26 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Settembre 2021 alle 20:36:00

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Fausto Leali: «Potevo fare la lirica, ma non sopportavo i sacrifici»

La voce “black” della musica italiana si racconta

Fausto Leali
Fausto Leali

Tra quelle italiane è, senza ombra di dubbio, una tra le voci più raf­finate. Inconfondibile, con quel timbro “black” riconoscibilissimo tra tanti. Soprattutto inimitabile.

Dopo oltre cinquant’anni dagli esordi, Fausto Leali continua a far parlare di sè e a riempire le piazze dove porta la sua musica. I successi di una carriera iniziata giovanissimo, a soli 14 anni.

Disponibile, accetta di chiacchierare al telefono con noi prima del concerto gratuito live che sabato, 6 luglio, terrà a Martina Franca, in piazza D’Angiò, per la rassegna “Martina, vento d’estate” dove proporrà il meglio del suo vasto reperto­rio discografico. Un repertorio che parte dal 1961, anno dell’esordio dell’artista con un 45 giri, per arrivare ai giorni nostri, passando da un brano all’altro: da “A chi” – canzone con la quale Leali si aggiudica 4 dischi d’oro e numerosi altri riconoscimenti – a “Ti lascerò” (interpre­tata insieme ad Anna Oxa, conquista la giuria del Festival di Sanremo vincendo l’edizione del 1989) passando per “Senza di te” che verrà incisa anche da Ornella Vanoni, “Deborah”, “Angeli negri”, “Mi manchi”, “Io amo”, “Una piccola parte di te”, quest’ultima finalista nel 2009 alla kermesse sanremese. E tante altre.

Come è cambiato il mondo della mu­sica da quel lontano 1961?
«Non è cambiato, ma si è evoluto. Un tempo le novità si ascoltavano di notte, attraverso una radio. Oggi la musica viag­gia e passa più velocemente ed arriva a tutti subito, in qualsiasi posto del mondo ci si trovi.
È innegabile che il tempo determini dei cambiamenti nel modo di scrivere, di proporsi, anche esteticamente. La moda porta oggi, come allora, a scegliere un look che si rifaccia a quello di tendenza al momento e la musica segue le stagioni».

Come è riuscito ad adeguarsi a questi cambiamenti?
«Già tanti anni fa ero considerato ‘mol­to avanti’ rispetto a tanti altri colleghi, grazie anche alla mia timbrica vocale ‘black’ che mi ha permesso di fare cose e di spingermi oltre, laddove altri non potevano arrivare.
Con la mia voce potrei ‘ripropormi’ in una versione diversa dalla solita e, pro­babilmente, sarebbe difficile per alcuni notare la differenza con un cantante di oggi. Ma io viaggio, comunque, sui miei binari. Ho un repertorio molto vasto di successi ed il pubblico, da me, si aspetta quelli.
Resto devoto alle canzoni che mi hanno lanciato e che sono state, per così dire, generose con me. Dentro sento che avrei altre cose da fare, ma il mondo della musica è difficile».

Quanto è stato determinante il suo timbro vocale nella scelta del genere musicale da seguire?
«Con questa voce potrei permettemi cose che un tenore non potrebbe nemmeno sognarsi di fare. Non ho scelto la strada della lirica perchè è una strada fatta di sacrifici che io non avrei mai potuto sopportare».

Tredici volte a Sanremo: la prima vol­ta sul palco risale al 1968, l’ultima al 2009. Sono passati dieci anni da allora: non è tornato per scelta o per altro?
«È una scelta giustificata. Quando un cantante ha già partecipato a tredici Fe­stival, riproporsi diventa difficile.
Negli ultimi anni, poi, i giovani sono i veri protagonisti a Sanremo. Non c’è la paura del confronto, questo no. Ma ognuno deve vivere la sua epoca.
Io, come tanti altri miei colleghi, non ho nel tempo cambiato genere. Ho mante­nuto la mia identità pur confrontandomi con tutto ciò che ruota intorno al mio mestiere. Questo sì. Ho duettato con grandi della musica, come Ray Charles che da mio idolo è diventato un collega».

Quando è solo, a casa o in macchina, quale musica ascolta?
«Musica classica: mi rilassa. Quando guido, invece, preferisco ascoltare pro­grammi di approfondimento».
Tante le soddisfazioni per Fausto du­rante questi cinquant’anni di carriera, ma anche qualche momento buio che, fortunatamente, ha saputo superare.
Lui, artista a tutto tondo, tra le tante esperienze annovera la partecipazione a due produzioni cinematografiche ed è anche autore di un libro in cui racconta i segreti del mondo della musica di un tempo, quello degli anni d’oro.

Ha nostalgia di quegli anni?
«È una domanda tremenda, di quelle domande che, generalmente, vengono rivolte al ‘vecchietto’ della situazione. Quello che noi abbiamo vissuto negli anni ‘60, è stato davvero un momento particolare. Chiunque si affacciasse alla musica, allora, faceva… musica. Oggi è difficile definire tale un rap o roba di questo genere, diffusissimo in America già qua­rant’anni fa e che non si pensava potesse conquistare il mondo. In Italia l’ha portato Jovanotti. Forse, ancor prima, Celentano con il suo “Pri­sencolinensinainciusol”. Ogni epoca, lo ripeto, va rispettata così come i personaggi che la caratterizzano.
Ma all’origine di tutto, non dimentichia­molo, c’è sempre la musica classica. Paul McCartney diceva: “il più grande bassista del mondo è Bach”. E questo la dice lunga».

Molti artisti della sua generazione si cimentano, oggi, in duetti con rapper. E non solo. Crede sia un tentativo di rinnovarsi o solo un modo per conqui­stare un pubblico giovane e vendere più dischi?
«Molti di questi tentativi sono andati a buon fine. Io stesso ho cantato con Cle­mentino un classico napoletano: mesco­larsi, per così dire, un po’ è positivo oltre che divertente. Perchè non farlo, allora? Resta il fatto che il genere rap difficil­mente resisterà al tempo. Esisterà sempre la musica classica, così come saranno ricordate le canzoni che hanno scritto le pagine della storia della musica italiana negli ultimi 50 e 70 anni. Probabilmente nasceranno altri generi per poi , però, passare ed essere rimpiazzati»

Oggi il pubblico affolla le piazze in cui lei si esibisce. È un pubblico diverso da quello dei teatri o dei palazzetti. Come si conquista?
«La gente che viene ad ascoltare un can­tante in piazza, si sa, lo fa senza pagare un biglietto. A volte, forse, solo per tra­scorrere il tempo. Quando non va via e canta le tue canzoni per due ore, capisci di aver vinto. Ti rendi conto di averlo conquistato quel pubblico che sarebbe andato via se non gli fossi piaciuto. Non è una vergogna cantare in piazza, come qualcuno potrebbe pensare. Anzi, lo trovo stimolante e divertente».

Nei suoi programmi futuri Fausto Le­ali ha nuove piazze, tanti concerti e un progetto discografico che, ci confessa, realizzerà però con molta calma.

 

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