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Quando Dalla e De Gregori “governarono” a Taranto per un giorno

Quarant’anni di Banana Republic

Quarant’anni di Banana Republic
Quarant’anni di Banana Republic

Quarant’anni fa il governo di Banana Republic per un giorno si riunì a Taranto, stadio Iacovone. Presieduto da Lucio Dalla, due anni prima tre serate all’Orfeo con Anidride solforosa/Automobili. Da mesi ha un album incollato al primo posto (L’anno che verrà, Anna e Marco, Stella di mare, L’ultima luna); Francesco De Gregori, non ha lo stesso appeal in fatto di vendite, ma da queste parti è amatissimo. Piazza della Vittoria, la sera, è un continuo accennare canzoni. I ragazzi mostrano da che parte stanno. I trentatré giri, girano sotto braccio. Una copertina a righe, è “Rimmel”, canticchiano “Uomo che cammini sui pezzi di vetro…”; accennano “Le stelle sono tante, milioni di milioni…”, dall’album “della pecora”, mostrato con identica fierezza. Taranto, politicamente divisa da poche decine di metri.

Davanti al Treppalle, i giovani “democristi”: camicia profumata di Bio presto e pantaloni con piega stiratissima; di fronte, all’ombra degli alberi a schiera, i liceali di Battaglini e Archita si ribellano al sistema, ma con moderazione. Le loro copertine più trendy: Napoli Centrale e Banco. A seguire Pfm e Orme. Davanti e dietro al monumento dei Caduti, la Sinistra. E quelli che stanno ancora più a sinistra. Maglietta in estate, eskimo in inverno. A poche decine di passi, il polo opposto. Quartier generale, “Colizzi”, il bar. Volkswagen neri in doppia fila e Ray-Ban in punta di naso. Torniamo allo Iacovone, Dalla e De Gregori. Cinque Tir all’esterno, venti tecnici e una squadra addetta al facchinaggio. Per la prima volta il rettangolo di gioco sul quale ogni domenica incrociano i tacchetti i rossoblù Fanti, Gori, Panizza, Beatrice e Selvaggi, è aperto al pubblico. E’ una festa, biglietto popolare, cartellone del Festival meridionale dell’Unità. Lo stesso che dirotta Pino Daniele in villa Peripato. Sta spopolando con “Je so’ pazzo”. «Frùsci di scopa nuova…», sentenzia un esperto di musica.

«Quando avrà esaurito le parolacce, non se lo filerà più nessuno», la sua profezia. Accanto alla premiata ditta D&D, uno stuolo di grandi musicisti. Ron, da poco si è smarcato da “Rosalino”, con cui aveva cantato “Il gigante e la bambina” e scritto “Piazza grande”, arrangia le canzoni del “live” e ha scritto con Lucio e per Francesco “Cosa sarà”. E poi gli Stadio: Curreri, Portera, Pezzoli, Nanni e Liberatori. Dalla li ha voluti accanto a sé, li ha chiamati col nome del quotidiano sportivo più diffuso a Bologna. Non hanno ancora inciso “Grande figlio di puttana”, ma in concerto se ne sente il profumo. De Gregori, per non essere da meno, ha convocato in tour i Cyan. Sfugge qualche confidenza. «A noi, Dalla, paga meglio…», dice uno dei cinque ragassuòli compagni di viaggio di Lucio. Aspetto economico a parte, è un bel vedere. Tempi di “Taranto e il mare”, sindaco Mario Guadagnolo. L’Amministrazione locale ci prova. Spedisce il Cocciante di “Io canto” al vecchio Mazzola. Lo stesso campo sportivo ospita i Pooh di “Io sono vivo”. Concerto “burrascoso”. Un clamoroso temporale estivo provoca il fuggi-fuggi generale. Concerto recuperato il giorno dopo. Organizza Gianni Curcio, titolare di Radio City One. Tutti sul prato, cronisti e “radiofonici”.

Unica breve parentesi con Radio Taranto. Loris Pepe, direttore della prima radio privata cittadina, escogita un piano. «Telefono ad Arbore, presidente dell’Associazione disc-jockey, lui chiama Ennio Melis della RCA, gli dice che intervistiamo Dalla e De Gregori per la Rai e il gioco è fatto…». Sul campo va ancora meglio. Merito del manto erboso, Loris inventa un colpo di tacco: una targa realizzata da “Asso di Coppe” per Lucio Dalla. «Vi ringrazio – sottovoce il cantautore bolognese – la condivido con Francesco, non vorrei ci restasse male…». De Gregori a due passi, non sente, si mette in posa per la foto-ricordo in quattro. Ele Pepe, anche lui conduttore di Radio Taranto, inquadra e scatta. Dopo aver orbitato intorno ai due artisti, l’aggancio è stato eseguito con successo. Fra palco e bandierina del calcio d’angolo, accomodati come in un accampamento indiano. Seduti sul prato, l’erba umida si fa sentire sotto il sedere, gambe incrociate e, al centro, il “Nagra” (Nakamichi, registratore di qualità per quei tempi). Una cosa che Lucio invidia a Francesco, poi viceversa. Non è originale, ma i due rispondono. «La voce!», dice Lucio. Non ci ha pensato un attimo. «Avete provato a cantare le sue canzoni, a imitare la sua voce? Impossibile! E se lo dico io, dovete crederci…poi se la domanda la facevate un po’ più lontani uno dall’altro, potevo dirvele due, tre cosette…». Risata. De Gregori. «Gli invidio i peli che ha sulla spalla!».

Altra sonora risata. «“Moquette” ovunque: se andasse in giro nudo, nessuno si accorgerebbe che è svestito». Ecco il tour, De Gregori. «Tutto è cominciato da “Ma come fanno i marinai”, l’avevo appena scritta, la feci ascoltare a Dalla; non lo dissi, ma stavo già pensando di cantarla insieme, un pezzo divertente, quasi fatto apposta per Lucio. Mentre l’ascoltava già pensava all’introduzione con l’inseparabile clarinetto: ci lavorò, dette alla canzone un taglio in qualche modo più commerciale, fatto…». Dalla si proietta già al dopo-concerto. Bibi Ballandi, jeans, maglietta bianca, collo a “V”. E’ lui l’inventore del tour della Repubblica delle Banane. Il “Nagra” gira ancora, Lucio si stacca dalle cose formali. «Bibi, bella collanina! Va’ che dopo il concerto partiamo subito, dormo a Manfredonia, il fine-settimana lo faccio a San Giovanni Rotondo, posto meraviglioso!». Lucio sta facendo le prove da corregionale. E’ rimasto colpito dalle Tremiti. E’ lì che pianterà le tende per una vita. Ventuno in punto. Sul palco si accendono le luci, entra De Gregori, stretto alla sua chitarra.

«Benvenuto raggio di sole…». Quarant’anni fa, applaudirono in dodicimila.

di Claudio Frascella

 

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