25 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Settembre 2021 alle 09:52:00

Cronaca News

Acciaio al bivio, destino incerto

Palombella: «Chiudere Ilva? Allora ci diano garanzie su bonifiche e occupazione»


La data ha un valore simbolico: 26 luglio. Sette anni fa un terremoto giudiziario scuoteva alle fondamenta il sistema Ilva. Era l’Ilva di Riva: sequestri, arresti, rischio di chiusura dello stabilimento. Il colosso che per oltre mezzo secolo aveva in gran parte mantenuto l’economia di Taranto e della sua provincia vacillava pericolosamente. Sette anni sono trascorsi. Si sono susseguiti commissari, amministratori straordinari, affittuari, decreti su decreti, contratti, accordi. Sette anni dopo c’è solo una parola a indicare la linea di continuità con quanto accaduto quel 26 luglio: incertezza. «Il bilancio di questi sette anni è drammatico», dice Rocco Palombella, il segretario generale nazionale della Uilm.

Palombella ha partecipato al consiglio territoriale della Uilm. La data scelta non è stata casuale. «In questi anni – osserv al nostro giornale – abbiamo avuto leggi ed impegni. Ma ad oggi non c’è un segnale concreto di uscita dal tunnel. Anzi, mi sembra che la via verso la luce si stia addirittu ra allontanando». Il ragionamento del segretario della Uilm è semplice: «Abbiamo avuto una serie di eventi, come la rivisitazione dell’Aia e la revoca dell’immunità, che hanno rappresentato una deregolamentazione del percorso che era stato intrapreso. Come risposta da parte dell’azienda c’è stata la cassa integrazione. Poi c’è stata la tragica morte di Massaro a confermare che ci sono impianti ormai vetusti. Analogo discorso per l’Afo 2, per il quale si sta predisponendo la fermata. Siamo arrivati a questo perché evidentemente l’amministrazione straordinaria non ha adempiuto alle prescrizioni della magistratura». Un quadro generale che si riflette sull’andamento complessivo dello stabilimento. «La produzione viaggia al minimo come nelle più riuscite giornate di sciopero, l’Afo 4 non è nelle migliori condizioni, l’acciaieria viaggia a 10mila tonnellate al giorno rispetto alle 30mila prima della cassa integrazione.

Gli stessi interventi di ambientalizzazione hanno subito una frenata se consideriamo che oggi vengono eseguiti con il 35% delle unità in meno. Se questo stabilimento dovesse reggersi solo sull’Afo 1 avremmo una produzione di 1,5 milioni di tonnellate che sono insufficienti a garantirne la sopravvivenza. Il governo si era impegnato a intervenire, ma fino ad oggi non è stato fatto nulla. A questo punto tocca al parlamento intervenire. Ma vogliamo che venga fatta chiarezza: se da parte delle istituzioni c’è la volontà di arrivare alla chiusura noi pretendiamo due garanzie irrinunciabili: la bonifica dell’area, perché non vogliamo un’altra Bagnoli, e il mantenimento occupazionale dei lavoratori». «In Italia – commenta Davide Sperti, delegato Uilm per la Leonardo Finmeccanica – si sta creando un clima inospitale per l’industria di base. In questo modo si offre un assist ad Arcelor Mittal e allo stesso tempo si fa un favore a cinesi e coreani. E ricordiamoci che la chiusra della fabbrica trascinerà con sè l’appalto». Sette anni dopo, l’uscita dal tunnel appare ancora lontana. Taranto continua a macerarsi nell’incertezza.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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