16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 18:03:30

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Zeffirelli tra gli intagli della Magna Grecia

Franco Zeffirelli
Franco Zeffirelli

Venne più volte a Taranto. Amava la Ta­ranto greca. Il Museo. Il ponte di pietra. Il mio maestro. Un amico di antica data tra impegno letterario e un

dialogare tra anni antichi. Franco Zeffirelli. Ha portato nel cinema l’estetica. Sulla scena la bellezza. Non solo un grande regista. Una personalità che aveva saputo leggere la Storia del Mediterraneo grazie al sacro. Il suo Gesù ha il segno del Mediterraneo nella profezia dello

sguardo. Lo conoscevo molto bene. Mi ha fatto capire il linguaggio del santo e dello sciamano, il rito della mitologia e i riti cristiani. La nostra città di incontro fu Roma. Ma venne a trovarmi con Francesco Grisi più volte a Taranto.

A Taranto passeggiando con Franco Zeffirelli, morto il 15 giugno, era sempre un approdare “pezzi” di gre­citá che pur pensando di conoscere restavano ignoti nei dettagli. Sapeva cogliere i dettagli che non signi­fica raccogliere i particolari. Ma l’anima di mito o il silenzio del sacro in una relazione. Venne a Taranto diverse volte. Io allora ero assessore e vice presidente della provincia di Taranto. Non partecipò al Magna Grecia Festival di quegli anni, ovvero 1995 – 1999. Ma fu quello che seppe fondere nella mia idea l’intreccio tra gli dei greci e il Cristo mediterraneo.

Taranto l’ha vissuta non come la Magna Grecia. Bensì come la Grecitá oltre, o meglio la Grecitá tra i Medi­terranei e gli Adriatici. Seppe guardare al mito delle donne greche di Taranto con la seduzione del mare e degli scogli.

Ebbi modo di incontrarlo tante volte tra Taranto e Lecce, tra Ionio e Salento. Era il 1998. In una straor­dinaria serata estiva nella Lecce barocca intervistai in una bella piazza Franco Zeffirelli. Molto amico di Pinuccio Tatarella e della cara Adriana Poli Bortone. Più che una intervista fu un colloquiare tra esperienze e conoscenze, tra cultura e fede. Al centro l’antropologia della cristianità e l’umanesimo della letteratura in una discussione sulla bellezza e sul viaggiare. Già prece­dentemente avevamo intrapreso il nostro discutere sulla necessità di dare un senso all’essere mediterraneo in un convegno di due anni prima ad Agrigento e a Siracusa. Parlammo di mediterraneo come antichi amici e pro­fondi conoscitori della grecitá tra i miti e gli archetipi.

Ma Franco era un maestro. Lanciò allora l’idea di un Mediterraneo senza spargimento di spazi meridiani. Un suggerimento interessante che proveniva dal suo approfondimento cristiano sia su Gesù che su San Fran­cesco d’Assisi. Il punto della sua proposta culturale era proprio qui. La cultura può ritrovare il suo senso se le civiltà riscoprono gli orizzonti delle radici. Le radici sono il vero radicamento dei popoli, i quali vivono e resistono al moderno grazie alla tradizione. Concetti dentro il pensiero di progetto non solo culturale e po­litico alto ma di un Progetto Uomo. Zeffirelli sapeva guardare a ciò che sta davanti a noi e non a ciò che abbiamo alle spalle. Ciò che è davanti a noi, sosteneva, esiste in quanto la Ragione fondante di tutto si chiama Memoria. Tra Agrigento e Lecce pensammo di creare i “Luoghi del mito”. Perché sono i luoghi che fanno le civiltà e danno voce ai popoli come Antropos. Ci incontrammo tante altre volte a Roma e a Firenze. Il Mediterraneo era diventato il Cerchio del nostro labirinto. E il cinema o il teatro o la scena o il palco? Avevano senso. I processi culturali non nascono. Si creano. Questo era il punto fermo e il riferimento. Il suo Gesù resta il l’umanitas nella chora delle identità che si richiamano alle sole e uniche voci del nostro abitare la vita con la bellezza. Ecco. Era la bellezza il porto. Il porto da raggiungere era appunto la bellez­za. Bisognava orientare oltre lo sradicamento, oltre qualsiasi segno di spaesamento. Gesù ci conduce alla Bellezza porto, spesso mi sottolineava. La continuità era l’opera di Francesco. Il suo essere mediterraneo partiva proprio dal deserto cristiano.

La Puglia e la Sicilia diventavano con lui immaginario cinematografico e teatrale. Il suo tempo lo ha vissuto dentro questo universo e universalismo in cui l’età delle civiltà si attraversavano snocciolando il sacro e il

mito. Poneva sempre come legame questi due modelli. Dio – Cristo e gli dei – grecitá. Aveva anticipato ciò che Vico aveva profetizzato. Una metafisica del tem­pocome metafisica dell’anima. Un grande maestro. Un maestro vero. Un amico che chiedeva di restare nella bellezza. Un amico! Un amico che seppe raccogliere i dettagli di una Magna Grecia oltre la stessa archeolo­gia. Mi insegnò a dialogare con i frammenti. Soltanto dai frammenti potrai capire la Storia della grecitá di Taranto, ebbe a dirmi. Ha ragione ancora oggi. Era nato il 12 febbraio

del 1923 a Firenze. É morto nella sua città il 15 giugno del 2019. Una storia che é l’intreccio tra cinema, teatro, televisione e letteratura. Le sue regie da “Camping” del 1957 a “Un giorno

insieme” del 1965 e attraversando “La bisbeti­ca domata” del 1967, “Romeo e Giulietta” del 1968, a “Fratello sole, sorella luna” del 1972, “Il campione” del 1979 e poi “La traviata” del 1983 a “Otello” del 1986, “Il giovane Toscanini” del1988. Nel 1990 arriva “Amleto” e tre anni dopo “Storia di una capinera”. Mentre nel 1999 “Un tè con Mussolini”.

Numerosi i cortometraggi, sceneggiati, da sceneggiatore, lavori per la televisione come l’adattamento de “La Bohème” del 1965, “Otel­lo” del 1976 e la miniserie “Gesù di Nazareth”

del 1977. Nel 1982 arriva il film per la tv “Cavalleria rusticana” e nel 1986 “Cosi è: se vi pare”, un anno dopo il suo “Turandot” e 2002 “La Traviata”. Un maestro tra cinema e la grande Opera.

Una letteratura cinematografica che è un inciso indelebile.

Un viaggio nella metafisica del sacro che nasce nel canto greco. Appunto nella grecitá i temi e i percorsi delle civiltà hanno sempre vissuto in

una antropologia della scena. Un amico nella letteratura e nella scena della vita.

di Pierfranco Bruni

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