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Il rap di Shoek per parlare ai giovani di speranza nella vita

La sua rinascita dalla droga dopo l’incontro con Dio

Il cantante rap Shoek
Il cantante rap Shoek

C’è sempre una speranza di rinascita, anche in quelle situazioni in cui tutti ti abbandonano e la sofferenza è insopportabile. Tanti tarantini, domenica scorsa in un incontro di preghiera al palasport di Andria, hanno ascoltato la testimonianza del cantante rap Shoek (nella vita, Thomas Valsecchi), apparso diverse volte sulle reti televisive nazionali, che da alcuni anni porta in tournèe il suo spettacolo. Il rapper vanta una vasta discografia e, in media, una cinquantina di concerti l’anno tra discoteche, pub, carceri, locali, night, piazze e comunità. Le sue canzoni parlano di vita, di speranza e di Dio, che lo ha salvato dall’autodistruzione.

Nei suoi spettacoli i giovani scandiscono con le mani il ritmo delle sue canzoni, accompagnano in coro i ritornelli e alla fine lo applaudono calorosamente quando invita a non scoraggiarsi mai per restituire valore alla propria vita. La sua è una storia di abbandono e redenzione, di lunghi anni vissuti per strada tra droga e prostituzione. Thomas è nato nel 1986 nella comunità di recupero per tossicodipendenti di San Patrignano, dove erano ospitati i suoi genitori. A tre anni i suoi genitori si separarono e la madre (racconta) si prese carico di lui soltanto per ambire all’assegno di mantenimento e continuare a drogarsi. Ma ciò non avvenne e la donna si sbarazzò presto del figlio perché impossibilitata a mantenerlo. Il papà invece lo prese con sé, come stimolo a non drogarsi più.

“Non avendo ricevuto mai amore dai suoi genitori – racconta il cantante – per lui volermi bene significava portarmi i fine settimana in discoteche e stripclub”. Nell’adolescenza, Thomas s’inoltrò in un circolo vizioso di solitudine e frustrazione. “Iniziai ad odiare i miei genitori e me stesso – dice – non socializzavo con nessuno. Mia madre sosteneva che era colpa mia se lei si drogava, a causa della mia nascita. Adesso l’ho perdonata e le voglio bene, ma in quegli anni ho sofferto molto”. Quella rabbia lo portò ad avvicinarsi all’ alcol e, infine, alla droga. Il crescente bisogno d’affetto lo indusse a cercare nuovamente sua madre. I due non avevano niente in comune, all’infuori della droga: lei iniziò quindi a condividere le sue dosi con il figlio, in un terribile legame di morte. Dopo un’overdose, il padre si adirò terribilmente con lui.

“Me ne andai di casa, e iniziai la mia vita sulla strada spacciando droga – racconta – Ero devastato e arrabbiatissimo, soprattutto con Dio. Lo bestemmiavo, perché volevo attirare la Sua attenzione. Lui mi ascoltò. O meglio, io lo ascoltai, perché lui non ha mai smesso di parlare al mio cuore”. Così un giorno sul pullman una ragazza incominciò a sedersi accanto a lui e, sorridendo, gli diceva: “Lo sai che c’è Gesù che ti ama?”. Thomas la ignorò, finché un giorno sbottò dicendole che non ne volevo sapere. Il giorno appresso gli consegnò un biglietto: “Se non posso parlare, inizierò a scriverti, Gesù ti ama”. Questo gli toccò profondamente il cuore. La ragazza gli regalò poi una Bibbia che cominciò a leggere. Lo colpì l’episodio in cui Gesù, rimproverato perché sedeva con i pubblicani, affermò che era venuto per i malati e non per i sani. Pensando all’abbandono da parte dei miei genitori, si sentii abbracciato da Dio, avvertendo un amore mai provato. “Decisi di seguire il Signore – racconta – Dentro avevo tantissime ferite e le affrontavo senza il Suo aiuto, così cadevo sempre, toccando il fondo. Andai a vivere in Spagna e in America Latina, giungendo a prostituirmi per procurarmi da mangiare.

Ma Dio arriva sempre laddove sembra non ci sia più speranza. Così, tornato in Italia, incontrai un gruppo di giovani missionario che, tramite la musica e la danza, parlavano ai giovani di Dio. Fra di loro c’era una donna di cui mi innamorai, Rebeca (mi raccomando, con una sola “c”), che sarebbe divenuta mia moglie, donandomi poi una figlia, Alicia Melody. Misi al servizio di Dio il mio talento per la musica, col nome d’arte ‘Shoek’, cioè scioccante, come fu in effetti il mio incontro con la fede”. “Uso il linguaggio del rap, per raccontare la mia storia, perchè più confacente al pubblico giovanile – spiega – La vita è piena di problemi ma Dio è più grande dei nostri problemi!”.

di Angelo Diofano

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