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Sindacati in piazza: no ai “palliativi”


Si è tenuta a Reggio Calabria in piazza la manifestazione unitaria dei sindacati confederali. Cosi aveva chiamato a raccolta il Segretario Annamaria Furlan i sindacalisti della Cisl: “sono tante le motivazioni che porteranno in piazza a Reggio Calabria migliaia di lavoratori, pensionati, giovani sotto le bandiere di Cgil, Cisl Uil.

Una grande manifestazione di protesta, ma soprattutto di proposta, sul tema del Mezzogiorno che nelle politiche del Governo è finora il grande assente, praticamente un fantasma. Manca una svolta programmatica, una visione strategica capace di affrontare dramma di un’area del Paese che si allontana dall’Europa sempre di più, in termini di occupazione, servizi pubblici, sanità, scuola, formazione, persino nel livello di natalità. Ci sono ormai centinaia di vertenze aperte al Mise, molte delle quali come Whirlpool, Uva, Blutée, Alcoa riguardano il destino di tante famiglie meridionali. Non basta la cassa integrazione o la minaccia di revocare gli incentivi alle imprese che chiudono o delocalizzano. Cosi come non è più possibile assistere a questa fuga sistematica dei giovani laureati, negli ultimi 18 anni più di 1,5 milioni di persone, tante donne laureate soprattutto, tanti cervelli costretti a emigrare dal Sud verso il Nord e altri Paesi.

Questo è Io “scippo” più grave, che ha spaccato come non mai l’Italia, impoverendo ancora di più alcune aree del nostro Paese. E tutto questo avviene nell’indifferenza della classe politica nazionale e anche di gran parte del mondo dell’informazione, mentre a livello locale non si riesce a imprimere quella spinta favorevole agli investimenti che sarebbe indispensabile. Senza un’idea di sviluppo per le regioni del Sud non ci sarà nemmeno una crescita del Paese e quindi nemmeno un ruolo dell’Italia all’interno dell’Europa. In questi mesi lo abbiamo ribadito nelle tante iniziative che abbiamo fatto in tutte le regioni: il problema grave, soprattutto nel Meridione, rimane quello delle infrastrutture e dei ritardi nella costruzione di ferrovie, strade, servizi sociali e sanitari adeguati, nella banda larga e nelle altre opere pubbliche indispensabili per aprire una reale opportunità di sviluppo, occupazione e progresso. Come volete che venga oggi a investire nelle regioni del Sud con l’alta velocità che si ferma a Salerno, una rete stradale dell’epoca dei Borboni, vecchia e obsoleta, scuole e ospedali che cadono a pezzi, una criminalità sempre più radicata e invadente, un territorio lasciato a se stesso dove, come sanno bene i calabresi, basta un temporale per provocare morte e devastazione?

È la stessa Europa che incoraggia la realizzazione di grandi reti di collegamento, i “corridoi europei” che devono arrivare fino al Sud per favorire l’integrazione e una piena circolazione delle merci e dei cittadini. Le infrastrutture servono al nostro Paese per ridurre quel costo aggiuntivo che limita la nostra capacità competitiva. Vale per l’autostrada Napoli-Bari, per la Sassari Olbia o la Siracusa-Gela. Vale per la Statale Ionica, per la realizzazione di quanto previsto dai contratti di programma di Ferrovie o di Anas in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna. Parliamo di porti, acquedotti, dighe, ferrovie, metropolitane, termovalorizzatori, ospedali, fino alle scuole dei piccoli Comuni. Tutto, invece, è fermo, paralizzato. Di 37 grandi opere strategiche programmate negli ultimi 15 anni, soltanto 11 sono quelle arrivate al traguardo.

Il decreto “sblocca cantieri” è solo un pericoloso palliativo, perché indebolisce il codice degli appalti e depotenzia l’Anac, quindi la prevenzione ed il contrasto delle mafie, la trasparenza e la sicurezza dei lavorarori. Non è questa la strada da seguire. Sono i nuovi investimenti in infrastrutture, innovazione, ricerca, scuola, formazione a fare da moltiplicatore per la creazione di posti di lavoro. Ecco perché il Governo, le Regioni e le istituzioni locali hanno delle responsabilità enormi e sono chiamate a dare una risposta concreta ai bisogni del territorio.

