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Il giovane Salinger a cent’anni dalla nascita

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Jerome David Salinger
Jerome David Salinger

Cent’anni fa nasceva Jerome David Salinger, divenuto celebre per aver scritto “Il giovane Holden”. Il bigliettino da visita di questo romanzo è la sua copertina bianca con scritto solamente il nome dell’autore e il titolo. Il resto del cartoncino è vuoto. Fu lo stesso Salinger a pretendere che il suo libro non avesse nessun tipo d’immagine in copertina. L’incipit è uno dei più riusciti e noti della letteratura moderna «se davvero volete sentirne parlare, la prima cosa che vorrete sapere sarà dove sono nato, e che schifo d’infanzia ho avuto e cosa facevano e non facevano i miei genitori prima che io nascessi, e altre stronzate alla David Copperfield, ma a me non va di entrare nei dettagli, se proprio volete la verità. Primo, è roba che mi annoia, e secondo, ai miei gli verrebbero un paio di ictus a testa se andassi in giro a raccontare i fatti loro. Su certe cose sono permalosissimi, specie mio padre.

Simpatici per carità, ma anche parecchio permalosi. E poi non mi metto certo a farvi la mia stupida autobiografia o non so cosa. Vi racconterò giusto la roba da matti che mi è capitata sotto Natale, prima di ritrovarmi così a pezzi che poi sono dovuto venire qui a stare un po’ tranquillo». La trama è molto semplice, si fa per dire. Holden Caulfield, figlio di ricchi ebrei newyorchesi, sta per essere espulso dalla scuola Pencey. Decide allora di fuggire e dopo alcuni giorni si presenterà a casa, con l’inizio ufficiale delle vacanze natalizie. Intanto, arrivato a New York, alloggia in uno squallido albergo dove Maurice, un cameriere, gli procura una ragazza. Umiliato per la sua timidezza e derubato dal ruffiano inserviente, Holden si sente defraudato e ingannato. Il suo girovagare per la città sembra essere la disperata ricerca di senso durante la crescita. È deluso dai suoi miti: il sesso, il jazz, il teatro e soprattutto il cinema, in cui vede un’odiosa e inutile finzione. Il giovane Holden è il ragazzo con i capelli bianchi, è l’eterno adolescente che rimpiange l’infanzia e rifiuta l’età adulta perché fatta di falsità e conformismo; e per questo vorrebbe essere il “salvatore” di tutti i bambini «io mi immagino sempre tutti i bambini che giocano a qualcosa in un grande campo di segale e via dicendo. Migliaia di bambini, e in giro non c’è nessun altro – nessuno di grande, intendo – tranne me, che me ne sto fermo sull’orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al volo e se si avvicinano troppo, nel senso che se loro si mettono a correre senza guardare dove vanno, io a un certo punto devo saltar fuori e acchiapparli. Non farei altro tutto il giorno.

Sarei l’acchiappabambini del campo di segale. So che è da pazzi, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe fare davvero. Lo so che è da pazzi». Salinger con la sua penna crea esseri viventi e allo stesso tempo esorcizza i demoni che lo perseguitano, che ci perseguitano, uno su tutti gli abusi subiti. Quello che Holden racconta è quello subito dal professor Antolini, il suo insegnante di inglese per il quale nutre una profonda stima. Holden si fida dei Grandi, degli Adulti, ma volta per volta ne scopre l’ordinaria miseria e la comune ambiguità. Le sue certezze un po’ alla volta si sgretolano. È un ribelle senza causa. Il ritorno a casa è la sua fuga. È un Ulisse che si lascia vivere e che con curiosità vive tutti gli episodi del suo vagabondare. Il romanzo descrive la vita prima della festa. Ricordi che si perdono in altri ricordi. Scatole cinesi di eventi. Il disagio giovanile somiglia tanto al disagio senile: trovare il proprio giusto posto nel mondo mentre ci si sente sempre fuori luogo, disorientati. Tutto nasce da un›espulsione, da esclusione, escluso da una scuola esclusiva. Il romanzo è la storia di un Esodo che non prevede una Terra Promessa, è la storia di un disincanto continuo. Quello di Holden è il viaggio di un poeta che ha negli occhi la meraviglia. Ogni cosa che gli accade lo incuriosisce e la descrive cercando il particolare nascosto da far emergere, degno di nota, ma che soprattutto emoziona, genera un sentimento. Il romanzo è una somma, una sequenza di eventi che si chiama vita. L’episodio in apparenza più insignificante non passa inosservato, assume significato e diventa spunto per una riflessione.

Holden ha uno sguardo da panorama nei confronti della vita, racconta tutto, s’incanta di fronte alle più piccole cose, uno sguardo che non ha uno scopo, non vuole studiare e classificare nulla. Il suo è un telescopio-microscopio che scruta le piccole e le grandi cose e quelle che lo colpiscono le rappresenta attraverso una lente emotiva. È un genio senza talento o ha un talento senza genialità. Holden è uno di noi. Non un eroe, non un grande. È un coppola-storta irrequieto e contraddittorio, conflittuale con sé e con il mondo,

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