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17 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 17 Maggio 2022 alle 21:48:00

foto di Francesco Antonio Suriano
Francesco Antonio Suriano

Sarà presentato venerdì, 13 maggio, alle ore 18, nella sede in via Pasubio di Arci Gagarin, il libro di Francesco Antonio Suriano dal titolo “Dalla Terra delle galline a Kepler- 442b”. L’incontro con l’autore sarà presentato da Pietro Bonanno. Interviene Franca Poretti. È previsto un reading a cura di Tiziana Risolo.

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Approdando tardi alla scrittura, ne coltiva il versante “fantasy”. Questo termine gli produce un senso istintivo di idiosincrasia, ma, d’altra parte, è conscio che la sua preparazione scientifica è tale che l’etichetta “fantascientifica”, applicata alla sua narrativa, sarebbe del tutto fuori luogo. Ai tempi del liceo, negli anni 60 del secolo scorso, è stato un accanito lettore di romanzi di spionaggio, gialli e di fantascienza. La lettura si è, poi, indirizzata verso altro. Tra gli autori prediletti Borges, Saramago, Dirrenmatt, Calvino, per citarne alcuni. Il merito o la colpa del ritorno di fiamma verso la letteratura SF è di Stefano Spataro, suo alunno al liceo, che lo ha inviato a leggere e a recensire il suo primo romanzo è poi, soprattutto, di Tea Blanc, sacerdotessa del Drabble e animatrice infaticabile è appassionata del settore, oltre che valida scrittrice e ricercatrice. Oggi si direbbe frequentatore di quella zona oscura di universo sepolta nella nostra psiche, in cui si addensano storie che spesso trovano consistenza intorno a Kepler442-b.

Un suo racconto, Il Labirinto, è stato pubblicato su cartaceo nell’Antologia “Racconti Pugliesi 2020” Historica Edizioni; un altro, “Il Grande Specchio”, è stato pubblicato online insieme a svariati Drabble, in Altrimondi org. Prima di approdare alla narrativa, ha pubblicato qualcosa sul gioco degli scacchi e la letteratura, partendo da un romanzo di Maurensing, come anche su Verga, Sciascia, Francobandiera, Zoppo e Tacito. Lèggendo “Dalla terra delle galline a Kepler-442b” di Francesco Suriano, mi è tornato in mente un film di Terry Gilliam, “Brazil”, ambientato in un universo futurista che assomiglia orribilmente a quello nel quale viviamo. Lo sfondo dei racconti è un futuro distopico e orwelliano, dove la burocrazia è il fulcro dell’esistenza degli esseri umani e sognare diventa l’unica forma d’evasione possibile. I colori che forse un tempo rallegravano il pianeta, confinati ormai nel mondo onirico dei personaggi, sono scomparsi per lasciar posto al grigio metallico e al rosso ruggine, tonalità asettiche e fredde, rappresentazioni perfette di una società ormai incapace di provare emozioni.

I topoi utilizzati dell’autore risultano emblematici ed evocativi. Il labirinto è un viaggio oscuro e tortuoso nel fondo della propria anima: da esso non è certo il ritorno. Lo specchio è un muro freddo e silenzioso che separa il mondo della luce da quello delle tenebre. Evoca un’immagine al contrario, un’altra dimensione che si raggiunge attraversandolo. Gli umani non riescono ad uscire dalla loro dimensione che li vede confitti in un mondo di ridicole idee e di separazioni. E lo specchio inesorabilmente si chiude. Le storie di Francesco sono un campanello di allarme, una sottile critica slla società. Ci inquietano, ci prospettano una scelta: o ci riappropriamo dei nostri spazi e riusciamo a preser varli, o, prima o poi, ci troveremo in una realtà inimmaginabili ed aliene come quelle su Kepler-442b. Un discorso a sé per “La terra delle galline”. Francesco pesca dal suo lessico familiare, compito non facile. C’era il rischio di ricorrere a un linguaggio pseudo-poetico, o di voler innalzare al cielo una personale realtà terrena, e magari, ottenere l’effetto di annoiare chi legge e autorizzarlo così ad applicare la terza delle dieci regole dei diritti del lettore di Daniel Pennacchi: diritto a non finire il libro… Niente di tutto questo ne “La terra delle galline”.

Nessuna pretesa di un linguaggio poetico. Francesco riesce a descrivere, in una contrada del mezzogiorno alla metà del secolo scorso, un mondo, assai distante da Kepler-442b e sparito per sempre dalla realtà del nostro paese. Le immagini sono nitide, ben descritte in piccoli quadri di realtà è ricreano un’atmosfera dimenticata mediante una sequenza di gesti che riesce ad annullare in modo quasi magico la distanza tra osservatore e osservato. Ricordi-trasmessi da bocca a orecchio – di un bambino che si muove nel mondo. La ritmica precisione nella scelta delle parole e la limpidezza di visione danno spessore alla storia, come se si avesse nelle mani una ruvida e porosa fustella di giuncò e questo perché esistono i personaggi e non solo la trama. Una storia è fatta di atmosfere, di gesti, fa anche affidamento sul non detto, sulla volontà del lettore di diventare tutt’uno con chi scrive. E allora leggere è prima di tutto un piacere.

Paolo Tarantini

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