Andrea Camilleri
Andrea Camilleri

La morte di Andrea Camil­leri. Come sempre accade ci si trova davanti a delle scelte anche critiche in questi momenti. Bisogna farle con coerenza. Sarò di certo fuori dal coro. Lo so. In queste ultime ore si sta sper­ticando nel nome di Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle il 6 settembre 1925 e morto a Roma il 17 luglio del 2019. Umanamente sono molto addo­lorato per la sua scomparsa. Era una voce polemica all’interno del contesto letterario e politico e si apriva a vaste considerazioni che alla fine propone­vano, comunque, un pensiero unico, guai a contestarlo.

Ho conosciuto Camilleri molti anni fa e la sua impaginatura scenografica e soggettistica aveva un significato. I suoi personaggi hanno creato im­portanti percorsi all’interno della let­teratura e del cinema. Sebbene abbia lavorato su svariati personaggi, molti dei quali trasposti in chiave televisiva, il suo personaggio più conosciuto è senza dubbio il commissario Montal­bano del quale è doveroso, per onestà intellettuale, evidenziarne la carenza di originalità.

Ancora oggi quando si parla di film gialli, non si può non ritornare con la mente al Tenente Sheridan, (al quale ha lavorato anche Camilleri) magistral­mente interpretato da Ubaldo Lay, che continua a rimanere una figura di spic­co soprattutto in Italia. Dietro al perso­naggio del “commissario” si aggirano molte figure che contribuiscono ad arricchire la sua soggettività e il l’im­maginario dei lettori e telespettatori. Il successo di questo genere letterario-televisivo-cinematografico ha portato anche alla creazione di canali televisi dedicati quali, uno tra tutti, “Giallo” nel cui palinsesto spicca l’elegante e cari­smatica figura dell’ispettore Barnaby. Un personaggio che nasce da testi letterari e che ha una suggestività no­tevole.

Camilleri ha ideato il “commissario si­ciliano”, peccando però di originalità. A mio avviso il maestro in questo ambito continua a rimanere un grande scritto­re, purtroppo oggi del tutto dimentica­to. Mi riferisco a Leonardo Sciascia.

Camilleri ha costruito la sua fortuna pseudo-letteraria intorno all’invenzione del personaggio. Ma non basta. Il per­sonaggio da sé, non si regge né in let­teratura, né nel cinema o in televisione. Egli necessita di una caratterizzazione che viene data dagli ambienti, dalla re­altà, dal territorio nel quale si muove ed agisce.

Senza la Sicilia Montalbano cosa sa­rebbe stato? Senza il pretesto di quella forma dialettale, cosa avrebbe signifi­cato? In questo caso specifico il per­sonaggio ha avuto bisogno di essere calato in una realtà bene definita, quel­la di Licata appunto e con personaggi che giocano sul riso. Pirandello ha in­segnato molto.

È proprio qui che si gioca il contra­sto che ha giovato a Camilleri: quello di creare un personaggio all’interno di una realtà che l’autore conosceva perfettamente, ovvero la Sicilia e quel particolare territorio. Ciò, tuttavia, non fa di Camilleri un grande scrittore o maestro. Non lo è! In passato abbia­mo avuto diverse eccellenze letterarie del livello di Fruttero e Lucentini. Due straordinari romanzieri di grande stile ed eleganza che restano nella storia letteraria, quella vera.

Camilleri, oltre Montalbano, non la­scia nulla. Non dobbiamo incorrere nell’errore di attribuire alla sua opera il sentiero dell’originalità. È triste do­verlo sottolineare in questo particola­re momento. Io ho evidenziato questi aspetti già vent’anni anni fa, in un mio libro. Dopo averlo conosciuto e letto, mi sono reso conto che dietro la figura del commissario vi era un vero e pro­prio lancio pubblicitario che nasceva da una sicura tradizione in cui i “com­missari” stavano sempre al di sopra di sogni sospetto. Oltre alle vicende di Montalbano, Ca­milleri non lascia nulla sul piano lette­rario, così come anche nella visione letteraria. Perfino la sua ultima perfor­mance dedicata a Tiresia, che ha spet­tacolarizzato il tutto, ha avuto il taglio del teatro minore con una teatralità di gran lunga inferiore rispetto al grande teatro greco e latino e alla rappresen­tazioni teatrali di altro tenore. Di certo non si può accostare il Tiresia di Ca­milleri alla visione omerica-virgiliana o a quella greco-latina. Dobbiamo fare un distinguo altrimenti si rischia di cre­are dei falsi mostri teatrali e letterari.

