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17 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 17 Maggio 2022 alle 21:48:00

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Verga: centenario tra il romantico e l’esistenziale

foto di Giovanni Verga
Giovanni Verga

Giovanni Verga, a cento anni dalla morte, è, certamente, uno scrittore che ha segnato un tracciato importante in quel viaggio, in cui si pone al centro la difesa e la valorizzazione di una identità come luogo di una appartenenza ai codice delle radici. La sua sicilianità è nel suo sostrato nazionale. Uno scrittore italiano che pone al centro, non solo in termini di ricerca semantica e di sperimentazioni formali, il concetto di lingua, di identità e di tradizione. Verga dunque.

“Il semplice fatto umano farà pensare sempre; avrà sempre l’efficacia dell’essere stato, delle lagrime vere, delle febbri e delle sensazioni che sono passate per la carne: il misterioso processo per cui le passioni si annodano, si intrecciano, maturano, si svolgono nel loro cammino sotterraneo, nei lori andirivieni che spesso sembrano contradditori, costituirà per lungo tempo ancora la possente attrattiva di quel fenomeno psicologico che forma l’argomento di un racconto, e che l’analisi moderna studia di seguire con scrupolo scientifico”. È Giovanni Verga che ne “L’amante di Gramigna” da Vita dei campi (1880) sottolinea, in un inciso ben definito, l’importanza di una letteratura basata sui valori della realtà. Il mondo degli umili, come spesso è stato scritto, di Verga non è altro che il mondo che vive dentro una cultura popolare in cui il sentimento della terra è profondo. Giovanni Verga (nato a Catania nel 1840 e morto nel 1922) enuclea, soprattutto nelle novelle di Vita dei campi, un processo identitario in cui i protagonisti non sono i personaggi, come fatto letterario, ma gli uomini. La realtà diventa, in questo Verga, letteratura. Ma la letteratura resiste in quanto i fatti raccontati si trasformano in immaginario popolare. Già prima di questa raccolta di Novelle c’erano state altre esperienze significative.

Voglio qui ricordare i romanzi Una peccatrice del 1866, Storia di una capinera scritto nel 1869 e poi Eva del 1873, Tigre reale ed Eros del 1875. Ma una sua prima novella, che riveste un ruolo centrale anche per il lavoro successivo, risale al 1874. Mi riferisco a Nedda. Siamo nel di dentro di quella poetica verista che avrà, in Verga, degli sviluppi che troveranno proprio in Vita dei campi una chiave di lettura fondamentale che delineerà uno spaccato della cultura letteraria italiana (e non solo) con i romanzi successivi I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo. Il primo porta la data del 1881 (solo un anno dopo la pubblicazione di Vita dei campi) e il secondo 1888-1889. Ci sono due particolari che insistono nelle novelle appena citate. L’identità popolare è un riferimento peculiare: non ci sono solo gli uomini del quotidiano dentro le pagine con le relative immagini e descrizioni che documentano e rappresentano. C’è anche il linguaggio. Ovvero la lingua che è la lingua del popolo e che soltanto attraverso questa i fatti, la storia si potrebbe dire, assumono una valenza esistenziale. Verga non rompe con le poetiche romantiche e anticipa, sostanzialmente, il tema della metafora dei personaggi che si definiscono, è vero, nella storia ma che trovano nel sentimento della memoria una dimensione non pragmatica ma profondamente spirituale.

In questo senso il tempo recuperando la storia come identità dei popoli (come identità di una cultura profondamente popolare) resta centrale sia nel racconto sia nel destino dei personaggi. In Verga c’è l’apparenza della storia ma sostanzialmente c’è il superamento proprio della storia perché i personaggi diventano il portato non di una ideologia ma di un destino che laicamente dialoga con la speranza, con l’attesa, con la misericordia. La centralità, come si è voluto far credere, narrativa non è data dalla realtà disperante di un popolo tagliato dalla miseria ma vi campeggia l’uomo con la sua fede in una “provvidenza”. I temi e la parola sono un attraversamento di una visione documentaria della vita ma il “documento umano” viene ad essere ricostruito, sul piano di una valenza letteraria, “in termini di raffinata mimesi artistica” (Giulio Carnazzi, Introduzione a Giovanni Verga, Novelle, Bur, 2001). Tragedia e dimensioni del sublime sono dimensioni non dello scrittore ma della vita di una “terra”, della vita di un popolo, della vita di “un tempo”. C’è da dire che “la narrazione viene da una voce popolare. che racconta i fatti dall’interno di quel mondo a cui i personaggi appartengono” (Giulio Ferroni, Storia della della letteratura italiana, vol. III, Einaudi, 1991). La tragedia è in quel mondo.

