16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 18:03:30

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«Sfacciata Taranto, madida dei suoi vini»

I banchetti tarantini erano tra i più famosi dell’Antichità

Un vaso dell'antica Grecia
Un vaso dell'antica Grecia

Terminato il banchetto e sbaraccate le mense iniziava il symposion, la parte essenziale della cena greca, importante anche in Magna Grecia. I convitati eleggevano un simposiarca, gli schiavi portavano le anfore di vino ed il cratere (il «miscelatore », il grande vaso per effettuare la miscela di acqua e vino). Al simposiarca spettava determinare le proporzioni della mescolanza (presso i Greci il vino puro, non mescolato, àkratos, era considerato praticamente veleno!) e fissare il numero delle coppe da bere.

Durante il simposio si sgranocchiavano lupini, ceci tostati, nocciole, mandorle, olive, polpettine, dolcetti ed altre sciocchezzuole (con la funzione di tamponare lo stomaco fra una bevuta e l’altra, un po’ come nella Spagna d’oggi si fa con le tapas), mentre l’ambiente veniva allietato da musiche, danze, declamazioni di versi, talvolta veri e propri balletti e rappresentazioni teatrali in miniatura, e i convitati, come nell’Ellade propria, discorrevano amabilmente dei massimi problemi o di questioni assolutamente più frivole ed immanenti. La progressiva laicizzazione del banchetto e del simposio portò alla nascita – nella Sicilia greca – di una parodìa della libazione, un gioco erotico chiamato kòttabos: si effettuava lanciando con una coppa gocce di vino verso un bacile. Dal suono e dall’affondamento di eventuali oggetti ivi galleggianti si traevano auspici per imprese amorose. Pare anche che al cottabo ci si giocassero direttamente i favori di etère o dei “ragazzi” messi a disposizione dal padrone di casa. Scene di cottabo sono esemplate in numerosi crateri e vasi magnogreci, compresi alcuni custoditi oggi nel Museo di Taranto.

Che i banchetti tarantini dovessero essere, oltre che splendidi e lussuosi, lussuriosi, è confermato dalla fama di lascivia e lussuria che sempre ammantò Taranto, anche dopo la caduta e la trasformazione in una periferica colonia dell’impero di Roma: anche ammettendo che si sia voluto un po’ esagerare, per contrapporre il mito della decadente e degenerata Taranto a quello (altrettanto esagerato) della purissima e durissima madre Sparta, resta in una serie amplissima di campi la testimonianza di una città che la dolcezza del clima e l’ubertosità delle terre (per non dire dell’altissima qualità dei vini) aveva reso voluttuosa quant’altre mai: già lo pseudo-Platone dell’epistola VII condannava, oltre ai banchetti, l’intesa attività sessuale dei Tarantini (e dei Siracusani); nelle Leggi è Platone, senza dubbi di attribuzione, a mettere in scena un Lacedemone indignato nel vedere «l’intera città ubriacarsi alle Dionisie»; Giovenale ci dipinge una città sempre ubriaca, la « sfacciata ed incoronata Taranto, madida dei suoi vini», alla quale rinfaccia di aver corrotto Roma; secondo Teopompo ed Eliano i Tarantini erano avvezzi a bere fin dalle prime luci dell’alba e si presentavano barcollando nell’agorà (la fama dei Tarantini di essere eccessivamente devoti a Dioniso resterà nei secoli; quanto alle ragazze tarantine, descritte come molto belle, erano però considerate troppo inclini alle fatiche erotiche; addirittura un rimedio contro le malattie veneree fu battezzato tarantinidion.

Ma i tarantini erano anche musici e poeti e commediografi, atleti e cavalieri; e quand’era occasione, guerrieri valorosi, come nell’arco dei secoli impararono tutti i popoli locali, Romani non esclusi: la «imbelle Tarentum», la «molle Tarentum» oraziana, la città «in qua molles et luxuriosi nascuntur», come chiosa uno scoliaste dell’Eneide, non era una città di rammolliti. Era, più semplicemente, una città ricca e potente; raffinata, sapiente; in netto anticipo sui tempi; troppo civile per il contesto in cui si trovò, ricca di teatri, terme, palestre, biblioteche, sale per concerti, scuole, portici, statue, giardini.

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