Cultura News

La cena nel IV sec. a.C. ai tempi di Archita

È il periodo in cui la potenza di Taranto è all’apogeo

Archita da Taranto
Archita da Taranto

Ricostruiamo una cena negli anni di Archita, intorno al IV secolo a. C., quando la potenza di Taranto è all’apogeo. Del deipnon greco – semplice, rustico, tale da lasciare affamati (anche ad Atene, dove per risparmiare furono tra l’altro inventati gli antipasti assortiti sì, ma in quantità irrisoria, sicché nessuno poteva assaggiarli tutti) e fondamentalmente subordinato al successi­vo e socialmente importante symposion – era rimasto ben poco.

Lo pseudo-Platone della VII epistola stig­matizza in tono moralistico gli eccessi di raffinatezza e lusso dei banchetti sicelioti ed italioti (tarantini in particolare, poiché a Taranto il grande filosofo aveva soggiornato, ospite di Archita): «quando fui giunto in Italia e in Sicilia la prima volta, subito mi spiacque quel genere di vita che si usa là definir felice dagli Italioti e dai Siracusani, una vita piena di banchetti: quell’abbuffarsi due volte al giorno, quel non dormir mai soli la notte». Anche il «pranzo di Icco», passato in proverbio per la frugalità del grande atleta e medico, era ormai testimonianza di tempi lontani, e semmai, come l’astinenza sessuale pure teorizzata e praticata da Icco, riservato agli allenamenti sportivi, un po’ come in un moderno ritiro.

L’apparato delle sale s’era fatto sontuoso, con grande spreco di porpora, oro, argento ed avorio; il vasellame non era più di legno o di coccio ma di metalli preziosi e raffinate lavorazioni. I rituali lavacri e le unzioni con profumi e unguenti dell’Ellade si sono svi­luppati: Archestrato prescrive di bruciare per tutto il giorno, prima del banchetto, mirra e incenso nei bracieri. Le semplici vivande si trasformano in piccoli capolavori dell’arte gastronomica. Le materie prime sono bensì le stesse (o quasi): ma vengono assemblate in nuove, strabilianti maniere.

La maza, intanto (la focaccia d’orzo dell’El­lade arcaica, perno della gastronomia greca), viene sostituita pressoché del tutto dal pane di frumento, l’àrtos, che per i Greci era invece un genere di lusso (e che a Taranto riceva anche un nome nuovo, forse di deri­vazione messapica, destinato a fare strada: panòs). Ma più che del pane bisognerebbe parlare dei pani: i Greci hanno perfezio­nato al massimo l’arte della panificazione, e la Magna Grecia vi ha aggiunto qualche virtuosistica raffinatezza, come il «cubo» di cui parla Eraclide, un pane all’olio insaporito con anice e formaggio, di forma cubica, ed in generale i pani conditi: col sesamo, coi semi di papavero e di lino, col cumino, col pepe; e ancora pani lavorati con latte, con olio, con lardo.

Il pesce, abbondantissimo e particolarmente pregiato nelle acque siciliane, nel Golfo di Taranto (del quale Aristotele ricorda la ecce­zionale pescosità ed le 93 specie ittiche che ospita), nello stretto di Messina, ed i frutti di mare, cominciano ad essere “lavorati” con formaggi, freschi e stagionati, e generose dosi di silfio (il laser dei Romani, famoso condimento ricavato da una pianta della Cirenaica dal forte aroma agliaceo estinta già nel I secolo d. C. e sostituita con una sua parente botanica per noi disgustosa, l’Assafetida), tanto che era diventato un luo­go comune quello che i cuochi occidentali per amor di raffinatezza “rovinassero” con aggiunte di formaggio e silfio anche i pesci dal sapore più delicato, inadatti quindi a queste terapie d’urto.

di Giuseppe Mazzarino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche