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Gastronomia come arte nella Magna Grecia

La rivoluzione del gusto e dei costumi avviene in questo periodo nelle città più prospere

Arte nella Magna Grecia
Arte nella Magna Grecia

«La città di Taranto offre sacrifici di buoi ed imbandisce banchetti pubblici almeno una volta al mese; e nel resto del tempo la gente di Taranto si dà un gran daffare per organizzare feste per proprio conto. Infatti i Tarantini hanno un detto secondo il quale mentre tutto il resto del mondo è occupatissimo a lavorare e si ammazza di fatica al solo scopo di prepararsi una vita di piaceri, loro si guardano bene dal rimandare al futuro questa dolce vita, e con le loro feste se la godono subito». Le parole dello scandalizzato moralista Teopompo illuminano sufficientemente sulle non proprio austere abitudini dei Tarantini all’apogeo della loro potenza: la fame spartana è molto lontana, così come la pedagogica austerità lacedemone; Taranto, come e più di Sibari, diverrà paradigma della “dolce vita”, della ricercatezza fino alla stravaganza, della voglia di divertirsi; Strabone riporta – ed il detto passò nell’uso comune – che le feste dei Tarantini erano più numerose dei giorni dell’anno.

Ma non c’è solo Taranto: è tutto l’Occidente greco, specie quello di Italìa e Sikelìa, che non ne vuol sapere di etica del sacrificio e della misura (il “niente di troppo” che nel tempio di Apollo a Delfi faceva da contraltare al notissimo “conosci te stesso”). Tra il VI ed il IV secolo avanti Cristo avviene nell’area del Mediterraneo la prima e forse più significativa rivoluzione nella storia dell’alimentazione: la nascita della gastronomia intesa come arte e non semplicemente come trasformazione degli alimenti a fini strettamente nutritivi, quando non medici o rituali, e sganciata anche dalla struttura sociale del banchetto. Questa autentica rivoluzione del gusto e dei costumi avviene nelle potenti ricche e prospere città della Magna Grecia (estensivamente intesa, comprendendo cioè la Sicilia greca), che diverranno in questo anche se non solo in questo maestre della stessa Grecia madre, il che spesso viene trascurato, oltre a trasmettere influssi civilizzatori sulla rustica Roma.

I grandi gastronomi della grecità sono tutti italioti e sicelioti: dal più celebre e conosciuto Archestrato di Gela, autore del trattato in versi Hedypàtheia, al siciliano Mithekos, onorato addirittura di una citazione di Platone (nel Gorgia), ai due Eraclide di Siracusa, a Glauco di Locri, a Dimbrone siculo, al dietologo Acrone di Agrigento, al siceliota Lamprias, ad Erasistrete ed Egesippo di Taranto, fino ad un Archita di Taranto del quale è dubbia ma non esclusa l’identificazione col filosofo-statista, che, in controtendenza rispetto al sapere ellenico, era anche notoriamente attento ai problemi della vita quotidiana (aveva inventato la raganella per far stare tranquilli, mediante il gioco, i figli degli schiavi del palazzo) e non disdegnava le applicazioni pratiche della scienza. Pressoché tutto quello che ci rimane di loro ci giunge per il tramite di un’opera tarda (inizio del III secolo d.C.), i Deipnosofisti, ovvero I sofisti a banchetto (o se si preferisce, e come recita il titolo latino, La cena dei sapienti), del greco d’Egitto Ateneo di Naucratis, erudito, gastronomo, buongustaio, bibliotecario in Roma di Publio Livio Larense. Le delizie della cucina tarantina venivano poi esaltate nell’opera di Ennio Hedyphagetica, purtroppo perduta (salvo undici miseri versi, con un catalogo di pesci e frutti di mare), ispirata alla Hedypàtheia di Archestrato.

di Giuseppe Mazzarino

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