Cronaca News

Il caso Bibbiano e il welfare malato

Una riflessione sulla vicenda dei presunti affidi illeciti di bambini a danno delle loro famiglie

Una manifestazione sul caso Bibbiano
Una manifestazione sul caso Bibbiano

Il 27 giugno i carabinieri di Reggio Emi­lia, hanno disposto la misura cautelare

degli arresti domiciliari nei confronti di 18 persone tra funzionari comunali, non­ché alcuni psicologi, assistenti sociali e psicoterapeuti, a vario titolo collaboratori del comune di Bibbiano.

A queste persone vengono contestati vari reati perpetrati verso minori tra cui: frode processuale, depistaggio, maltrat­tamenti su minori, falso in atto pubbli­co, violenza privata, tentata estorsione, abuso d’ufficio, peculato d’uso e lesioni gravissime. Secondo le indagini, le sud­dette persone avrebbero dato vita a una organizzazione criminale finalizzata alla sottrazione di minori, dalle rispettive fa­miglie in difficoltà per essere poi affidati ad altre famiglie di conoscenti e amici. I minori sarebbero stati oggetto di pratiche coercitive crudeli.

Agli arresti domiciliari risulta inoltre il sindaco di Bibbiano anche se per illeciti diversi da quelli attribuiti al resto degli indagati. Siamo di fronte se pr vati a reati di gravissima entità. Noi, non vogliamo entrare nel merito dei fatti. Possiamo sol­tanto ricordare che il compito della ma­gistratura è quello, sulla base delle leggi vigenti, accertare reati, responsabilità penali e infliggere le relative pene anche a chi specula. Intanto quattro dei mino­ri coinvolti, su ordine della magistratu­ra sono tornati alle rispettive famiglie. Piuttosto chiediamoci perché queste cose succedono e dove cercare responsabilità.

La prima cosa che si evince all’istante, i dipendentemente dagli sviluppi e con­clusioni delle indagini, è che, nel nostro paese manca un sistema di welfare in grado di gestire efficacemente le politi­che ti tutela e protezione minorili. Que­sto assunto, da origine a ulteriori temati­che a cui la politica dovrebbe rispondere legiferando adeguatamente, sulla base delle conoscenze dell’universo minorile. Impresa attualmente improbabile alme­no per due ordini di ragioni: la prima in considerazione del clima da caccia alle streghe e strumentale che si respira. Il secondo per l’incapacità sconfortante di tutti gli attori in campo, politiche e non, impegnati nei servizi delle tutele ai mi­nori, a elaborare un sistema protettivo in grado di fare fronte a qualsiasi circostan­za. Ricordo che la violenza nelle famiglie verso i minori è una triste realtà acclarata e che all’opposto gli episodi di violenza che vedono protagonisti i minori verso soggetti deboli sono in costante aumento. Un quadro generale avvilente nel quale la crisi dei valori primari si manifesta con tutta la sua drammaticità. Problema enorme che provoca danno irreparabile alle esigenze dei minori e delle famiglie in difficoltà. Vediamo quali sono queste tematiche.

  1. A) Nel paese, come ho più volte denun­ciato, manca da almeno 30 anni un mo­dello educativo e formativo in grado il primo, di educare le persone all’etica e alla morale, il secondo di fornire istru­zione, conoscenze, abilità, competenze, utili per entrare a pieno titolo nel sistema sociale e contribuire anche con il proprio lavoro al suo sviluppo economico, civile e democratico. Se manca un modello edu­cativo di riferimento, da tutti condiviso, la stessa educazione risulta inesorabil­mente assente.

Come risultano assenti comportamenti, prassi, normative chiare e nette che ad esso si ispirano e che fanno dell’aiuto al minore un presidio degno di questo nome. Vicende come quella di Bibbiano si sviluppano a causa di questo sconcer­tante vuoto.

  1. B) Tra le le persone coinvolte vi sono assistenti sociali, psicologi e psicotera­peuti. Nulla contro questi professionisti. Ma si evince chiaramente come nel si­stema del welfare minorile, queste pro­fessioni hanno occupato ogni spazio di manovra, creando di fatto un modello d’aiuto, dai più riconosciuto, che ha pro­dotto una prassi consolidata che si basa su schematismi non sempre appropriati. Al contrario dell’intervento educativo di natura pedagogica, attualmente del tutto esautorato, che interpreta l’aiuto come prassi da modellare su ogni singolo caso, in quanto ogni persona è unica e irripe­tibile, dotata di specifica identità. Sulla base di questo assunto viene fuori una preoccupante prassi: l’intervento pratica­to a Bibbiano si baserebbe su protocolli, perlopiù di origine anglosassone, tuttavia condivisi dalla comunità scientifica inter­nazionale che vede nella stragrande mag­gioranza dei casi la somministrazione di questionari, test e pratiche finalizzate an­che al cambiamento dei pensieri e delle emozioni, che hanno l’unica conseguen­za di massificare i risultati. Il paradosso può essere proprio questo: un inevitabile quanto regolare intervento d’aiuto che produce determinati effetti e risultati che risponde pienamente alle logiche conso­lidate previste dall’intero sistema di wel­fare minorile. Naturalmente a mio parere tutte da rivedere. In altre parole, come nel caso di Bibbiano, il sistema del welfare minorile, consolidato attraverso norma­tive e consuetudini, viene affidato perlo­più a professionisti dell’area psicologica/psicoterapeutica, i quali, affronteranno le delicate tematiche di aiuto, con gli stru­menti, le conoscenze e le competenze propri e acquisiti attraverso il loro ciclo di studio professionalizzante, sulla base del quale formulare e relazionare un esito vincolante per le istituzioni. La magistra­tura, formula una decisione sulla base di relazioni fornite da esperti nella materia trattata. C’è da chiedersi a questo punto se i professionisti incaricati nel relazio­nare, siano adatti, sulla base del loro spe­cifico ciclo di studi a formulare relazioni esenti da qualsiasi aspetto negativo o sfa­vorevole. Magari potrebbe essere che la consuetudine abbia prodotto un risultato negativo proprio perché ha consegnato a professionisti inappropriati il compito di risolvere problemi altrimenti in capo a professionisti diversamente competenti. Nel caso di Bibbiano si aggiungerebbe, sempre se provato, un oscuro mercimonio tra i più inquietanti, posto in essere dagli indagati per tranne vantaggio personale. Un quadro desolante in cui persone sen­za scrupoli avrebbero agito indisturbati e che avrebbero macchiato con il loro com­portamento la stragrande maggioranza dei professionisti che operano seriamen­te e onestamente. Per questo penso che quanto successo a Bibbiano, sempre se risponda al vero, potrebbe essere prati­ca diffusa sull’intero territorio nazionale almeno relativamente alle questioni che riguardano i professionisti incaricati alla responsabilità della decisione.
  2. C) Un fenomeno poco discusso che inve­ce coinvolge una quantità sempre in au­mento

