Cronaca News

Siderurgico, come superare i rischi e le paure

Gli errori commessi e gli interventi possibili

Giorgio Assennato
Giorgio Assennato

In occasione del 59esimo anniversario della cerimonia della prima pietra dell’ Italsider di Taranto può giovare avviare una discussione su alcuni punti che hanno ancora una valenza attualissima. Giusto per ricordare che i tenaci assertori dell’insediamento del IV Centro Siderurgico a Taranto non erano dei pazzi indifferenti al benessere dei cittadini tarantini. Una schiacciante maggioranza trasversale (dalla DC al PCI, dal PSI ai sindacati) spingeva perchè sicuri invece che l’insediamento della grande industria a Taranto avrebbe attivato l’ascensore sociale e promosso la crescita socioeconomica e democratica della comunità tarantina.

Ricordo un articolo de La Stampa di Torino sul finire degli anni ‘50 in cui si descriveva una città allo stremo, con una disoccupazione spaventosa e la tendenza allo spopolamento se non proprio alla fuga: segno evidentemente che l’economia delle arance e delle cozze non era in grado di assicurare i mezzi per sopravvivere ai tarantini. Certamente gli errori commessi in quegli anni avrebbero segnato irreversibilmente il destino della citta: l’errato layout industriale con l’area a caldo, la più nociva con le cokerie e i parchi minerari attigui all’area urbana; l’incremento dei residenti del rione Tamburi laddove sarebbe stato necessario scoraggiare la crescita edilizia; l’incomprensibile decisione di costruire scuole elementari e medie a poche centinaia di metri dalle sorgenti emissive più inquinanti. L’inquinamento atmosferico da particolato, ossidi d’azoto e anidride solforosa cinquedieci volte maggiore dell’attuale come risulta dalla relazione del dr. Meduri degli anni ‘70. Anche nel 2003 le concentrazioni di PM10 nelle centraline di Tamburi erano superiori a 70 microgrammi/metrocubo, un valore quasi triplo rispetto a quelli attuali. Se ne deduce che mezzo secolo fa, se la leggenda vuole che un sindaco democristiano che pur di vedere insediata l’ Italsider l’avrebbe messa pure in piazza Vittoria, si riteneva scontata la presenza un impatto sanitario di uno stabilimento industriale, considerato come una sorta di danno collaterale del progresso.

Come per le centinaia di morti bianche verificatesi, soprattutto tra i lavoratori dell’appalto. Anche in una città caratterizzata cronicamente da una modestissima e passiva classe dirigente, c’erano singole voci di persone illuminate che accompagnavano a livello locale gli ammoni menti e le denunce che a livello nazionale, dalle colonne del Corriere della Sera, il grande Antonio Cederna a più riprese esternò. Persino nei testi propagandistici di Italsider si potevano intuire marcate critiche al tipo di industrializzazione imposta a Taranto. Nel volume “L’Acciaio tra gli Ulivi”, commissionato nel 1963 da Finsider allo scrittore Mario Pomilio e corredato dalle stupende litografie del pittore ligure Ugo Sanguineti, sia nel testo sia soprattutto nelle drammatiche figure dei metalmezzadri dalla fronte rugosa alienati tra le macchine della fabbrica, si intuisce una seppur timida preoccupazione per lo scempio ambientale e per la difficile integrazione tra uomo e macchina. Nel corso dei decenni si e verificata una sensibilizzazione crescente della comunità locale sulle tematiche di ambiente salute: un fatto oltremodo positivo. Come vado dicendo da anni, Taranto ha accettato per decenni l’inaccettabile e ora rischia di non voler più accettare nemmeno l’accettabile.

Eppure c’è ancora qualcuno che sostiene la tesi aberrante secondo cui non si dovrebbe fare la valutazione sanitaria preventiva sugli impatti delle emissioni dell’impianto perché rappresenterebbe un limite ingiustificato alla strategia industriale dell’impresa. C’è ancora chi suggerisce di non disturbare il manovratore. Mica si chiudono le autostrade soltanto perchè si verificano degli incidenti stradali anche mortali. Ci si dimentica che in questo caso il rischio è liberamente accettato e condiviso dagli utenti mentre nel caso dell’inquinamento industriale le emissioni stanno da una parte (coi relativi profitti) e le conseguenze sanitarie da un’altra parte, dalla parte dei più deboli tra cittadini: un ragionamento inaccettabile. La soluzione sta nell’effettuare, da parte delle autorità preposte, in un clima di trasparenza e di confronto coi cittadini, valutazioni preventive del rischio che consentano di garantire ai cittadini passivamente esposti all’inquinamento industriale, che nessun danno sanitario misurabile possa verificarsi anche in caso di periodi di esposizione molto lunghi. Un approccio serio di questo tipo che si comincia a intravedere nella gestione del ministro Costa, farebbe spegnere le rivendicazioni non basate sull’evidenza scientifica ma fondate sull’elevata percezione del rischio che nel corso di questi lunghi anni ha caratterizzato la comunità tarantina, sostituendosi alla grave tradizionale indifferenza della città. Di qui il ruolo centrale delle istituzioni scientifiche locali: uno scenario che se gestito correttamente potrebbe consentirci fare il salto di qualità, coniugando in concreto lavoro e salute, interessi dell’impresa e bisogni dei cittadini.

Prof. Giorgio Assennato
Medico chirurgo epidemiologo

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