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Afo/2: respinta l’istanza dell’Ilva. Ombre sul futuro del siderurgico

Il giudice: impianto pericoloso, non si può intervenire

Un altoforno
Un altoforno

Ora si fa davvero dura per lo stabilimento side­rurgico. L’altoforno 2 rischia di fermarsi tra qualche settimana, rendendo ancora più grave la già preoccupante crisi dello stabili­mento.

Il giudice Francesco Maccagnano ha infatti respinto l’istanza che era stata presentata dall’Ilva in amministrazione straordinaria, proprietaria dell’impianto, per poter effettuare i lavori di messa in sicurezza ed evitarne lo spe­gnimento. Il giudice ha invece spiegato che i lavori non si posso­no effettuare in sicurezza perché le condizioni dell’impianto pre­sentano profili di rischio per gli addetti che dovrebbero operarvi.

La Procura della Repubblica aveva ordinato lo spegnimento dell’alto­forno il 9 luglio scorso, dopo che era stata respinta l’istanza di dis­sequestro. L’Afo/2 era stato infatti sequestrato il 18 giugno 2015, in seguito all’incidente che provocò la morte dell’operaio Alessandro Morricella. Contestualmente fu ordinato all’Ilva di adempiere a sette prescrizioni per ottenere il dissequestro. Secondo quanto si legge nel provvedimento che ne ha ordinato lo spegnimento, l’Ilva ha adempiuto completamente sol­tanto a due di quelle prescrizioni, a due ha adempiuto solo in parte, mentre ad altre due non ha adem­piuto affatto.

Il custode giudiziario dell’area a caldo già da quando è scattato l’ordine di spegnimento ha avvia­to procedure e verifiche per arri­vare al fermo dell’impianto, ope­razione complessa che richiede diverse settimane di tempo e che potrebbe concludersi tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre.

Ora, però, si aprono scenari dav­vero difficili da governare. L’Afo/2 è uno dei tre altoforni in esercizio e da solo vale una produzione di 1,5 milioni di tonnellate. Se si considera che oggi la produzione complessiva dello stabilimento è intorno ai 5 milioni di tonnella­te, con lo spegnimento dell’Afo/2 si scenderebbe a poco più di tre milioni. Troppo poche per garan­tire la conveniente sopravvivenza di un colosso come il siderurgico di Taranto, il più grande d’Euro­pa. Una situazione complicata da gestire anche per Arcelor Mittal, il più grande poduttore d’acciaio al mondo, che dal novembre del 2018 ha in gestione l’ex Ilva. La revisione dell’Aia, la cancellazio­ne della tutela legale, lo spegni­mento dell’Afo/2: tutte avversità, dal punto di vista aziendale, pio­vute dopo l’ingresso di Am nella gestione dello stabilimento. Con­dizioni che non erano presenti al momento della sottoscrizione dell’accordo per ilpassaggio da Ilva ad Am. A ciò va aggiunta la pesantissima crisi internazionale del mercato dell’acciaio. E la tra­gedia del quarto sporgente, con la morte di Cosimo Massaro, ha reso il clima ancora più dramma­tico. Il governo, con il ministro Di Maio, aveva assicurato di in­tervenire su queste situazioni per garantire la continuità produttiva. Ad oggi, tuttavia, non si hanno notizie di interventi. E questo re­sta un colpevole vuoto che rischia di aprire una voragine di incogni­te economiche e sociali per l’inte­ro territorio tarantino.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

1 Commento
  1. Erardo 11 mesi ago
    Reply

    Qualora l’ex Ilva dovesse chiudere (non ci credo se non lo vedo) facciamocene una ragione e cerchiamo di programmare un futuro diverso e migliore per Taranto, a partire da chi rimarrà senza lavoro. Non tutti i mali vengono per nuocere, anzi. I tarantini impiegati nell’ecomostro sono ormai una ristretta minoranza, a questi vanno aggiunti quelli dell’indotto, ma comunque la si voglia vedere LA SALUTE non ha prezzo. (Im)Prenditori, giargianesi e sindacalisti noti, si troveranno qualche altra greppia, noi tarantini abbiamo già pagato un prezzo troppo alto, fatto di morti e malattie, ma anche e soprattutto di assistenzialismo. In quanto a Mittal vada a fare il padrone delle ferriere in India o dove glielo consentiranno…

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