25 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 25 Ottobre 2020 alle 16:22:59

Cronaca News

L’enigma Arcelor Mittal tra exit strategy e complottismo

I dubbi sul destino del siderurgico. Jehl: «Vogliamo recuperare piena operatività»

Il ministro Luigi Di Maio al tavolo del Mise del 15 luglio
Il ministro Luigi Di Maio al tavolo del Mise del 15 luglio

«La sicurezza è la prima priorità per tutti gli stabilimenti ArcelorMittal e siamo stati tutti profondamente scossi dal tragico incidente avvenuto la scorsa settimana. Mi auguro che il rafforzamento del nostro impegno in materia di sicurezza attraverso la collaborazione con le principali parti interessate, tra cui i sindacati, contribuirà a consolidare ulteriormente i nostri sforzi per migliorare le prestazioni in materia di sicurezza. Mi auguro sinceramente che con questo accordo potremo recuperare la piena operatività e garantire la produzione dell’acciaio di cui i nostri clienti hanno bisogno mentre continuiamo ad attuare il piano industriale e ambientale per affrontare i problemi di sostenibilità a lungo termine dello stabilimento».

Parole di Matthieu Jehl, l’amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia. Pronunciate all’indomani del faticoso “tavolo” che si è tenuto al Ministero dello Sviluppo Economico e presieduto dal ministro Luigi Di Maio. Toni molto più concilianti rispetto a quelli usati qualche ora prima, mentre il confronto al Mise era in pieno svolgimento. Un atto d’accusa, di fatto. L’accusa di non aver incontrato collaborazione nella settimana più drammatica da quando Arcelor Mittal si è insediata alla guida dello stabilimento siderurgico di Taranto. Accuse piombate proprio nel pieno dell’incontro a Roma e che hanno rischiato di far saltare il banco. Accuse messe nero su bianco nella forma di un comunicato inviato a giornali e agenzie, quasi a chiarire le parole che proprio Jehl aveva pronunciato durante il confronto al Mise: il timore o, meglio, la sensazione che si stesse remando contro l’azienda. Un comportamento che Paolo Bricco del Sole 24 Ore, giornale di Confindustria, a Rai Radio Uno ha definito «incomprensibile».

«O Arcelor Mittal è andata nel pallone o pensano ad una exit strategy», ha detto l’autorevole firma del Sole. Il punto di domanda è proprio questo: cosa ha in mente Arcelor Mittal? Lamentare l’assenza di comunione di intenti e spirito collaborativo è apparsa dichiarazione poco fondata. Riflettiamo: i sindacati confederali dopo l’immane tragedia al quarto sporgente hanno proclamato lo sciopero ad oltranza. Una misura pressoché di prassi in casi come questi. Sciopero durato una manciata di ore e immediatamente sospeso non appena dal ministro Di Maio è arrivata la convocazione d’urgenza per il tavolo del 15 luglio. Quindi doppio atteggiamento responsabile: da parte sindacale e da parte ministeriale. Evocare un complotto antiaziendale sembra dunque azzardato. A meno che non si sia arrivati a quelle esternazioni per altre ragioni che tengono sulle spine il colosso dell’acciaio: la cancellazione dell’esimente penale e il provvedimento col quale la Procura della Repubblica ha disposto l’avvio dello spegnimento dell’Afo2. Anche in questo caso, però, dei distinguo vanno fatti. È vero che la cancellazione dell’immunità ha cambiato le regole del gioco a partita in corso e qui Arcelor ha ragioni da vendere. È anche vero, però, che Di Maio ha assicurato che il ministero è al lavoro per superare questo scoglio. Anche al tavolo del 15 luglio ha ribadito che «nessuno vuole chiudere l’azienda».

A rassicurare che non c’è alcuna volontà governativa anti-siderurgico, la convocazione al Mise è arrivata proprio mentre si temeva il rischio di fermo degli impianti. Allo stesso modo è difficile pensare ad un atteggiamento antindustriale della Procura della Repubblica, perché l’avvio dello spegnimento dell’Afo 2 è stato disposto a seguito del rigetto – appena qualche giorno prima – dell’istanza di dissequestro dello stesso impianto. Praticamente un atto dovuto. E allora perché quell’uscita «incomprensibile» di Arcelor Mittal? Forse davvero si è trattato di un momento di confusione dettato dalla pur comprensibile tensione del momento. Certo, se davvero si dovesse arrivare allo spegnimento dell’Afo 2 la gestione dello stabilimento diventerebbe oggettivamente complicata. Ma, anche in questo caso, Di Maio aveva assicurato volontà di mediazione per scongiurare lo spegnimento dell’impianto. Se questi sono i fatti, evocare ipotetici complotti rischia di valoriz zare quell’altro teorema complottista secondo cui Arcelor sarebbe sbarcata a Taranto solo per acquisire quote di mercato ed evitare di concedere campo a possibili concorrenti. Forse la verità va cercata altrove. E qui, nella stessa trasmissione radiofonica, si sono ritrovati sulla stessa lunghezza d’onda sia Bricco che il sindaco Rinaldo Melucci. Forse Arcelor Mittal non si aspettava che a Taranto, scherzi climatici a parte, la temperatura fosse così elevata.

«Credo – ha detto il giornalista – che Am non avesse capito il groviglio di situazioni che avrebbe incontrato a Taranto. C’è stata sottovalutazione». «Questo – ha detto Melucci – non è un sito come altri. Mittal sapeva che ci voleva un elettroshock. Fino ad oggi, però, non c’è stata alcuna compensazione per la città, vediamo poca convinzione e una certa leggerezza. Sembra stiano facendo di tutto per dare ragione a chi pensava ad una operazione speculativa e non di rilancio dello stabilimento». Ovunque sia la verità, è abbastanza chiaro che il destino della più grande fabbrica d’Europa sarà deciso nelle prossime settimane. Al netto di ogni complottismo, i due nodi da sciogliere restano l’immunità e l’Afo 2. Se il governo non sarà in grado di scioglierli – più per incapacità che per volontà – la via d’uscita potrebbe essere obbligata.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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