alta a bassa. E’ importante però che non piova. Il vero nemico delle processioni non è il freddo o il vento, ma la pioggia. Alcuni confratelli anziani, fra i pochi rimasti, raccontavano che in tempi lontani ci furono dei pellegrinaggi del Giovedì Santo fatti addirittura con nevischio. La mattina del Giovedì Santo di quel 1992 il cielo si presentò coperto di nuvole a strati, scure, basse e foriere di pioggia.

Tuttavia si sperava nel soccorso di un vento che avrebbe potuto liberare il cielo. Nel primo pomeriggio, puntualmente come sempre dalla chiesa del Carmine uscirono le poste per il tradizionale pellegrinaggio agli altari della Reposizione, erroneamente chiamati Sepolcri. La pioggia dapprima sottile e intermittente poi battente, mista a vento, ostacolò il pio esercizio, per cui quasi tutte le coppie cercarono ripari di fortuna, per poi tornare nel loro oratorio con gli abiti ormai fradici di pioggia. Quando i confratelli dell’ Addolorata, alle 23,00, si allinearono in san Domenico per iniziare a prepararsi per l’ uscita, veniva giù una pioggia leggera. Il Padre spirituale invitò tutti a pregare e gli occhi dei fedeli presenti in chiesa e dei confratelli si rivolsero alla Vergine Addolorata ad implorare la sua protezione.

C’era, nonostante tutto, un certo ottimismo, anche perché in passato più volte quel Pellegrinaggio pur disturbato dalla pioggia, e fra tante difficoltà del percorso, si era sempre concluso positivamente. L’ economo e segretario della Confraternita, il compianto cav. De Vincentis, incoraggiava tutti ricordando con familiari cadenze dialettali, “ A Madonne ha pigghiate tant’ acqua, ma sembe a casa ha turnate”. Ed era quello che tutti speravano, e ancor più quei confratelli che per la prima volta stavano per partecipare al Pellegrinaggio dell’ Addolorata, come sempre tradizionalmente era stato definito questo corteo, e non Processione. Dopo vari tentennamenti e verifiche del cielo, finalmente il portone si aprì e apparve il troccolante che col suggestivo suono del crepitacolo, tanto caro ai fedeli tarantini, iniziò a scendere lentamente la monumentale scala di San Domenico. La folla intanto aveva, come sempre, occupato ogni metro quadro di spazio. Il rituale d’ uscita si completò tra la commozione generale e qualche disperato urlo di aiuto o di grazia alla Vergine, col celebre attacco della marcia funebre “A Gravame”. Si iniziò a scendere lentamente sul Pendio che nella mente evoca la suggestiva e penosa strada del Calvario. Improvvisamente come perline argentate rifulsero sulle mozzette nere dei confratelli le prime gocce di pioggia. Un mormorio confuso s’alzò dalla folla, ben più consapevole di quello che poteva accadere e i responsabili della Confraternita convogliarono i portatori della Vergine e gli altri componenti del corteo verso la vicina chiesetta di Sant’ Anna.

Questo luogo nella mappa del cammino penitenziale generale era uno dei punti di rifugio e riparo dislocati lungo il percorso. Si incontravano, in successione, altre chiese e in alcuni punti più scoperti si utilizzavano, e si utilizzano ancora, per emergenza, gli androni capienti di alcuni palazzi. Usciti da sant’ Anna il Pellegrinaggio ripartì, ma a più riprese dovette far ricorso a nuove ed impreviste soste. Quando si giunse, con comprensibile e giustificato ritardo, all’ Istituto Maria Immacolata delle suore di Carità, tutti portavano sul volto i segni di una grande fatica, consapevoli delle difficoltà da affrontare ancora per il ritorno. La sosta non fu solo di ristoro, ma di incoraggiamento. I confratelli, ed in primis i portatori della Vergine, facevano ancora leva su quella gioia e su quell’ entusiasmo che avevano provato la sera delle Palme, al momento dell’ aggiudicazione. A questi problemi se ne aggiungeva un altro non meno facile da risolvere. Il Pellegrinaggio si era svolto senza la presenza del Commissario Arcivescovile ing, Pavese, responsabile della Confraternita, impossibilitato a partecipare per motivi di salute. Pertanto la guida era stata affidata ai suoi Collaboratori ai quali sarebbe spettato il compito di prendere le opportune decisioni per il buon svolgimento della Processione. Si aggiunga inoltre la difficoltà di poter comunicare tempestivamente e telefonicamente con il Commissario, non essendoci il supporto della telefonia mobile. Dopo la recita del Rosario, delle suore, dei fedeli e di tanti confratelli, si discusse sull’ opportunità di attendere ancora o riprendere subito la via del ritorno.

Nel cielo a tratti appariva qualche sprazzo di azzurro, un leggero alito di vento faceva sperare in un progressivo allontanamento delle nubi, in più i confratelli e segnatamente i portatori di simboli fremevano per riprendere il cammino. I collaboratori sentito intanto, telefonicamente, il parere del Commissario decisero di ripartire, cercando di essere solleciti nel cammino e magari ascoltando qualche marcia funebre in meno, per poter giungere indenni in San Domenico. Pur con un notevole ritardo finalmente il Pellegrinaggio riprese. Fuori sulla piazza gremita di gente risuonarono le note di “Tristezze” , mentre sul viso dei portatori tornò il sereno. Il tutto però ebbe breve durata, infatti finché il simulacro imboccò via D’ Aquino, nel cielo improvvisamente si addensarono nubi scure, gravide di pioggia. All’ angolo con via Acclavio la Processione fu fermata e la statua della Vergine riparò in un vicino ampio androne. Fu chiaro a quel punto che non sarebbe stato mai possibile ritornare in San Domenico con quelle condizioni meteorologiche e fu presa la decisione dolorosa ma necessaria di ritornare nell’ Istituto Maria Immacolata. Sul volto dei portatori ai rivoli di pioggia si mescolarono le lacrime che spegnevano il sogno accarezzato per un anno durato appena una notte.

L’Addolorata fu collocata di fronte alla Cappella dell’ Immacolata. Tutti gli altri componenti del Pellegrinaggio, con i vari simboli, ritornarono a san Domenico, con un bus dell’ Amat. Tutti si chiesero come sarebbe stata riportato il simulacro a San Domenico . Ognuno,, come sempre avviene immaginò e prospettò una propria soluzione. Rimaneva il fatto che a Pasqua l’ Addolorata rischiava di rimanere lontana dalla sua chiesa. Quando la sera del Sabato Santo ci recammo in san Domenico per partecipare alla Veglia Pasquale, con gran meraviglia e con ancor più grande stupore ritrovammo l’ Addolorata collocata sul tusello nella sua cappella. Era Lei che ci aspettava nella sua casa. Non importava più come fosse tornata, era importante rivederla lì, come un figlio rivede sua madre, dopo aver corso un pericolo. A mezzanotte alla gioia della Resurrezione di Cristo s’ aggiunse la gioia della Madre ritrovata. E gioia fu anche per i quattro portatori ai quali, in seguito, l’ Amministrazione, per compensarli della tristezza provata, concesse di recare in spalla la Madonna Addolorata nella festa Grande di Settembre. Marilli, Presicci, Papalia e Pulpo rimasero famosi non tanto per la gara della Palme, ma per essere stati i portatori del rientro mancato, il Venerdì Santo 17 aprile del 1992.

Antonio Liuzzi
Già priore della Confraternita dell’Addolorata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche