18 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 17:24:06

Cronaca News

Arcelor Mittal, la reazione del sindaco: Non possono valere solo le regole dell’economia

Melucci: «Servono segnali importanti per cittadini e lavoratori»

Rinaldo Melucci
Rinaldo Melucci

«Numeri, cicli, condizioni di mercato, lettere comunitarie, si legge tanto nei comunicati di ArcelorMittal, ma ancora non si capisce che quella non è una fabbrica come tutte le altre, che qui non possono valere prioritariamente le regole dell’economia, Taranto non è un insediamento produttivo qualunque e dei miliardi di investimenti, che periodicamente vengono riproposti nelle note stampa, noi non vediamo ancora beneficio, visto che basta qualche mese di congiuntura negativa per far assorbire il colpo dai lavoratori e le loro famiglie, già provate da anni difficilissimi». Così il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, dopo l’annuncio di Arcelor Mittal riguardante la richiesta di cassaintegrazione di 1400 lavoratori per 13 settimane.

«Qualcosa ancora non sta funzionando lì dentro se, a sentire le organizzazioni sindacali, nei frequenti incontri con il management la notizia di questa misura temporanea di cassa integrazione, e speriamo sia davvero così, non era stata annunciata, nemmeno prevista – sottolinea il primo cittadino – I cicli dell’acciaio per loro natura, con una certa approssimazione ovviamente, sono prevedibili da un colosso mondiale del genere, un operatore che sta prospettando una idea di sviluppo a Taranto che ancora non viene percepita e questo ragionamento sarebbe estendibile alle sorti dell’indotto tarantino. Oggi discutiamo del loro core business, delle quote di mercato, delle tonnellate da esportare, se questo approccio permane non so cosa aspettarmi su temi più delicati, come l’ambiente e la salute. Io, che un gigante del genere non sappia prevedere una fase negativa e non sappia fare autonomamente fronte a una situazione limitata nel tempo, non ci posso credere, voglio e devo avere ancora fiducia nell’investitore ma deve dare segnali importanti ai cittadini e ai lavoratori. Sarebbe una notizia, quella di oggi, quasi normale in un contesto normale. Ma Taranto non è quel contesto normale.

A Taranto – conclude il sindaco Melucci – non si può usare solo la calcolatrice, non fino al raggiungimento di quell’equilibrio e di quella soddisfazione per i quali le Istituzioni e i cittadini hanno lottato negli ultimi anni». «Cassa integrazione? È un’ipotesi inaccettabile!»: così il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano stigmatizza l’annuncio di Arcelor Mittal che ha avviato la procedura per la messa in cassa integrazione di 1.400 dipendenti. «Ci sono ancora 2.600 lavoratori Ilva in cassa integrazione – spiega Emiliano – Arcelor Mittal non può aggiungerne altri 1400. Invitiamo l’azienda a ritirare l’iniziativa già nella riunione di domani (oggi, ndr), accogliendo le richieste sindacali. Mi aspetto che, dopo aver acquisito le quote di mercato Ilva, Arcelor Mittal rispetti gli impegni. L’azienda infatti ha tutti gli strumenti per fronteggiare la contrazione del mercato dell’acciaio senza intaccare i livelli occupazionali dello stabilimento di Taranto. Il piano industriale va rispettato e il Governo, che è garante di quel piano, adesso convochi immediatamente un tavolo di verifica. La Regione Puglia segue questa vicenda ed è al fianco dei lavoratori, condividendo con loro la preoccupazione a fronte di questi annunci, anche in relazione alle ulteriori ricadute sull’intero indotto». Mino Borraccino, assessore regionale allo Sviluppo Economico. «ArcelorMittal ha annunciato la messa in cassa integrazione 1400 dipendenti per 13 settimane. Le ragioni addotte sono un forte rallentamento del mercato e un aumento delle importazioni da Paesi Terzi. La notizia è sconcertante, perché questi 1400 lavoratori si aggiungono alle migliaia già posti in questa stessa condizione per effetto degli accordi del settembre scorso. Ci aspettiamo che dall’incontro di oggi con le rappresentanze sindacali emergano soluzioni positive e diverse da quelle preannunciate dall’Azienda, perché Taranto non può sopportare tutti i danni derivanti dal lavoro precario e dall’ambiente compromesso.

Naturalmente, un ruolo decisivo spetta al Governo e in particolare al Ministro del Lavoro, che con ArcelorMittal ha sottoscritto precisi impegni meno di un anno fa, impegni che ora vanno mantenuti. Non è dato sapere se il Ministero ha messo in campo finora un’attività di monitoraggio che facesse presagire ciò che è accaduto. Ma adesso deve convocare subito un tavolo di confronto e mettere l’Azienda davanti alle sue responsabilità. Non è pensabile che un gruppo industriale di quelle dimensioni non abbia gli strumenti necessari per far fronte alle difficoltà di mercato a cui fa riferimento. Soprattutto non è pensabile che i protagonisti dell’accordo dell’autunno scorso, Governo e ArcelorMittal – i cui uffici studi e programmazione hanno elementi per conoscere in anticipo le tendenze dei mercati – non avessero alcuna cognizione di ciò che sarebbe accaduto appena qualche mese dopo. In coda all’annuncio, ArcelorMittal conferma il proprio impegno sugli interventi previsti per rispettare il piano industriale e ambientale, per fare di quello di Taranto il polo siderurgico più avanzato e sostenibile. Ne prendiamo atto, ma con la doverosa cautela che ciò che sta accadendo impone».

Michele Mazzarano, consigliere regionale Pd. «Per quanto drammatica, non giunge inaspettata la notizia diffusa da Arcelormittal che annuncia il ricorso alla Cassa Integrazione per 1.400 lavoratori, scrivendo solo l’ultimo capitolo di una vicenda di cui, sin dalla procedura di vendita dello stabilimento siderurgico, la Regione Puglia, ne aveva ampiamente previsto l’esito. La motivazione con la quale l’azienda ha giustificato la sua decisione con generici riferimenti alla grave crisi di mercato, come se la crisi dell’acciaio non fosse già nota da tempo, non sembrano convincenti. Sull’Ilva, sulla sua vendita e sugli accordi sindacali per la tutela dei lavoratori, gli Enti Locali e il territorio hanno subito decisioni nazionali dei Governi che si sono succeduti. Questa ulteriore crisi lavorativa si aggiunge alle innumerevoli crisi che sta funestando tutto il Paese mentre il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico è in tutt’altre faccende affaccendato. Pretendiamo che neppure un posto di lavoro venga messo in pericolo – conclude Mazzarano – svolgendo una funzione di controllo e di vigilanza. Oggi che le promesse dei governi nazionali, ed il bluff del ministro Di Maio, sono venuti allo scoperto, la Regione Puglia ha il dovere di rimanere accanto ai lavoratori di Taranto».

Giampiero Mancarelli, segretario provinciale Pd. «La decisione annunciata da Mittal della cassa integrazione per ulteriori 1.500 lavoratori, è in violazione del contratto che l’azienda ha firmato il 6 settembre con Di Maio e i sindacati. Nonché nei confronti di una intera città che tutta intera sta stringendo i denti con grossi sacrifici su diversi fronti per consentire a Mittal di rimettere Ilva in attivo. Le condizioni della fabbrica, della città, delle analisi di mercato, delle congiunture internazionali e delle regole industriali ed ambientali da rispettare, erano conosciute a Mittal da quando è incominciata la trattativa. Il Partito democratico non accetterà passi indietro in beffa di tutti i sacrifici fatti durante questi anni. Non abbiamo tenuto in piedi Ilva per far venire gli indiani e mandare a casa i lavoratori. Già troppi sono stati i 1.500 cassa integrati inseriti nel contratto Di Maio, che erano invece assunti regolarmente secondo contratto Calenda. Il Ministro imponga a Mittal, come ha fatto con Whirpool, il rispetto alla lettera del contratto industriale ed ambientale. Non sono previsti sforamenti per nessuna ragione economica o di profitto fino al 2023».

Per La Sinistra Taranto, la richiesta di cassa integrazione per 1.400 lavoratori da parte di Arcelor Mittal «è un segnale inquietante. La notizia porta allo scoperto le reali intenzioni dell’azienda a qualche settimana dall’annuncio della riduzione degli obiettivi produzione fissati per l’anno in corso. In quell’occasione, però, non era stato prospettato nessun impatto occupazionale, nonostante fossero già evidenti le difficoltà legate all’andamento del mercato. Nel frattempo è giunta la decisione del ministro Costa di disporre il riesame dell’Aia, che potrebbe portare alla ridefinizione del piano industriale con l’aggiunta di nuovi investimenti. Il timore è che la decisione di oggi sia legata alla partita che si aprirà sui tavoli del Ministero dell’Ambiente. In quel caso si tratterebbe di un nuovo gravissimo ricatto occupazionale: i lavoratori usati come merce di scambio per scongiurare vincoli ambientali più restrittivi. Vengono così al pettine le conseguenze della scelta dissennata dei governi precedenti (Renzi e Gentiloni) e di quello attuale di svendere la più grande fabbrica italiana a una multinazionale, il cui unico interesse è il profitto. I lavoratori del siderurgico e i cittadini di Taranto non possono però pagare il prezzo di una politica fallimentare. Il governo intervenga immediatamente imponendo all’azienda il rispetto degli impegni assunti sul piano occupazionale e una disponibilità piena a migliorare il piano ambientale. Se Mittal non è in grado di garantire insieme lavoro e salute, deve essere lo Stato, attraverso un intervento diretto, a far valere questi diritti inalienabili».

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