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Taranto nei “Tre operai” di Carlo Bernari

Il romanzo “Tre operai” di Carlo Bernari
Il romanzo “Tre operai” di Carlo Bernari

TARANTO – 1910 – 1920. C’è la Taranto dei Cantieri Navali. Pubblicato nel 1924. Nel capitolo IX si racconta

“A Taranto, il destinatario della raccomandazione è un barbiere, Catello, che riesce a trovare lavoro in un cantiere navale solo a Marco. Presso il barbiere vive una donna settentrionale, la sua amante Elisa, che Teodoro cerca di corteggiare. Dopo qualche tempo, Catello dice a Teodoro di avere trovato qualcosa anche per lui”.

Carlo Bernari, nato a Napoli il 13 ottobre 1909 e morto a Roma il 22 ottobre 2002, è uno scrittore meridionale che ha raccontato, attraverso i suoi scritti e i suoi testi narrativi, il passaggio da una narrativa realista ad un modello di scritture in cui la griglia simbolica ha cercato di impossessarsi del gioco delle metafore. Ma il suo impegno letterario resta legato ad un romanzo che ha inciso un solco nel contesto letterario del Novecento. Mi riferisco a “Tre operai”. Un romanzo scritto tra il 1982 – 29 e che traccia in termini storici anche qui un passaggio epocale nel quale sono coinvolte alcune città tra le quali Taranto, Napoli, Crotone. Infatti, i tre personaggi centrali si raccontano proprio grazie ad un vissuto in queste città in un contesto economico e storico che vedeva il mondo operistico vivere una fase di trasformazione e le città assumevano delle sembianze in cui la trasformazione dal mondo contadino al mondo operaio è ben evidente.

Un paesaggio realistico all’interno di un processo storico che poneva la “questione meridionale” al di fuori degli schemi di una dimensione prettamente contadina. Il sud è socialmente marcato sia per le visioni geografiche sia per la costruzione dei personaggi sia per come le tematiche vengono affrontate in quanto si ripropone una antica questione che è quella meridionale ma nonostante ciò rimane sempre un romanzo e va considerato come tale anche dal punto di vista critico e interpretativo in una visione direttamente letteraria. Il personaggio femminile di nome Anna diventa l’asse intorno al quale si smuove il sentimento della femminilità, della maternità e della responsabilità. C’è, comunque. Alla base un dato ispirativi che pone all’attenzione il destino di un personaggio che non si fa elemento contemplativo ma risulta come chiave di lettura tra la storia che si fa elemento etico e la fantasia che è lo sprigionamento di un intreccio estetico – popolare.

La prima edizione di questo romanzo vede la luce nel 1934 da Rizzoli e successivamente da Mondatori nel ’51 e nel ’65. C’è da dire, comunque, che Bernari non è solo in questo romanzo (il suo vero cognome era Bernard) ma anche in altri testi narrativi come “Quasi un secolo” del 1940 , “Prologo alla tenebre” del 1947, “Speranzella” del 1949, “Siamo tutti bambini” del 1951, “Vesuvio e pane” dell’anno successivo, “Domani e poi domani” del 1957, “Amore amaro” dell’anno successivo nel ’58 e poi non possono essere dimenticati testi come “Bibbia napoletana” del 1961, “Era l’anno del sole quieto” del 1964 sino a “Le radiosi giornate” del 1969. Bernari non è stato soltanto un narratore perché ha tracciato delle linee anche dal punto di vista saggistico e il saggio apparso su “Paragone” n. 182 del febbraio del 1966 dal titolo “Mann e noi” rappresenta una chiave di lettura ad intreccio tra la tragicità manniana decadente e una sovrapposizione meta – realista.

Significativo resta anche il saggio su Corrado Alvaro risalente al 1957 nel quale Bernari fa un’analisi dei luoghi e delle case alvariane. Carlo Bernari rientra in quella linea narrativa che ha posto al centro una discussione, sempre in termini letterari, tra problematiche meridionali e lingua. La lingua per lo scrittore resta sempre lo strumento fondamentale per una comunicazione a tutto tondo tra il presente, il vissuto e il rapporto tra storia e tempo. La problematica meridionale vive contornata di diverse sfaccettature tra le quali sono da sottolineare la crisi del mondo contadino, l’innovazione industriale, il contrasto tra Nord e Sud, il passaggio tra il mondo agricolo e la questione operistica. La sua napolitanità si trasforma in meridionalità: da Napoli a Taranto, da Crotone a tutto il “Regno” del Sud. Alcuni suoi libri pongono come premessa una visione quasi sociologica della letteratura stessa senza però mai abbandonare il contatto coerente con la scrittura.

Tra i suoi testi che si collegano a questo intreccio va ricordato un piccolo romanzo rimasto inedito sino ad alcuni anni fa ma che risale addirittura al 1936, ovvero a due anni dopo della pubblicazione di “Tre operai”. Il testo in questione ha per titolo: “L’ombra del suicidio” con il sottotitolo “(Lo strano Conserti)”. Ma Bernari non è soltanto lo scrittore che ha indagato il Sud grazie ad una rilettura dei fenomeni che hanno caratterizzato gli aspetti economici e le realtà socio – politiche è anche lo scrittore che ha scavato nella psicologia degli amori e delle passioni.