In lui c’è stata un po’ di supponenza nel suo riferirsi a Sciascia e a Pirandello di­chiarando addirittura, per esempio, di quest’ultimo, la sua estraneità all’ide­ologia fascista e nel voler considerar­ne la visione letteraria in maniera del tutto leggera. Sciascia è il grande pro­tagonista del romanzo e del film, non solo di tematica mafiosa. Si pensi a Il Giorno della civetta. Un classico del­la letteratura italiana in questo ambito. Quale sarebbe il classico di Andrea Camilleri? Qui è il punto. Gli episodi del commissario Montabano sono ripetiti­vi, nonostante l’interpretazione buona dell’attore. Ma se dobbiamo creare un legare tra Camilleri, Montalbano e let­teratura io non ci sto, perché non c’è letteratura. Vi è una forma di recupero etnoliguistico, a volte, legato alla pe­culiare gestualità dei personaggi, ma si tratta di un format prestabilito che si ripercuote di volta in volta, privo di scavo innovativo, nel quale si prevede ogni cosa in anticipo. Credo sia difficile discutere oggi di questo, ma attenzio­ne perché qui bisogna porre delle pre­messe che sono di natura letteraria e culturale. Non vi sono dubbi sul fatto che Camilleri abbia dato un rilevante contributo alla letteratura nel recupero del dialetto, ma non è sufficiente per essere definito un grande scrittore. Lo ribadisco. Il suo successo è stato dato dal personaggio (Salvo Montalbano, alias Luca Zingaretti), ovvero dai vari personaggi (tre in particolari: Mimì in­terpretato dal bravissimo Cesare Boc­ci, Peppino Mazzotta nelle vesti dell’i­spettore Fazi, Catarella interpretato da Angelo Russo) che si è voluto creare intorno alla figura di Montalbano.

C’è il Montalbano-Camilleri e poi? Gli altri testi in cui Montalbano non com­pare, o in cui la visione del cosiddetto “commissario” non esiste, sono testi di poca considerazione. Offrono un mini­mo contributo al concetto di letteratu­ra. Un altro interrogativo mi sorge, non da oggi. Credo che sia stato il commis­sario Montalbano a creare Camilleri? Può essere? Certo!

Riguardo le sue posizioni ideologiche, ritengo che non abbiano apportato nessun particolare giovamento alla letteratura, in quanto certi giudizi dati da uno scrittore non possono essere un fatto positivo. Sono sempre stato dell’avviso che lo scrittore debba fare lo scrittore, debba inventarsi le storie, costruire i suoi personaggi, recitare e recuperare il senso del destino della letteratura stessa.

Torno a parlare di Sciascia. Un uomo che aveva delle precise idee e posizioni che è riuscito sempre a tenere da parte rimanendo “leggero” e “distante” dal­le considerazioni personali. Pensiamo alla grande lettura profetica dell’Affai­re Moro. Che grande coraggio! Che grande verità! Sciascia è stato, infatti, un profeta riguardo la questione Moro. In Camilleri vi è ripetizione e considera­zioni scontate rispetto ad alcuni scrit­tori anche siciliani.

Ecco perché è bene riflettere sul ruolo di Camilleri in letteratura. È triste dover scrivere oggi: “muore uno scrittore, muore un personaggio”, ma attenzione a non farne una icona della letteratura perché di fatto non lo è. Un maestro? Non capisco di cosa. I maestri sono ben altri in letteratura. Puntualizziamo e non esageriamo. Ma ritornerò in se­guito su tale “questione” Camilleri. Ma invito a leggerlo prima che si possa de­finire scrittore. Se Camilleri ha creato Montalbano il commissario Montalba­no ha creato il personaggio scrittore.

