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Un affresco senza retorica e buonismo

“Shurhùq” di Enzo Ferrari. Venerdì a Porta Napoli

“Shurhùq” di Enzo Ferrari
“Shurhùq” di Enzo Ferrari

Venerdì 24 maggio alle ore 20, presso il ristorante sociale Art. 21 (Porta Napoli, via Costantinopoli n. 2) si terrà una conversazione sulla raccolta di racconti “Shurhùq, il soffio del deserto urbano”, di Enzo Ferrari, direttore di TarantoBuonasera. La serata è organizzata da Noi&Voi onlus e da Rete Gens. A dialogare con l’autore sarà Francesco Falcone, Interverrà l’editore Domenico Sellitti. Qui di seguito le riflessioni sul libro del giornalista, scrittore e docente Sergio Pargoletti.

Shurhùq è il nome che gli arabi danno al vento di scirocco, ma è anche il titolo dell’interessante libro scritto dal giornalista Enzo Ferrari (Edit@, 2018) che raccoglie alcuni racconti riguardanti storie di umana sofferenza e solitudine.

Tutto è momentaneo, infatti, nulla è definitivo: non lo sono i contratti di lavoro, non lo sono le relazioni sociali – due compagni di scuola che non si riconoscono più dopo tanti anni, estranei l’uno all’altro – e non lo è nemmeno l’amore. Un affresco sociale, quello tratteggiato dalla penna dell’autore, terribilmente reale perché rifugge la retorica e tiene a debita distanza un certo buonismo che scalda i cuori. Emerge infatti in tutta la sua dirompente disperazione la quotidianità di un mondo abitato da monadi, cioè da solitudini che si aggrappano all’esistenza con la forza delle abitudini e della rassegnazione. Ed è così che si tira a campare anche quando si vive un rapporto di coppia esposto ai colpi mortiferi e implacabili dei contratti a tempo. È il mondo dei call center, degli stipendi da fame, delle vetrine dei negozi davanti alle quali sfila il popolo consumatore del vorrei ma non posso; è il mondo dei desideri frustrati che sbatte contro il muro delle tasche vuote e allora tanto vale farsela una scommessa in agenzia perchè non si sa mai, magari è la volta buona per sbancare. Sullo sfondo, una comunità, quella ionica, che pure ha conosciuto i fasti del progresso – economico certamente sì, ma civile e culturale, viene da chiedersi – determinato da quella industrializzazione che con una mano garantiva stipendi e seconde case e con l’altra si riprendeva, a poco a poco, vita e salute in una sorta di nemesi storica che non ammette eccezioni.

Perché sviluppo e progresso, potremmo dire con il vocabolario caro a Pier Paolo Pasolini, non sono sempre sinonimi, anzi. Il lavoro di Ferrari coglie dunque con grande acume le contraddizioni di un tempo sostanzialmente mediocre poiché privo di grandi slanci e prospettive, polverizzato, appunto, dalla dimensione di un eterno presente vissuto con angoscia. E la speranza? Non sembra trovare spazio tra queste pagine se è vero, come ammonisce l’autore stesso, che quelle raccolte nel suo volume sono storie frutto di fantasia ma che di inventato non c’è nulla. Puro realismo, insomma.

Sergio Pargoletti

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