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Pizzi, il maestro che ama la trasposizione

Intervista al regista impegnato al Festival della Valle d’Itria con “Il matrimonio segreto” ed “Ecuba”

Pier Luigi Pizzi
Pier Luigi Pizzi

MARTINA FRANCA – Quando attraver­sa strade e piazze del centro storico di Martina Pier Luigi Pizzi è il Maestro con la emme maiuscola. “Buongiorno Maestro” è il saluto di addetti ai lavo­ri e non. Lui risponde con gentilezza e un sorriso. A Martina sembra di casa pur avendo lavorato solo in tre edizioni del Festival della Valle d’Itria in 23 anni, nel 1996 con “La Grand Duchesse de Gerolstein”, nel 2016 con la “Francesca da Rimini” e quest’anno firmando re­gia, scene e costumi delle due opere principali, quella inaugurale “Il matri­monio segreto” e “Ecuba” che chiude­rà l’edizione 2019.

Col Festival e con Martina c’è un fee­ling particolare?
“La Puglia è un posto speciale, da turi­sta ho apprezzato molto Lecce e il suo barocco. Molti anni prima della prima esperienza al Valle d’Itria ho lavorato alle scene di un film a Lucera, il luogo ideale per il set de “Il soldato di ven­tura” di Pasquale Festa Campanile. A Martina sono arrivato con molto entu­siasmo su invito di Sergio Segalini che aveva seguito da vicino il mio lavoro a Parigi. È un momento che ricordo con particolare tenerezza e anche un velo di tristezza perché protagonista de ‘La Grand Duchesse de Gerolstein’ è stata la grandissima Lucia Valentini Terrani. Purtroppo è stata l’ultima volta che Lucia ha cantato perché era malata di leucemia; all’epoca non lo sapeva, accusava molta stanchezza durante le prove. Abbiamo vissuto un momento di grande creatività e lei ha dato il me­glio di sé”.

Quale Festival ha trovato negli anni ’90 e come lo ha ritrovato al suo ritorno?
“Il Valle d’Itria era noto come un Festi­val molto sui generis, con un pubblico semplice che veniva a teatro col gusto di scoprire un’opera, un cantante, uno spettacolo. C’era un grande fervore popolare. Si distingueva dagli altri per questa sua peculiarità genuina, popo­lare, fresca. È un’esperienza che mi ha lasciato un segno molto preciso. Dalla prima volta sono trascorsi tanti anni nei quali ho vissuto a Parigi ma ho tenuto sempre i rapporti col teatro italiano, ri­guardo ai festival soprattutto con quelli di Pesaro e Macerata, di cui sono stato direttore artistico per sei anni. Quando sono ritornato nel 2016 ho ritrovato lo stesso fervore, la stessa passione, la stessa città e mi sono sentito a casa nonostante il tempo trascorso. Dopo l’esperienza positiva della “Francesca da Rimini” di Mercadante, con Triola ci siamo proposti di dare vita ad un altro progetto insieme qui e due anni dopo siamo riusciti a concretizzarlo. A Luisi è piaciuta moltissimo Ecuba e ha pre­ferito dirigere quest’opera rinuncian­do a “Il matrimonio segreto” (Luisi nel frattempo ha dovuto rinunciare a Ecu­ba per motivi di salute, ndr). Per i due spettacoli utilizzo lo stesso dispositivo scenico, naturalmente solo la struttura con i tre spazi poiché all’interno arredi, abiti e accadimenti sono diversi. Anche se molto distanti si vede che c’è un’u­nità di stile”.

L’opera di Cimarosa, modernizzata nel­le scene, nei costumi e nella narrazio­ne, è stata molto apprezzata da pubbli­co e critica. La trasposizione l’ha resa più leggera e fruibile. E’ un modo per togliere l’opera dalla naftalina?
“E’ una tema che si dibatte da anni. Sono stato uno dei primi in Italia ad adottare la trasposizione in diverse oc­casioni. Per la prima volta ho proposto alla Scala i Vespri siciliani trasferendoli in un altro contesto storico, il Risorgi­mento. In fondo credo che fosse que­sta la volontà di Verdi: farne un dram­ma risorgimentale, i Vespri erano un pretesto. Cambiare di epoca o moder­nizzare un’opera ritengo sia un’opera­zione fattibile purché ci sia una buona ragione per farlo. Non sono d’accordo sulla modernizzazione a tutti i costi di qualsiasi opera e non sono d’accordo con chi sostiene che l’opera sia polve­rosa. E credo che la modernizzazione non coincida sempre col proporre un lavoro in abiti moderni. Le commedie sopportano meglio queste trasposizioni perché sono delle storie che al di là del linguaggio del libretto possono ripro­porsi anche oggi. Invece se ci sono dei fatti storici è discutibile, è una forzatu­ra attualizzare a tutti i costi. I modi per rendere meno stantia l’opera lirica sono tanti, basta depurarla dal fasto inutile e dagli eccessi che la appesantiscono. Ho lavorato anche cinque o sei volte alla stessa opera proponendola sempre in modo diverso. Per conquistare il pubbli­co, soprattutto quello più giovane, non è necessario vestire i cantanti in jeans. L’attualità di un’opera non dipende dagli abiti ma dalla vicenda”.

Con Ecuba si torna all’opera tradizio­nale con una scelta cromatica che gli scaramantici potrebbero leggere come una provocazione. Come mai utilizzerà il viola?
“L’ho sempre usato per esorcizza­re questa convinzione negativa che accompagna questo colore e lo ac­compagnava soprattutto agli inizi del­la mia carriera. Il lutto viene espresso comunemente col nero ma ho preferi­to il viola soprattutto perché esprime molto bene i sentimenti di passione, di tristezza, l’atmosfera di malinconia. È il colore legato anche alla passione di Cristo. Per ”Ecuba” scegliere il nero sarebbe stato banale. Il viola è il colore più adatto per rappresentare l’atmo­sfera di lutto e di dolore che avvolge la scena dominata dal catafalco di Ettore (anche se non c’è nel libretto), lo stra­zio dei protagonisti Ecuba, Priamo, Polissena e il conflitto di sentimenti. Ho chiesto un’esecuzione senza interval­li per non interrompere il pathos della narrazione”.

Pier Luigi Pizzi, 89 anni compiuti, alle spalle una lunga carriera in Italia, in Francia e in tutto il mondo, insignito di titoli prestigiosi fra cui quello di Cheva­lier de le Legion d’honneur e di Cava­liere di Gran Croce, ai quali si aggiunge la laurea honoris causa in Scienze dello spettacolo all’Università di Macerata, non vive certo sugli allori. Nell’agenda del Maestro del teatro italiano ci sono impegni fino al 2023. “Ho accettato a due condizioni- scherza Pizzi – se ci sarò e se sarò ancora lucido. Intanto continuo a lavorare con la curiosità e l’entusiasmo di sempre”.

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