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La cena nell’Antica Roma: usi e costumi

Un atto eminentemente sociale che presupponeva la presenza di ospiti

La cena nell’Antica Rom
La cena nell’Antica Rom

Com’era una «cena» romana intorno al I secolo d.C. – prima, per inten­derci, della degenerazione del banchetto e dell’irrimediabile ampliarsi della forbice fra usi del popolo e della plutocrazia, ma quando già la frugalità dei primi secoli era stata ab­bandonata grazie all’influsso delle città gre­che ormai da tempo conquistate?

Sappiamo intanto che costituiva il «vero» pasto della giornata e che, originariamente appena pomeridiana, si spostava sempre più verso la prima sera. Nel I secolo d.C. si con­cludeva quando ancora c’era un po’ di luce; a sera inoltrata, o notte, terminavano di cenare solo i viziosi (e c’era più d’un motivo, com­presi l’assenza di qualsivoglia illuminazione notturna nelle strade dell’Urbe ed il loro es­sere infestate da bande di tagliagole).

Una «cena» era poi atto eminentemente so­ciale: mangiare soli nel «triste domicenio» sarà forse atto indispensabile per la sopravvi­venza ma non è cenare. Una «cena» presup­pone ospiti; quanto al numero dei banchettan­ti, secondo consuetudine doveva essere «non inferiore a quello delle Grazie né superiore a quello delle Muse»: non meno di tre, non più di nove. Ma c’era chi organizzava banchetti in saloni con dozzine di triclini (celebre per il suo fasto e perché vi s’imbandivano soltanto cene miliardarie era la sala dell’Apollo della villa di Lucullo).

Ogni letto tricliniare (evoluzione della più essenziale kline greca) potendo ospitare tre persone, era comunque sui multipli di tre che si articolava la «cena». I letti tricliniari formavano i tre lati di un rettangolo aperto sul quarto per consentire il servizio; al cen­tro del rettangolo una tavola su cui venivano apparecchiate le mensae, o portate (a pranzo difatti si mangiava sine mensa, senza tavola apparecchiata, insomma); tavole che spesso erano portate già imbandite. Si mangiava sdraiati, secondo l’uso greco ed etrusco, e prima ancora orientale, e senza posate: i cibi venivano serviti sminuzzati o erano tagliati da uno scalco, mentre gli schiavi distribui­vano salviettine e ciotole d’acqua profumata per lavarsi le dita fra un boccone e l’altro.

Apriva la cena il gustum, il nostro antipasto: lattuga, uova sode, ruchetta, ravanelli, porri, cipolle, olive, cetrioli, feccia di vino, acciu­ghe, allec (il residuo solido della produzione del garum, una specie di pasta d’acciughe). Per convenzione, i piatti a base di uova ve­nivano serviti tra gli antipasti, compresi sformati, soufflé, tortini o l’apiciana frittata di lattuga. Sul gustum si beveva, a mo’ d’a­peritivo, il mulsum, il vino mielato, freddo d’estate, caldo d’inverno.

Venivano le mensae primae, comprendenti selvaggina di piuma e pelo (lepri, ghiri, tor­di, fagiani, pernici, gru); il cinghiale, ove possibile, o il maiale (che era sempre semi-selvatico ed al cinghiale molto vicino); pollo anatra oca pavone o, in alternativa, capretto; non dovevano mancare delicatezze come le mammelle di scrofa lessate o la vulva par­ticolarmente apprezzata anche per motivi ritualistico-simbolici; quindi i piatti di pesce (il cui pregio derivava da provenienza e gros­sezza, fino a sconfinare nel grottesco, come quando fu convocato il Senato ed emesso un senatoconsulto per stabilire come cucinare un gigantesco rombo offerto all’imperatore Domiziano; il senatoconsulto fu di realizza­re in fretta e furia una padella tanto grande da contenere intero l’eccezionale pesce): in umido, alla brace, fritti o in complicate pre­parazioni che andavano dalla patina apicia­na, sontuoso pasticcio di pesce e carne, al «tirotarico», un padellotto di pesce fresco e sotto sale con abbondante formaggio, aromi ed altro.

Dopo la rituale offerta ai Lari giungevano le mensae secundae: frutta e dolci.

A differenza che in Grecia, anche nel ban­chetto si beveva vino; come in Grecia, però, a fine banchetto si celebrava il simposium.

1 Commento
  1. Erardo 2 settimane ago
    Reply

    Complimenti a Pippo Mazzarino per questi splendidi articoli che arricchiscono periodicamente l’offerta culturale di “Tarantobuonasera”. Non è da tutti narrare in modo così attuale e coinvolgente usi e costumi gastronomici del mondo classico. Onore al merito di una penna brillante…

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