2 Commenti
  1. ENZO 1 anno ago
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    Ho letto l’articolo del dr. P. Bruni e mi ha lasciato stupito per l’ironica filippica scritta al solo scopo di denigrare uno scrittore che ha avuto un enorme successo. Accostarlo, per denigrarlo, ai vari Sciascia, Pirandello mi pare di cattivo gusto contro una persona che non può più rispondere. Oppure accostare il personaggio a Barnaby è altrettanto fuorviante per diversità del personaggio. Poi scrivere che il personaggio ha creato lo scrittore invece di dire ciò che la storia dice e cioè: che Camilleri inventò il personaggio, dandogli anche il nome. per onorarlo, dopo aver conosciuto nel 1998 a Bologna, presentatogli dall’On/le Massimo D’alema il grande Manuel Vázquez Montalbán. Mi sorge un dubbio perchè il dr. Bruni nel suo articolo è stato così cattivo ? Spero che lo stesso dica qualcosa in merito. Grazie e saluti.

  2. Gianpaolo Monteleone 1 anno ago
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    Che predica, sgradevole ed inopportuna, così contaminata da un retroterra culturale a intensa coloritura politica. Mi pare di rileggere le parole di Marcello Veneziani stesso tono e stessa lettura del personaggio e del suo autore. Se per uno può essere un caso interpretativo per due diventa un’adunata sediziosa contaminata dal bisogno di voler, ad ogni costo e per recondite ragioni, forzare la mano con un giudizio oserei dire gratuito (ma non voglio dirlo). Voler accostare Sciascia a Camilleri è una forzatura pretestuosa, per la diversa dimensione del racconto e per i diversi riferimenti socio-culturali e, se mi consentite espressi “a babbo morto”. Montalbano è un personaggio seriale come poteva esserlo il Maigret di Simenon, inconsapevole della grandezza di Gino Cervi che ne rese, per sua maestria, un personaggio già accattivante da un punto di vista non solo televisivo ma, oserei dire letterario e non secondario all’interpretazione di Jean Gabin che si muoveva dietro la macchina da presa che è cosa diversa dalla ripresa televisiva sia da un punto di vista tecnico sia da un punto di vista del tono e dei tempi della recitazione e dallo spessore recitativo dell’attore Francese somaticamente impostato di suo per quella interpretazione. Aggiungerei Nero Wolfe un personaggio di fantasia nato dalla penna di Rex Stout; il cui esordio letterario risale al remoto 1934. L’io narrante dei romanzi di Nero Wolfe è il suo assistente e tuttofare Archie Goodwin, ormai abituato al suo eccentrico datore di lavoro, all’epoca interpretati Wolfe da Tino Buazzelli e Goodwin da Paolo Ferrari. Poi rivisitato nell’interpretazione, anche questa televisiva, da Francesco Pannofino nei panni di Wolfe e da un impareggiabile Archie Goodwin interpretato da Pietro Sermonti, che ne hanno reso un racconto diverso ma non meno godibile rispetto al Buazzelli che, per la cronaca, ha spaziato, con grande tenore recitativo dalla TV al teatro di Bertolt Brecht. I personaggi e le vicende di Nero Wolfe, come in Sherlock Holmes presentano alcuni analogie, dalla scorbutica genialità del protagonista, al fatto che entrambi abbiano il proprio assistente come narratore delle rispettive vicende. Montalbano è invece l’immagine non cupa e temeraria della “mafia” ma di una Sicilia più concretamente vera nella sua semplicità e ad una scala d’azione più periferica che trasfonde nell’ambiente e nella solarità geografica del luogo le vicende che sono quasi quotidianità, senza voler negare l’azione distruttiva della contaminazione mafiosa come nel “Giorno della Civetta” racconto che trae spunto dall’omicidio di Accursio Miraglia, un sindacalista comunista, avvenuto a Sciacca nel gennaio del 1947 ad opera della mafia di Cosa Nostra. E allora? Qual è la pochezza di Camilleri? Non v’è alcun bisogno di ricorrere a paragoni, ed ancora l’inconsistente pretesto nel far confronto con Franco Lucentini, notissimo scrittore italiano ed a Carlo Fruttero, autori di romanzi di successo; “La donna della domenica”, “A che punto è la notte”, “Il palio delle contrade morte”, ecc. Scrittori di indiscussa qualità letteraria ma d’altro tono e d’altra metrica narrativa. La domanda nasce spontanea, diceva Lubrano: È più santo San Pietro o San Francesco?

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