26 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Gennaio 2021 alle 15:19:23

Cronaca News

L’ultimo saluto a Mimmo Massaro

I funerali del gruista di Arcelor Mittal

L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro

FRAGAGNANO – Ci sono le lacrime di un intero paese a salutare Mimmo. Lacrime che bagnano i volti semplici di persone umi­li. In quelle lacrime silenziose c’è la digni­tà di una comunità intera. C’è la famiglia, ci sono gli amici, i compagni di lavoro. La piazza Toniolo accoglie una folla ordinata e commossa, di una compostezza antica. Di gente che sa cosa è il dolore del lavoro che ti ruba la vita, il mistero angosciante della morte che ti rapisce improvvisa e assurda. Prima di Mimmo era toccato ad Antonio, il vigile del fuoco ucciso mentre cercava di spegnere un incendio. Mimmo, invece, cercava di manovrare la sua gru, al quarto sporgente. Come un comandante che tenta di condurre la sua nave al sicuro mentre si scatena la tempesta. La tempesta, però, ha avuto la meglio. Sulle inefficienze e sulle negligenze che già sette anni prima avevano inghiottito un’altra vita.

L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro
L’ultimo saluto a Cosimo Massaro

Erano in migliaia giovedì pomeriggio a Fragagnano a dare l’ultimo saluto a Mim­mo Massaro. C’erano tutte le autorità civili e militari, c’erano operai e dirigenti di Ar­celor Mittal. L’arcivescovo Filippo Santoro sceglie la storia del profeta Giona per cer­care una luce che possa dare un senso ad una perdita così drammatica e prematura. Giona, inghiottito anche lui da una tempe­sta. E monsignor Santoro cita anche una telefonata avuta con Primula, la sorella di Mimmo. Una telefonata nei giorni delle disperate ricerche: «Don Filippo, ho come visto Mimmo, rannicchiato in un angolo; cercava qualcuno che lo venisse a prendere per la mano, poi ho visto una luce: era Gesù; sì, ora è con Gesù».

Ma questa, vista con sguardo laico, è solo la parte consolatoria di questa omelia funebre. Perché monsignor Santoro non rispar­mia affatto l’atto di accusa: «Non possiamo rassegnarci, per nessuna ragione al mondo, all’idea che la vita possa essere subordina­ta a qualsiasi altro principio né tantomeno relegare alla fatalità quello che è accaduto a Mimmo, quando sappiamo e ricordiamo, con un’altrettanta ferita aperta, la morte di Francesco Zaccaria, vittima anche egli nel­le stesse modalità di Mimmo. Tutto ciò è assurdo e cinicamente beffardo per i lavora­tori e per i tarantini».

Parole sferzanti, quelle dell’arcivescovo, che ha saputo richiamare la fase drammatica e complicatissima che vive lo stabilimen­to siderurgico: «Quest’ennesima morte è un’altra lezione dolorosa e insopportabile di come le politiche industriali e la complessi­tà del sistema di questo grande stabilimento non siano ancora allineati con il vero benes­sere dell’uomo. C’è un vento malefico che ogni volta sembra vincere sul vento buono delle rette intenzioni e sullo sguardo pro­positivo sul futuro. Chiedo per rispetto alla famiglia di Mimmo e per tutti noi che si faccia chiarezza e giustizia».

C’è rabbia nelle parole di Santoro. Paro­le che reclamano giustizia e rivendicano il diritto ad un lavoro che dia vita e non che rubi la vita: «Vorrei gridare ancora una volta “basta morti; si lavora per vivere, non per morire”. Ora dico basta al rimpallo di responsabilità, agli impianti fatiscenti, alla logica del puro profitto, basta alla vergo­gnosa strumentalizzazione di questo dolore per qualsiasi motivo. Chi ha competenza si senta responsabile di dare delle risposte e delle soluzioni immediate, senta l’impegno bruciante e scomodo di metterci la faccia e di rischiare veramente per Taranto dove a rischiare e a perire sono solo i poveri! Sono solo i lavoratori. E questi prima di ogni stra­tegia economica e politica vogliono solo lavorare. Ma con sicurezza e dignità difen­dendo la salute e l’ambiente. Lo dobbiamo alla famiglia di Mimmo e a tutte le vittime sul lavoro». E non ha mancato di ricorda­re, l’arcivescovo, proprio il vigile del fuoco Antonio Dell’Anna, morto appena qualche settimana fa.

In un angolo, appoggiati ad una delle pareti bianche del paese, piangono alcuni compa­gni di lavoro di Mimmo. Gruisti anche loro. Mordono rabbia per quest’altra tragedia che si ripete identica sette anni dopo quella di Francesco Zaccaria: «I problemi a quella cabina erano stati segnalati da anni. Quelle macchine avevano concluso il loro ciclo di vita. Quella maledetta sera il vento soffiava a 110/120 chilometri orari, a quella velocità una gru come quella dove stava operando Mimmo non avrebbe dovuto subire nulla. Solo per caso i morti non sono stati di più, perché pochi minuti prima dalla gru era sceso un altro giovane collega che era in ad­destramento con Mimmo. Noi vogliamo es­sere parte attiva nelle riunioni sulla sicurez­za. Quel giorno non ha funzionato nulla».

Proprio quel «non ha funzionato nulla» squarcia il cuore e impone un atteggiamen­to profondamente responsabile perché non trascorrano invano altro tempo e altre tra­gedie, se a questo stabilimento si vuole dav­vero dare ancora un futuro.

Ma, come ha concluso l’arcivescovo, «se siamo qui oggi, se abbiamo portato Mimmo ai piedi dell’altare, sotto il cero pasquale, è perché siamo animati da una speranza più forte del vento che ha sradicato quella ca­bina, anche se non possiamo nascondere lo sconcerto, l’angoscia e le lacrime». E quella speranza più forte del vento vorremmo che animasse chi può e chi deve.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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