28 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 28 Novembre 2021 alle 08:11:24

Andrea Camilleri
Andrea Camilleri

Il grande poeta la­tino Orazio, lui che voleva finire i suoi giorni presso il Galeso di Taranto (Odi II, 6), lasciò scrit­to nella sua “Ars poetica” che per intendere la validità di uno scritto, poeta o meno che fos­se, bisognava attendere alme­no nove mesi per avere o dare un primo equo giudizio. Cer­tamente nove mesi sono una metafora per dire che solo il tempo potrà definire la validità o meno di uno scrittore, artista o poeta che sia. Tale sentenza oraziana è sempre per tutti, a mio avviso, valida e, ancor di più oggi, che scrittori e poeti, e sono tanti, pubblicano e non sai se domani rimane quel che è stato pubblicato oggi. Cer­tamente le forze mediatiche, dominatrici della nostra so­cietà, regolano anche la realtà della scrittura attraverso il più o meno interesse economico. Ma non è il caso del nostro An­drea Camilleri, notissimo per il Commissario Montalbano, tra­dotti i libri dello scrittore sicilia­no in milioni di copie e diffusi in tante nazioni.

Dalla stampa e dalla televisione celebrato non solo per il suo fascino “omerico o tiresiano”, per il suo coerente pensiero politico ed anche ce­lebrato dalla stampa cattolica per quanto egli si sia sempre professato ateo, uomo che non crede in Dio, anche se ha detto di credere nello spirito dell’es­sere umano, della forza dell’es­sere o dell’esserci. Grecamente è stato un “fenomeno” proprio del significato omerico della parola, vale a dire un’apparizio­ne, la cui luce nel tempo con­sentirà di rimanere tale o ineso­rabilmente spegnersi. Dall’altra parte, anche lo stesso Manzoni nel “5 Maggio” di Napoleone: “fu vera gloria? Ai posteri l’ar­dua sentenza”. Ma Camilleri ha lasciato una profonda stam­pa della sua letteratura che è tra quella del romanzo giallo e l’altra del fono dialettico com­paesano. Anzi, a proposito del suo dialetto, come lingua diffu­sa nei suoi tanti libri, quel suo mezzo espressivo, qualcuno lo ha paragonato al linguaggio del Goldoni o del De Filippo, o del Trilussa; indubbiamen­te il dialetto di Camilleri è un “fenomeno” linguistico che il commissario Montalbano ha saputo in maniera esemplare rendere nelle sue forme lingui­stiche e foniche.

Ma diremo subito che non è affrontabile con il dialetto del veneto Gol­doni, del napoletano De Filippo o del romano Trilussa: il primo geneticamente comico, nella sua varietà di toni e di misu­ra fonica nel numero sempre crescente delle situazioni e dei personaggi, dalla “Locandiera” al “Ventaglio”; o del napoleta­no De Filippo, geneticamente drammatico e categoricamen­te presente in tutte le varie mi­sure espressive e sentimentali dell’anima napoletana e non di una parte di essa. I loro sono, ritenuti dalla critica nel tempo, universali, perché è universale lo spirito umano nelle sue com­ponenti più tenaci, più senti­mentali o più comiche o più dolorose. Ho letto anche di es­sere paragonata la scrittura di Camilleri a quella di un Verga, di un Pirandello, di un Sciascia o di Tomasi di Lampedusa; i confronti sono sempre limita­tivi, ma l’umanità dei corregio­nali dello scrittore siciliano ha tonalità diverse e soprattutto varietà di avvenimenti interiori che danno una forza creativa e drammatica spesso alla quoti­dianità degli stessi fatti.

Quella di Camilleri è avantitutto una forma di scrittura legata ad un particolare “locus” siciliano e le avventure dei suoi personaggi, frutto di una fantasia veramen­te speculativa ed universale, hanno sempre una aristotelica catarsi personale. Un giudizio in tal senso esegetico ed este­tico sullo scrittore scomparso può darsi e si è dato al di là di tutta la compatta glorificazione dovuta all’esame delle forze politiche che lo stesso Camille­ri ha sempre ritenuto di appar­tenere. Ho scritto che i latini lo avrebbero definito “portentum” o come lui stesso si è auto-definito un “rapsodo”, cioè un raccontatore di fatti e uomini relegati ad un angolo della Si­cilia anche se poi compren­sivo di altri punti geografici, economici, sociali, umani della medesima. Ma i punti fonda­mentali sono Porto Empedocle e Vigata. “Rapsodo” come chi racconta, con assoluta com­piacenza di merito, intellettua­le, personale quello che in una questura di un paese assolato della Sicilia accade o è acca­duto. Discrezioni originali ed esornative anche, attese inte­riori che tuttavia la forza me­diatica del commissario Mon­talbano ha saputo reggere, governare con altri e calamita­re l’attesa del pubblico. Camil­leri è stato onorato e compian­to da tanta parte della società ed intellettualità italiana; e con­siderato l’uomo, lo scrittore, la sua veneranda e vigile età, non poteva che avere tali consensi. Ma mi ritorna in mente sempre il mio Orazio; quel tempo, ine­sorabile tempo, che trascorsi gli entusiasti venti del momen­to o le storiche umane vicende, consente di dare quel giudizio che poi si trasmette nella storia della letteratura e della cultura di un popolo.

Pertanto mi viene anche incon­tro quella pagina dell’aristo­telica Poetica che rende sacri confini dell’ingegno umano sempre che lo stesso ingegno abbia superato, al di là delle at­mosfere del momento, il silen­zio del tempo; e ne ha fatto eco per la stessa umanità.

 

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