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Così Di Maio vuole salvare l’ex Ilva

Attese iniziative per immunità penale e Afo 2

Luigi Di Maio
Luigi Di Maio

C’è stato un mo­mento in cui il destino dello sta­bilimento siderurgico di Taranto è sembrato segnato. C’è stato un momento in cui il tavolo del 15 luglio convocato dal ministro Di Maio sembrava dovesse rompersi le gambe e precipitare rovinosa­mente per terra. È stato quando è circolata la dichiarazione con la quale Arcelor Mittal denunciava assenza di spirito di collaborazio­ne. È il comunicato ormai noto, quello che sembrava aver rotto ogni argine diplomatico per una trattativa dall’equilibrio fragilis­simo, vissuta sul crinale emotivo della tragica morte di un operaio. I sindacati sono stati sul punto di chiudere ogni spiraglio di dialogo. Qualche testimone assicura che si sono vissuti momenti di altissima tensione, persino di intemperanze verbali. Poi, forunatamente, tutto è rientrato e proseguito fino alla mezzanotte, quando è stato sot­toscrito il sofferto verbale sulla sicurezza all’interno dello stabi­limento.

Sono stati momenti in cui si è creduto davvero che Arcelor Mit­tal potesse rinunciare all’ex Ilva. Una ipotesi che ancora oggi non è del tutto scongiurata, perché, come già detto in altre occasioni, ci sono due spade di damocle che pendono sul prosieguo dell’impe­gno su Taranto del più importante gruppo siderurgico al mondo.

Il primo: l’immunità penale. Allo stato, l’immunità, così come con­cepita dai precedenti governi, scade il 6 settembre. Giorno in cui l’acciaieria più grande d’Eu­ropa potrebbe abbassare la saraci­nesca, così come minacciato nelle scorse settimane da Geert Van Poelvoorde, amministratore de­legato di Arcelor Mittal Europa. Su questo aspetto Luigi Di Maio è stato chiaro: allo stesso tavolo del 15 luglio, incalzato dalle par­ti, ha assicurato che nei prossimi giorni gli uffici del suo ministero tireranno fuori dal cassetto la so­luzione per consentire ad Arcelor Mittal di proseguire nella realiz­zazione del piano ambientale sen­za dover pagare per responsabilità che evidentemente sono in capo alle precedenti gestioni dello stabilimento. Un provvedimento legislativo, quindi, sarebbe immi­nente. Una lezione per lo stesso ministro, probabilmente oggi più consapevole della differenza che passa tra propaganda populista e governo di un Paese. Più o meno un anno fa, tanto per fare un esempio, lo stesso Di Maio soffia­va benzina sul fuoco, spalleggiato da Michele Emiliano, agitando lo spettro di presunte irregolarità nelle procedura di assegnazione dell’Ilva ad Arcelor Mittal. Parole buone a scaldare i cuori del suo elettorato più focoso ma non a risolvere una vertenza così male­dettamente complicata. E infarci­ta di proganda è apparsa anche la decisione di inserire nel Decreto Crescita la norma per abrogare lo scudo penale, salvo oggi ten­tare acrobaticamente di mettere una pezza di fronte al rischio che chiuda lo stabilimento di Taranto e con esso vengano trascinate nel buio migliaia di posti di lavoro e tutta la filiera italiana legata alla produzione d’acciaio di questo impianto siderurgico.

Poi c’è l’altra grande questione: l’altoforno numero 2, quello per il quale la Procura, dando seguito al rigetto della istanza di disse­questro, ha disposto l’avvio delle operazioni di spegnimento. Senza Afo 2 oggi lo stabilimento non si regerebbe in piedi: dalle attuali 5 milioni di tonnellate si scendereb­be a non più di 3,5. Poche, trop­po poche per mandare avanti un colosso del genere. Qui si gioca una partita tutta tecnica tra Am e Amministrazione Straordinaria, da una parte, e Procura dall’altra, per capire come questo altoforno possa funzionare senza mettere a rischio la vita dei lavoratori e allo stesso tempo superando le osser­vazioni della Procura. Alcune prescrizioni a suo tempo dettate sono state adempiute, altre no. Anche in questo caso, tuttavia, Di Maio ha promesso un suo inter­vento. L’Afo 2, peraltro, è un im­pianto che sarà fermato nel 2023, quando, secondo i tempi del piano di risanamento, dovrebbe tornare come nuovo l’Afo 5. Impensabile che fino a quella data una società che già oggi perde 1,5 milioni di euro al giorno possa permettersi di appesantire ulteriormente il proprio bilancio.

E se a questo punto scattasse il piano B, cioè la chiusura dell’a­rea a caldo? Anche in questo caso bisognerebbe predisporre misure per attutire i pesanti contraccol­pi occupazionali e produttivi. Ma questa ipotesi sarebbe stata scartata dallo stesso ministro Di Maio, che invece avrebbe assicu­rato continuità produttiva, preci­sando che una eventuale chiusu­ra dell’area a caldo sarebbe stata ipotizzabile prima della sottoscri­zione dell’accordo del 6 settembre 2018 (firmato da questo governo). Ad accordo chiuso, anche l’area a caldo resterebbe blindata.

Come è diversa la propaganda dalla responsabilità di governo…

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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