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19 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 19 Maggio 2022 alle 12:56:00

Il Tribunale
Il Tribunale di Taranto

Due processi per un caso, quello della Gravina Leucaspide ridotta, secondo l’accusa, ad una sorta di discarica di rifiuti provenienti dal Siderugico. Due processi gemelli, Leucaspide e Leucaspide bis, noti anche come processi delle collinette, dal nome dato nel capoluogo jonico ai cumuli di rifiuti depositati nel corso dei decenni che avrebbero modificato la morfologia di alcune zone. Il primo è già approdato a dibattimento davanti alla Prima Sezione Penale del Tribunale di Taranto e proseguirà il 6 maggio, mentre il secondo è al bivio della fase preliminare iniziata a gennaio scorso.

Nell’ultima udienza, di mercoledì 6 aprile, i difensori degli imputati, cinque componenti della famiglia Riva e quattro ex dirigenti dello stabilimento, hanno chiesto al gup Rita Romano di emettere sentenza di “non doversi procedere” poiché il processo è la fotocopia di quello già a giudizio. Stessi imputati tranne uno e stesse identiche accuse, infatti i legali che hanno chiesto l’improcedibilità, gli avvocati Pasquale Annichiarico, Carmine Urso e Luca Perrone, hanno sostengono sia evidente una “totale sovrapponibilità delle accuse”. Differenti soltanto le parti civili. Il gup Rita Romano ha aggiornato l’udienza al 20 luglio prossimo per la decisione. Entrambi i procedimenti sono scaturiti da due diverse denunce dei proprietari dei terreni in cui ricade la gravina, un’area ritenuta di interesse ambientale, attraversata anche da un piccolo fiume a carattere torrentizio. Le denunce sono state presentate a distanza di alcuni anni una dall’altra e per questo sono nati due procedimenti diversi. I difensori degli imputati, quando è approdato in aula il primo procedimento, avevano chiesto l’unificazione dei fascicoli perché venissero trattati in un unico processo ma la richiesta è stata respinta.

La vicenda è finita per la prima volta sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Taranto nel 2012, in concomitanza con l’exploit dell’inchiesta “Ambiente Svenduto”, in seguito alla denuncia del proprietario della masseria Leucaspide, una delle aziende agricole della zona. Sono scattate le indagini dei carabinieri del Noe di Lecce e il pm della Procura di Taranto Mariano Buccoliero ha disposto anche una perizia sui cumuli di detriti presenti. Stando a quanto denunciato dal proprietario dell’azienda agricola nella cui proprietà ricade una parte del lato sinistro della Gravina Leucaspide, la presenza di quelle collinette gli avrebbe impedito di avviare un’attività ricettiva. Vito Maria De Filippis, costituitosi parte civile, è stato sentito come testimone nel corso del dibattimento. Nelle sue dichiarazioni ha ribadito le sue ragioni. Di opposto parere i difensori degli imputati. L’avvocato Pasquale Annichiarico ha prodotto alcune foto scaricate di recente dal sito ufficiale della masseria Leucaspide affermando in aula: “Io vedo una bellissima masseria con una sala ricevimenti anche all’aperto e con la descrizione di quanto possa essere gradevole questo tipo di attività da svolgersi in questa zona”. Nelle prime udienze sono stati ascoltati il consulente della Procura, il professor Rodolfo Napoli, ordinario di ingegneria sanitaria ambientale ora in pensione, secondo il quale le cosiddette collinette hanno una volumetria di circa “cinque milioni di metri cubi complessivamente”.

Si tratta, ha spiegato durante l’esame in aula, di accumuli “sulla sponda della gravina” di “detriti sciolti, nel senso coperti di vegetazione” ritenuto “un segno evidente che questo evento si era già verificato da anni”. Il consulente ha riferito della presenza di loppa ma spiegato che “non è possibile individuare nell’Ilva l’unica sorgente dei rifiuti” anche per la presenza “di detriti da demolizione” riferita dai Carabinieri del Noe. Sugli effetti dei depositi dei detriti ha riferito in modo dettagliato l’altro consulente del pubblico ministero, l’ingegnere Giuseppe Lamusta. Dalla sua deposizione è emerso che “nei periodi di piogge intense, il livello dell’acqua, nella gravina si alza di cinque-sei metri” e “fino a quell’altezza l’impetuosità delle acque asporta del materiale depositato nella gravina”. L’ingegnere ha riferito che “i detriti vengono frenati e bloccati dalla briglia, dal ponte che c’è” ma “le acque è chiaro che vanno a finire al mare , la Gravina di Leucaspide confluisce nel fiume Tara che va a finire al mare”. “Si notano variazioni morfologiche dei terreni più o meno visibili ogni qualvolta ci sono piogge intense“ ha affermato il consulente che, in riferimento alla proprietà della parte offesa, ha sostenuto che l’accumularsi dei rifiuti “ha determinato la deviazione del corso d’acqua naturale nella zona nord e quindi lo spostamento dei terreni coltivabili, perché sono diventati da coltivabili a terreni sommersi”.

La zona, in sintesi, ha dichiarato l’ingegnere Lamusta “è tutta piena, cosparsa di rifiuti, non è una discarica ma si vedono rifiuti dappertutto nella gravina”, “la vecchia gravina, sul lato sinistro, non si vede quasi più, si vede il fianco delle collinette dei rifiuti”. Nel verbale di udienza del 4 marzo scorso, che riporta la deposizione del tecnico, si legge che i rifiuti sono di provenienza industriale ma non si può stabilire con certezza la provenienza. Inoltre, dal controesame dell’ingegnere Lamusta, effettuato dalla difesa degli imputati, è emerso anche che nella gravina confluiscono anche gli effluenti dei depuratori di Statte e Crispiano. Uno dei militari che si è occupato delle indagini, il luogotenente Giovanni Solombrino, che ha effettuato accertamenti sia sul posto sia sulla documentazione acquisita nello stabilimento siderurgico, in aula, rispondendo ai difensori, ha riferito che la “discarica” non è più attiva dal 1989, data riportata anche da una relazione mostratagli dai legali.

Se il dibattimento dovesse confermare tale circostanza viene da chiedersi se i Riva hanno rilevato la fabbrica dallo Stato nel 1995 come mai sono sotto processo o come mai sono sotto processo solo loro e non anche esponenti di precedenti management aziendali pubblici? In passato, stando sempre al dibattimento, ci sono stati due procedimenti, uno nel 1983 dell’allora Pretura unificata di Taranto, per il reato di “messa a dimora di rifiuti industriali oleosi ai margini della Gravina Leucaspide”, conclusosi con l’archiviazione e l’altro, nel 1998, chiuso “con una sentenza di assoluzione” in quanto sempre il “pretore di Taranto non riteneva di doversi procedere nei confronti di Ilva per i reati di discarica abusiva e di sversamento senza autorizzazione dei rifiuti nella Gravina Leucaspide”. Sulla complessa vicenda si esprimerà il collegio della Prima Sezione Penale del Tribunale di Taranto presieduta dal giudice Tiziana Lotito, giudici a latere Paola D’Amico e Anna Lucia Zaurito. Nella vicenda già a dibattimento sono imputati Fabio Riva, Claudio Riva, Nicola Riva, Cesare Federico Riva, Angelo Massimo Riva, Luigi Capogrosso, Renzo Tommasini e Antonio Gallicchio. Nella Leucaspide bis compaiono gli stessi otto nomi più quello di Domenico Giliberti. Per i nove sotto accusa il pm Mariano Buccoliero ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio sulla quale si esprimerà il gup a conclusione dell’udienza preliminare.

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