Un mondo che descrive ma che sa conservare le parole e i valori. Una tensione che è nelle coscienze campeggia tra le maglie di una malinconia che non abbandona i dialoghi. Una tensione tragica, dunque, nella quale le figure sono ben definite. Da “Fantasticheria” in cui sono ricostruite delle storie con una elegante semplicità a “Jeli il pastore” elegiaco e dolente, da “Rosso Malpelo”, la fatica che non diventa stanchezza, a “Cavalleria rusticana” la cui tragicità è intrisa di ironia, e poi l’impressionismo di “La Lupa”, “L’amante di Gramigna” con il quale il verismo diventa “verghismo”, “Guerra dei Santi” dove festa e paese si intrecciano, “Pentolaccia” dove sopravvivenza e destino convivono. Un itinerario, dunque, che esprime una civiltà. La storia di questi uomini che restano uomini fino in fondo, pur nel raccordo letterario tra avventura e personaggio, è anche la storia di una terra fatta di tradizioni, di valori, di arcaismi che hanno profondi richiami. Verga in Vita dei campi soprattutto riassume quello che Luigi Capuana, in articolo apparso sul “Corriere della sera” del 20/21 settembre 1880 (e poi in Verga e D’Annunzio, a cura di Mario Pomilio, Cappelli, 1972), ha chiamato come “nostalgia del paese nativo”. Perché è proprio quella nostalgia che lascia segni indelebile e offre impressioni. Così: “Di mano in mano, è Luigi Capuana che scrive, quei paesaggi tornano a distendersi, nella loro arida tristezza sotto l’occhio dell’immaginazione; figure ben note ripopolano la fantasia coi ricordi dell’infanzia e della vita di provincia, figure malinconiche, penose, raccolte nella loro meridionale indolenza, colla coscienza della fatalità della vita che giustifica tutto in faccia a loro”. Ma non si tratta solo di questo, aggiunge sempre Capuana, perché sono i ricordi, la memoria, il tempo trascorso in quei luoghi che rende tutto affascinante. Quei luoghi sono le radici, sono, in altri termini, per Verga quell’orizzonte dell’appartenenza che si fa, nella parola, senso e respiro.

Ecco, allora, come ritorna l’osservazione di Carnazzi. Il documento non è solo rappresentazione ma sentimento del tempo che viene ad essere enucleato grazie all’uomo – personaggio che non perde mai il suo radicamento. Verga, in fondo, recupera il radicamento. Lo recupera in modo singolare in Vita dei campi distendendolo, questo radicamento, nei romanzi successivi nei quali la rappresentatività si serve chiaramente della metafora. Sia ne I Malavoglia che in Mastro-don Gesualdo la “mimesi artistica” viene colta attraverso le immagini che sono metafora, che vivono di simboli e che si decodificano in due concetti chiave: l’ironia e il destino. La nostalgia di cui parla Capuana in Vita dei campi, appunto, è il bisogno di un recupero di valori, di valori non astratti ma che abbiano (e indicano) un orizzonte di senso in termini non letterari ma umani. Lo stesso uso di termini dialettali (lo si diceva già prima riferendosi alla lingua) costituisce il bisogno di non perdere i codici della tradizioni e quindi di compattare (le novelle ne sono una dimostrazione) una memoria popolare. Il sostrato mitico, la valenza idilliaca, l’allegorico e reale (allegorico perché in fondo si tratta sempre di un testo letterario e di uno scrittore della nostalgia) viaggio (in Vita dei campi) nel mondo contadino sono delle caratteristiche fondamentali di un “parlato popolare” che è espressione, come si diceva, di una civiltà. Anche per questo Vita dei campi resta “il libro chiave della sua esperienza di scrittore” (Carla Riccardi, Introduzione a Verga, Tutte le novelle, Mondadori, 1982). Una esperienza, quella di Verga, che è fatta di figure che testimoniano. Lo stesso scrittore si testimonia in un mondo i cui segni popolari hanno richiami religiosi. Ma questa letteratura è un “dettaglio” importante che segna un tracciato.

L’”essere” popolare è nell’”essere” religioso. Vita dei campi rivela, tra l’altro, anche questo messaggio grazie alle voci vive e antiche dei protagonisti. Un’antropologia dell’anima che filtra da ogni novella, perché in ognuna di queste pagine c’è uno spaccato il cui sentimento del ritornare alle radici (non solo sul piano di una geografia fisica) diventa necessità di leggere quel progetto di vita che è dentro di noi e che la letteratura sigilla. In Verga non c’è la storia che diventa romanzo perché la storia non può diventare romanzo altrimenti rappresenterebbe la cronaca o peggio rappresenterebbe un modello ideologico. Ci sono stati i cosiddetti luoghi comuni che hanno dominato nelle varie letture verghiane. Ma Verga resta un riferimento proprio perché, in quel contesto e con quel narrare, supera la storia. Un Verga diverso servirebbe a limitarlo. La tradizione per Verga è un valore. Tanto più resta un valore quanto i personaggi vivono la profondità di una tragedia, la cui via d’uscita è il non perdere i significati della speranza. I luoghi hanno un loro senso. La Sicilia assume non i contorni storici ma quelli indelebili di una memoria che cammina dentro la civiltà dei popoli: tra mondo contadino e mare. Ma anche il mare (i pescatori) fa parte idealmente di una civiltà che è quella dei bisogni del mondo contadino.

Pierfranco Bruni

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