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Non eravamo un paradiso terrestre

Com’era Taranto prima dell’Italsider. La crisi dell’Arsenale e dei Cantieri

L'Italsider
L'Italsider

La prosperità di Taranto negli anni del fascismo, che la elevò a capoluogo di Provincia, era dovuta all’industria navalmeccanica (Arsenale militare e Cantieri Tosi, quelli che costruirono gran parte della flotta sommergibile italiana) ed alla base navale che ospitava la Marina Militare “imperiale”, mentre la Provincia vivacchia di bracciantato agricolo. Persa la guerra, affondata o spartita fra i vincitori la flotta, Taranto agonizza. La scelta dell’industrializzazione la salvò, anche se oggi, a sessant’anni di distanza, risultano evidenti pesanti criticità.

Ma in che condizioni era realmente Taranto alla fine degli anni ’50? Occorre sfatare tre “leggende nere”. La prima è che fosse una specie di Paradiso terrestre agro-pastorale. La seconda è che il grande impianto siderurgico che avviò il processo di industrializzazione fosse stato imposto a Taranto, contro interessi ed aspettative del territorio, perché nessuno lo voleva. La terza è che tutto fu giocato e deciso alle spalle ed all’insaputa delle comunità e delle classi dirigenti locali. A prescindere dai dati sull’emigrazione e sulla disoccupazione, che messi insieme sono significativamente eloquenti, va ricordato che quell’insediamento industriale molti altri lo volevano, e che per esempio Bari, la “ricca” Bari, cercò in tutti i modi di impossessarsene (1957, Camera di Commercio e poi Comune di Bari, presidente della Provincia di Brindisi). Tutta la comunità jonica vuole il Centro siderurgico, come testimoniano le prese di posizione di amministratori, partiti (tutti), sindacati, forze produttive, e confermano le relazioni del Prefetto. Non solo. L’esigenza di immaginare e predisporre lo sviluppo ma anche di governarlo fu presente da sùbito alle classi dirigenti locali, non a caso forgiatesi nel fervido crogiuolo del cattolicesimo sociale, nell’esperienza della riforma agraria e della cooperazione. Lo sviluppo va programmato e governato, è una idea-forza che guida da subito l’azione delle giovani energie di governo. Una legge del ‘59 prevede la possibilità di costituire consorzi fra enti locali ed altri enti pubblici per agevolare lo sviluppo industriale: saranno i Consorzi per l’Area di sviluppo industriale (Asi), il primo sarà quello di Taranto.

L’idea parte dalla Provincia, su proposta dell’allora capogruppo e segretario provinciale della Democrazia cristiana, Antonio Mario Mazzarino, che del Consorzio sarà nel 1960 il primo presidente; sarà l’ente di gestione democratica e partecipata dello sviluppo e del territorio, vedendo la compresenza di amministrazioni locali, industria pubblica e privata, enti e persino – siamo nel 1960… – dei sindacati (attraverso la nomina da parte dei Comuni di consiglieri dirigenti sindacali). Qual era la situazione economico sociale a Taranto a fine anni ’50? La principale industria, l’Arsenale Militare Marittimo, che nel 1947 occupava 12.700 addetti, aveva visto crollare gli occupati – capifamiglia di famiglie monoreddito – a 8.577 nel 1956 e ad appena 6.500 nel 1960; non meglio andavano le cose nei Cantieri Navali Tosi: 3.600 addetti nel 1949, 2.300 nel 1953, 1.200 nel 1960: fra il 1949 ed il 1960 l’occupazione industriale si è più che dimezzata; le altre 23 aziende navalmeccaniche attive nel ‘49 sono nel ‘60 chiuse, ne sopravvivono appena quattro, i cui dipendenti sono scesi da 630 a 186; nelle aziende cessate sono andati persi altri mille posti. La percentuale di addetti all’agricoltura nella Provincia (capoluogo escluso) è insopportabile (44%).

La sottoccupazione è fortissima: i 43mila salariati agricoli non raggiungevano nel ‘60 la media di 100 giornate annue. L’insediamento dello stabilimento siderurgico avrebbe poi sconvolto il profilo urbanistico della città. Vero. Ma qual era questo profilo? Se nel 1951 l’intero Comune di Taranto contava 167.166 abitanti alloggiati in 66.079 stanze, con un già elevato indice di affollamento di 2,53 persone per vano, nella Città Vecchia risultavano risiedere, in appena 9.161 stanze (e in che condizioni) ben 30.672 abitanti, con un devastante indice di affollamento di 3,35 persone per vano (in un misero abituro fatiscente di due stanze, insomma, coabitavano sette persone!). Quanto alle strutture sanitarie, negli ospedali “gli standard sono dieci volte inferiori alla media delle organizzazioni sanitarie nazionali e regionali”. Disoccupazione alle stelle, emigrazione di massa, reddito bassissimo, coabitazione forzata, standard ospedalieri disastrosamente inadeguati. Altro che paradiso preindustriale! “ Ci rendemmo conto che stava per cominciare un’era veramente nuova, ma, nel contempo, intuimmo che la grande acciaieria non avrebbe potuto da sola risolvere la crisi, annosa ed angosciosa, dell’economia tarantina”: non sono considerazioni di decenni dopo, ma valutazioni espresse da Mazzarino, nel 1963.

“In questi primi anni ci siamo infatti proposti innanzitutto di consentire all’Italsider la realizzazione del Centro siderurgico secondo i tempi tecnici programmati. Abbiamo promosso un Piano Regolatore dell’area che considerasse tutte le esigenze, presenti e future, per una razionale industrializzazione della zona. Ci siamo adoperati per richiamare l’attenzione e l’interesse degli operatori economici, coordinandone le iniziative e agevolando l’insediamento delle aziende”. Il piano regolatore – il famoso e purtroppo nei decenni successivi largamente inapplicato Piano Tekne – arrivò, così come le nuove aziende, pubbliche e private. Il reddito pro capite della Provincia di Taranto, che fra il ’51 ed il ’61 aveva fatto rilevare il tasso di accrescimento più basso della Puglia, schizza in alto: 102mila lire nel 1951 (al 56° posto fra le 93 Province di allora), 694mila nel ‘69, 894mila nel ‘70 (e scala 22 posti, arrivando al 34°, prima di tutte le Province meridionali, mentre Bari è scivolata all’80° posto). In quello stesso 1970 il reddito pro capite della Puglia è di 674mila lire; nel ‘76 a Taranto è di 2.220.000 lire (in Puglia 1.608.000). L’occupazione cresce. Il flusso migratorio, che spacca le famiglie ed impoverisce i territori, è fortemente rallentato. E ci sono anche grandi infrastrutture, realizzate o in cantiere. Poi…

di Giuseppe Mazzarino

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