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Lo scrittore dei miti è partito per la terra delle Sibille

La scomparsa di Luciano De Crescenzo, il grande divulgatore di filosofia

Luciano De Crescenzo
Luciano De Crescenzo

I miti gli eroi le armi. Il medioevo. E Socrate che campeggia con la sag­gezza del filosofo che scrive di anima e magia. Le eroine e le amanti. Le donne al di so­pra di tutto. Elena Elena Elena, amore mio! Le donne di Lucia­no De Crescenzo sono nella vita nel mito nella letteratura. Gli dei e le dee. La Penelope di Odisseo rimasta in attesa di un uomo che di fece chia­mare Nessuno. Le donne di Bellavista che nella Napoli dei quartieri alti e bassi diventano Maria Sofia o Fiammetta.

Il regista della città mai morta e sempre vitale tra il linguag­gio di Di Giacomo e lo sguardo della Serao. Poi il canto popo­lare con Renzo Arbore. Bhe! Luciano De Crescenzo era uno scrittore della parola bella e della filosofia profondamen­te ironica. Il napoletano inge­gnere milanese e poi romano con la Grecia nel cuore e So­crate nell’anima.

Gli anni passano… Anche gli scrittori e gli uomini. La filoso­fia e la letteratura restano.

Fu qualche tempo fa che ci incontrammo. Al premio Stre­ga. Puntalissimi. Troia Elena e Nessuno erano i nostri temi. L’ulissimo che intrecciata tutta la nostra esistenza.

La Grecitá tra il mito e la filo­sofia oltre la prima avventura chiamata Bellavista. Un vero scrittore moderno che non aveva mai dimenticato quella classicità in cui la mediterra­neitá era l’incipit di un esiste­re nella tradizione delle forme, dei costumi e dei linguaggi.

È scomparso anche Bellavista

Il mio amico, caro in una fase della nostra vita, quella grisia­na, è partito oltre la profezia. Ci penseranno gli dei ad ac­compagnarlo tra gli archetipi e la sua Napoli rimasta sempre a Santa Lucia.

Luciano Dr Crescenzo non c’è più. Era nato a Napoli nel 1928. Morto a Roma il 18 luglio di quest’anno. Tutto possiamo dire su Luciano. Tanto. Il suo costante interrogarsi sul con­cetto di dubbio. La presenza di Elena. Il Bellavista che parlò come la saggezza che viveva dentro la sua ironia.

Sarà il tempo a dare ragione dello scrittore esperto di inge­gneria idraulica che di occupò ben presto di linguaggi. Dalla letteratura al fare cinema. Dal­la recita dei morti Troiani a So­crate. Dall’invincibile inquietu­dine del mondo moderno alla malattia vissuta fino all’ultimo come un destino legato ai studi filosofici sulla temperie greca – ellenica sino a scavare nella complessità della realtà medioevale.

Nel cerchio infinito il dare e l’essere degli Dei che lo han­no sempre accompagnato. Uno scrittore che ha cercato nella filosofia la tradizione di un intreccio tra l’ironia napole­tana e gli epicentri dei mari di Ulisse ed Enea con al centro le donne. Infatti nei suoi libri, non solo in quello dedicato ad Elena, la donna ha sempre occupato un punto centrale tra il linguaggio è l’interrogati­vo sulla morte. Ha fatto della sua scrittura un parlare con il quotidiano fino a toccare la comunicazione internitizzata.

Uno sguardo impeccabile con quei suoi occhi di mare calmo, sereno, e rassegnato. Come gli antichi saggi che conosco­no il tempo della vita è il tem­po della fine.

Si confessa senza preamboli nella sua ultima autobiografia, nella quale scava nel suo esi­stere nelle città. Bellavista ha dato la notorietà. Ma era scrit­tore che si è confrontato con la macchina da presa, con il recitare, con la musica popo­lare napoletana.

Napoli nell’anima e forse Mila­no nella sua storia come Roma nel suo vivere. I suoi testi sulla filosofia greca hanno insegna­to a comprendere la grecitá profonda oltre l’accademismo.

È riuscito a penetrare un elle­nismo filosofico che è giunto addirittura sino a Kant. Ma è rimasto sempre uno scrittore nella filosofia intrecciando i dati metafisici con le metafo­re. La sua scrittore è stata una costante ironia dentro le me­tafore. Siamo tutti nel vissuto meridionali. Diceva spesso.

Ma chi era Bellavista? Un nuo­vo Socrate tra le vie di Napoli. A Socrate dedica un libro se­ducente. Come agli eroi agli dei d’amore di guerra di bel­lezza di profezia. Riusciva a cogliere sempre la bellezza. Sia nella scrittura che nel vo­cabolario orale.

Con quella sua cadenza na­poletana sapeva vivere l’e­leganza in un vestito bianco con cappello. La canzone na­poletana era una eredità non solo del linguaggio ma della infanzia. Fa parlare Ulisse nel viaggio dei mari e ricostruisce il fuoco di Troia come la con­segna di un indovino.

Uno scrittore unico e originale nella tradizione mediterranea in cui la filosofia non la si cer­ca, ma la si vive nella quotidia­nità. Passo lento e paziente diceva che i problemi è l’uomo a crearseli ma deve avere la percezione di risolverli senza lasciarsi precipitare nella tra­gedia.

Luciano De Crescenzo non è stato soltanto uno scrittore. Si è servito della letteratura per non far dimenticare la filoso­fia. I miti e gli dei, gli eroi e i naviganti greci e medioevali si sono imbarcati sulla sua vela e viaggiano.

Nella nostra esistenza han­no tratteggiato un modello. La pazienza è una saggezza “saggia”. La letteratura ha an­che questo involontario per­corso. In De Crescenzo tutto ciò si abita. Lo scrittore che non ha mai abbandonato la fi­losofia si racconta per il gusto di divertirsi. Sorridere. Oltre il quotidiano e il reale. Beviamo­ci un caffè per onorare i suoi e nostri caffè presi anche a Na­poli nel bar del piazzale della grande Chiesa di San France­sco di Paola. Gli anni passano. Gli scrittori anche. La lettera­tura resta.

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