24 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Gennaio 2021 alle 14:34:27

Cronaca News

Giancarlo De Cataldo: «La vera emergenza? Le fake news»

Giancarlo De Cataldo
Giancarlo De Cataldo

Il pretesto è la presentazione del suo ultimo romanzo. In verità la piacevole serata per “L’angolo della con­versazione allo Yachting Club (realizzata con il sostegno del­la Bcc di San Marzano di San Giuseppe) è stata occasione ghiotta per conoscere la sua opinione sul cammino un po’ tortuoso di questo Paese e di Taranto, la sua città lasciata qualche decennio addietro per stabilirsi a Roma, dove il magistrato Giancarlo De Ca­taldo è anche diventato uno scrittore di successo, tra i più acclamati in Italia.

Magistrato o scrittore, dun­que?
Sono due cose diverse. Le esercito tutte e due, ma sono sempre stato appassionato di scrittura. Non riesco a imma­ginarmi senza scrittura.

Parliamo del suo ultimo ro­manzo: “Alba nera”. Un tito­lo inquietante.
È un noir. La protagonista è una poliziotta di ottima fami­glia – suo padre è un diplo­matico – che scopre di essere affetta da triade oscura, un disturbo della personalità che comporta sociopatia, narcisi­smo, capacità di manipolare il prossimo. Anche per questo è un’ottima cacciatrice di cri­minali, perché capisce la loro psicologia. Ma teme di cade­re nell’abisso, perché i mezzi possono prenderti la mano.

In “Romanzo criminale” e in Suburra” lei ha narrato le vicende della banda della Magliana e in qualche modo ha anticipato anche ciò che sarebbe accaduto con Ma­fia Capitale. Ha mai pen­sato di raccontare la mafia tarantina?
Sulla mafia tarantina ho scrit­to uno dei miei primi testi: “Acido fenico”, che è stato più volte rappresentato a teatro. È la biografia di un camorrista tarantino e si racconta la pe­netrazione della malavita nel siderurgico e nella politica. Per la prima volta fu messo in scena il giuramento della mafia. A Taranto quel testo fu rappresentato molti anni dopo perché, mi si diceva, qualcu­ no avrebbe potuto risentirsi…

Torniamo ai mezzi che pos­sono prendere la mano: l’uso che viene fatto delle intercettazioni. Si riuscirà mai a trovare un punto di equilibrio tra diritto/dovere di cronaca, esigenze inve­stigative e garanzie per chi finisce nel tritacarne delle intercettazioni? Anche lei, qualche anno fa, è finito in quel tritacarne.
Il punto di equilibrio si deve trovare. I giornalisti non rinun­ceranno mai ad una notizia anche se non ha rilevanza pe­nale, perché prevale un’altra considerazione: la rilevanza morale. Ma c’è un aspetto più grande che va affrontato: la vera emergenza oggi è il fake sui social. Credo sarebbe in­teressante e opportuno ab­bassare i toni. Bisogna chie­dersi cosa resta di campagne che distruggono le persone.

Questo è l’effetto di un cer­to giustizialismo che si è affermato nel nostro Paese.
Più che di giustizialismo par­lerei di populismo giudiziario. Oggi chiunque si ritiene in dovere di intervenire su una sentenza senza sapere di cosa si sta parlando e spin­gendo perché si prendano decisioni che piacciono al popolo. Tutto ciò viene am­plificato a dismisura anche dalla carta stampata e que­sto rende difficile l’esercizio della giurisdizione, che è un fatto tenico e che ha bisogno di tempi e rispetto dei tempi. L’Italia è il paese della cultura della pena mite. Grazie anche agli insegnamenti del diritto canoninco, abbiamo impa­rato a far convivere esigenze repressive con la finalità di riscatto della pena. Adesso una manciata di tweet rischia di distruggere centinaia di anni di cultura. Bisognerebbe che i saggi facessero una ri­flessione su questo.

Sembra che il principio si sia capovolto: da innocente fino a condanna definitiva a colpevole fino ad eventuale assoluzione. Da magistrato cosa ne pensa?
Questa è una domanda che andrebbe girata a certi gior­nalisti più che ai magistrati.

di Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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