di famiglie italiane e che fa il paio con il concetto di massificazione, riguarda i bambini che manifestano bisogni educa­tivi speciali, i cosiddetti DSA (disturbi specifici dell’apprendimento). Regolati dalla legge 170/2010. Una legge dello sta­to che su richiesta di alcune associazioni rappresentative di numerose famiglie e su teorie tutte da verificare stabilisce una serie di misure finalizzate, secondo il le­gislatore, a tutelare tutti quei bambini che presenterebbero difficoltà di apprendi­mento. Il risultato è un abuso certificato di DSA che deresponsabilizza famiglie e scuola. Si calcola che tra scuola elemen­tare e media vi siano dai 3 ai 4 casi per classe e le stime sono in continuo aumen­to. Recenti sono alcune proposte di leg­ge che rivedono la normativa della legge 170/2010. Si vuole rendere obbligatorio lo screening su tutti i bambini di 7 anni di età per verificare se essi necessitano di bisogni educativi speciali. I medesimi verrebbero sottoposti a identica proce­dura riconducibile all’area psicologica/psicoterapeutica che sortirebbe una per­cezione generale del quesito posto e non particolare per ogni bambino, come al­meno il buon senso auspicherebbe. Pro­cedure da paese totalitario. Posto che i DSA, verso i quali nutro più di un dubbio, siano effettivamente un problema. Questo è un esempio lampante su come un mo­dello di welfare minorile, per molti versi sbagliato, si impone nel corso del tempo alla opinione pubblica e che prima o poi presenterà il conto. La mia opinione è che ci sono tutte le condizioni per poter affer­mare la mancanza di un modello forma­tivo nazionale e di conseguenza l’assenza di pratiche didattiche e modalità di in­segnamento efficaci. Ritengo che questo problema come altri, nasconde verità im­barazzanti o quanto meno, realisticamen­te, sposta il focus verso altre questioni al fine di eluderle consapevolmente. Il caso Bibbiano da un lato e bes/dsa dall’altro, sono facce della stessa medaglia e rap­presentano segnali evidenti di malessere del welfare minorile.

  1. D) Un aspetto importante da non trala­sciare è il mancato controllo degli organi preposti sulle attività di aiuto fornite da enti pubblici e da associazioni che svol­gono interventi per conto di questi ultimi. Mi chiedo chi controlla cosa. Mi chiedo se esistono normative adatte e puntua­li che sottopongono periodicamente a verifica tutti gli operatori coinvolti. Mi chiedo se le modalità di intervento siano effettivamente efficaci e che escludono da ogni rischio i destinatari degli stessi. Mi chiedo se esiste un osservatorio nazionale che metta a fuoco tutte le numerose pro­blematiche in materia di assistenza e aiu­to minorile. Mi chiedo se in questo paese sia ancora possibile parlare di welfare.

Sulla base di quanto esposto, si rende ne­cessario un nuovo e più coerente welfare in tema di aiuto ai minori che si sviluppa conformemente alla realizzazione di un altrettanto nuovo modello di protezione e tutele minorili, supportato da una più efficace, chiara e esauriente normativa. Viviamo nell’epoca del riduzionismo e della semplificazione. Tutto viene ridotto a semplice slogan. Occorre piuttosto una visione sistemica dei fenomeni. Un mi­nore in pericolo devianza o necessitante di aiuto va supportato al fine di superare le sue difficoltà, attraverso un intervento educativo che lo coinvolge ma che coin­volge anche la scuola, la famiglia, le as­sociazioni e tutte le istituzioni sociali che hanno la responsabilità politica e morale di sostenere le persone che vivono condi­zioni di disagio.

Un lavoro di coinvolgimento e coordina­mento delle forze in campo che prevede l’ingresso finalmente del sapere pedago­gico che si prenda cura del minore indi­viduando la soluzione migliore per il suo avvenire e che non offenda la sua dignità morale e umana. Il tutto con il concorso dei diversi professionisti e delle istituzio­ni nazionali e locali.

Un lavoro quindi sistemico che si svilup­pa attraverso un modello relazionale tra i soggetti in campo. Questa è la strada da percorrere, in altre parole, promuovere la comunità educante. E’ proprio questo il modello di aiuto mancante, riferimen­to per tutti gli operatori impegnati nella delicatissima gestione degli interventi a tutela dei bisogni dei minori.

Eugenio Maggio
Pedagogista-educatore-formatore.
CTU Tribunale di Taranto.
Rete pedagogica 0-100.

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