18 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 17:24:06

Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi

Aveva solo dieci anni allorchè Giacomo Leopardi incontrò il grande stratega, filosofo e uomo di Stato, Archita da Taranto.

Lo incontrò mediante il poeta Ora­zio per volere del suo precettore don Sebastiano Sanchini nella traduzione dell’ode ventottesima del libro I°.

Nella sua lirica Orazio pregava un nocchiero che passava per il “Litus Matinus” di voler ricordare un nau­fragio per il quale si raccontava che il grande ed illustre uomo tarantino era naufragato e di spargere un po’ di terra su quella sabbia che certamente aveva ricoperto il corpo di quel gran­de uomo.

Questo atto di misericordia sarebbe piaciuto agli dei, a Giove e a Nettuno, dio del mare, quest’ultimo, e vicino alla città di Taranto mediante il suo fi­gliolo Taras, portato ivi sul dorso di un delfino.

Taranto non potè dare sepoltura al suo illustre figlio e certamente non era leggenda, ma realtà, che Archita, secondo il fato, sarebbe naufragato presso Matino che non era una loca­lità salentina, ma una località dauna.

Dare sepoltura, o meglio, onorare una sepoltura, era nella grande “pietas” per i romani.

Leopardi, dunque, aveva dieci anni quando tradusse l’Ode, riportando, nella lingua italiana, il metro oraziano che è uno dei più difficili: “l’Alcmanio”.

“O Archita, che l’arena innumerabile / misurasti e la terra e la marina / di poca polvere ricopre nell’antica Mati­no / il corpo mortale.

Oh navigante polvere getta tre volte e torna al mare. / Gli dei ti saranno be­nevoli / anche se il mare non è bene­volo con gli uomini.

Onora quel morto che Archita ha nome”.

Una traduzione di un ragazzo di die­ci anni, veramente brillante, e che fra l’altro, ha suscitato l’ammirazione del Pascoli e di un illustre latinista grotta­gliese, padre Stea, studioso di Orazio.

Una riflessione mi viene a mente, an­cor più quando passo per piazza della Vittoria e vedo che quel liceo dedicato al grande Archita è muto, è vuoto di anime, è malato da tempo nel suo grande palazzo degli Uffici.

Un esempio desolante per una cit­tà che pare non avere memoria del passato; e per i tanti giovani; e per coloro che in quelle antiche aule trascorsero gli anni della immortale giovinezza.

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