Amore – passione, amore – amante costituiscono i codici di un paesaggio sentimentale in cui l’amore stesso vive tra disillusioni, disamori e condizionamenti. Non credo, considerando questa angolatura, che si possa tematizzare in una omogeneità letteraria, il percorso narrativo di Bernari anche se tendenzialmente l’elemento socio – politico rappresenta una delle chiavi di lettura pregnanti ma non per questo singolare o più importante rispetto alle altre motivazioni letterarie. Ci sono riferimenti che ci portano, tra l’altro, ad una analisi comparata che tocca elementi antropologici certamente ma anche estetici come i suoi scritti sul tema del viaggio e della realtà attraversata come puntualizzazione fabulistica.

La favola, appunto, è un dato interessante in un testo di racconti dal titolo: “Romanzesco ma non troppo” del 1992, nel quale ci sono attestazioni che rimandano agli anni trenta e che rivelano uno scritto con altre prospettive anche rispetto allo stesso “Tre operai”. Ma c’è da non dimenticare il Carlo Bernari che scriveva sulla rivista quindicinale di Giuseppe Bottai, ovvero “Primato”. Sulle pagine di “Primato” Bernari pubblica dal 1941 al 1943 alcuni ritratti narranti che sicuramente danno un senso a quel mosaico letterario che va oltre gli schemi di un realismo – rappresentativo del quotidiano. Quando Bernari scrive su “Primato” erano già stati pubblicati sia il già citato “Tre operai” ma anche “Quasi un secolo” che risale al 1940 ed era in corso di pubblicazione l’itinerario de “Il pedaggio si paga all’altra sponda” che risale alle Edizioni di “Lettere oggi” del 1943. Ebbene, su “Primato” il suo primo scritto risale al 1° luglio del 1941.

Un lavoro pubblicato in più numeri: dal n. 13 al n. 16, o meglio la sua firma compare sui rispettivi numeri della rivista datati 1° luglio, 15 luglio, 1° agosto e 15 agosto 1941. Un “pezzo” diviso in più puntate. Nel 1942, invece, sul n. 17 del 1° settembre esce una bella pagina dal titolo narrante “Il rumore”. L’anno successivo sul n. 1 del 1° gennaio esce “la morte del milionario”, mente sul n. 4 del 15 febbraio sempre del 1943 pubblica “Il treno del milionario”. C’è da sottolineare che nei numeri di luglio e agosto del 1941, dove compare la firma di Carlo Bernari, gli editoriali (che dettano sostanzialmente la linea della rivista), hanno come titolo le seguenti cesellature: “Guerra di continenti”; “La guerra dei miti”; “Condizioni terrene”; “Narratori italiani”.

Il Bernari della letteratura impegnata e realista o delle sferzate ideologiche antifasciste è anche il Bernari che scriveva su “Primato”. E proprio su “Primato” ha lasciato delle significative testimonianze che rimangono come valore letterario. Un valore letterario che supera ogni forma di relativismo ideologico. Credo che Bernari vada studiato, a cento anni dalla nascita, (nato nel 1909 e morto nel 1992), chiaramente nella sua complessità e gli anni che vanno dal 1941 al 1943 non sono trascurabili come non possono essere trascurati proprio gli scritti su “Primato”. Il Bernari che resta e che oggi potrebbe avere una singolarità tematico – sentimentale è quello che ha saputo intrecciare sul registro psicologico il vissuto di un amore. Tra i romanzi citati il titolo “Domani e poi domani” resta una di quelle pagine indissolubili tanto da misurare la scrittura sul quadrante di una partitura musicale e la storia di un amoroso racconto è un pentagramma recitato sul ritmo dell’amore – amante.

Si racconta la storia di Nicola per Virginia, una venticinquenne bellissima che cercava un amore ma nello stesso tempo una figura paterna alla quale afferrarsi . Tra i due c’è di mezzo la cifra del tempo. Un tempo indefinibile che segna la storia di questo amore sulla griglia degli abbandoni. In questo romanzo ci sono immagini di una bellezza travolgente e di paesaggi che restano sentieri dell’anima ma il distacco alla fine sigla il disegno di un’avventura che è parte integrante della vita sia di Nicola che di Virginia. Il titolo stesso di questo romanzo diventa una metafora. Ma nella complessità dell’opera letteraria di Bernari il raccontare stesso senza la metafora diventa artificioso e nonostante il suo realismo iniziale l’ironia forse con un pizzico marottiano è un gioco consistente. D’altronde come epigrafe al romanzo “Domani e poi domani” Bernari impone una frase del Macbeth di Shakespeare che dà il titolo al romanzo stesso : “…Domani, e poi domani e poi domani. Striscia da un giorno all’altro ogni domani, fino a raggiungere l’ultima sillaba del termine prescritto…”.

Forse in questa ironia è il Bernari che traccia una testimonianza forte all’interno di un rapporto tra linguaggio e personaggio. Credo che sia proprio qui che si giochi il significato di una letteratura che ha un respiro fortemente europeo. La “provincia” non è una realtà geografica ma è un sentiero del pensare che si sviluppa in un modello che pone all’attenzione non più il rappresentativo o il documentario ma una tensione che è esistenziale e metaforica.

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