Ma un punto deve essere chiaro: le risorse europee vanno spese bene e rapidamente, ma non possono essere sostitutive della spesa ordinaria dello Stato. Così come strumenti uguali per affrontare situazioni diseguali non offrono alcun vantaggio al Sud. Lo abbiamo visto con i fondi di industria 4.0 che sono andati tutti alle imprese del Nord perché nel Sud non c’e rano le aziende in grado di utilizzare quello strumento. In un Paese ancora spaccato in due come l’Italia servirebbero incentivi fiscali fortì e mirati, diversificati tra Nord e Sud per favorire gli investimenti produttivi e le assunzioni a tempo indeterminato dei tanti giovani disoccupati che non chiedono oggi sussidi, ma un lavoro vero e stabile. Questa è la vera Manovra per il 2020, e la vera sfida da lanciare all’Europa in nome dello sviluppo. Per questo il sindacato è in campo.

Se il Governo non darà risposte e non aprirà un confronto vero in vista della prossima Legge di Bilancio, la mobilitazione continuerà. Il tema del riequilibrio territoriale deve essere affrontato strutturalmente come una «questione nazionale», come più volte ci ha ricordato il presidente Mattarella. Per questo occorre lo sforzo di tutti i soggetti, istituzionali, politici e sociali per un grande patto, una stagione di innovazione e di cambiamento soprattutto a livello formativo e culturale.

Questa è la sfida che la Cisl insieme a Cgil e Uil lancerà sabato. Siamo tutti consapevoli di una ritrovata stagione di unità sindacale, frutto di proposte e piattaforme comuni e di un rinnovato rapporto con milioni di lavoratori, pensionati, giovani. il sindacato c’è ma dov’è il governo?” A parlare anche Ladini, Segretario Generale della Cgil: «Le disuguaglianze sono cresciute, così la disoccupazione giovanile e infatti il numero dei ragazzi che vanno all’estero racconta bene il dramma che si sta vivendo. La crisi del Sud nasce dalla desertificazione industriale, dall’inadeguata rete infrastrutturale, dal divario tra le zone interne ed esterne, nonostante vi siano competenze straordinarie in settori chiave come l’aerospazio. Manca una visione complessiva se ancora si parla di questione meridionale e non del Sud come elemento indispensabile per superare il ritardo del Paese e poter contribuire a costruire un’Europa sociale. Inoltre il Sud, incuneato nel Mediterraneo, paga l’incapacità di coniugare adeguatamente cultura e turismo.

L’Italia nel Mediterraneo è un naturale polo logistico, ma si è proceduto con la creazione di tante Zes senza fare sistema; ci sono tante crisi diverse, ma non c’è una visione d’insieme per affrontarle; non si affronta con sguardo ampio il peso della criminalità organizzata, questione dirimente anche per il Nord. Torniamo a Reggio Calabria, approdo di un viaggio iniziato il 9 febbraio a piazza San Giovanni a Roma, dove ponemmo alcuni temi centrali per il Paese: dalla scuola alla lotta all’evasione fiscale, dalla difesa dei pensionati, alle assunzioni nel pubblico impiego. Dagli investimenti a una nuova politica del lavoro. Le confederazioni, che in questi mesi hanno riempito le piazze, a Reggio Calabria vogliono rivendicare l’unità del Paese e l’importanza del Mezzogiorno, per la ripresa dell’Italia e per il suo ruolo in Europa. Tutti fattori essenziali per la crescita dell’Italia e il benessere degli italiani”.

Alla manifestazione ha partecipato anche la Fim con il suo Segretario nazionale Marco Bentivogli: “Dal 9 febbraio con la grande manifestazione di cgil cisl uil e’ partito un percorso importante che ha coinvolto lavoratori delle costruzioni, del settore agroalimentare, del pubblico impiego e il 14 giugno con un grande sciopero dei metalmeccanici. La tappa di Reggio Calabria e’ importantissima, il sindacato chiede di interrompere le politiche di mortificazione dell’Italia del lavoro e di rimettere i. Agenda il Sud, il lavoro e lo sviluppo dopo l’ennesimo insuccesso Dell’assistenzialismo elettoralistico della legge di bilancio approvata in autunno”.

di Annarita Digiorgio

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