19 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Settembre 2021 alle 22:57:00

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Tullio De Piscopo e l’amicizia con Pino Daniele

Intervista al batterista che racconta il “fratello in blues” e quella volta che andò a trovarlo in ospedale a Milano

Pino Daniele e Tullio De Piscopo
Pino Daniele e Tullio De Piscopo

«E’ andata pro­prio così, Pino venne a Mi­lano a trovarmi: non stavo bene, gli raccontai una pic­cola bugia perché era la vigi­lia di “Ricomincio da 30”, la reunion del supergruppo di “Vai mo’” ricordando anche Massimo Troisi: so quanto avrebbe sofferto se avesse saputo che ero stato attac­cato da un “brutto male”».

Tullio De Piscopo all’indo­mani di un articolo pubbli­cato da TarantoBuonasera a proposito dell’affetto che Pino Daniele aveva per que­sta città. Un accenno, sacro­santo, anche alla sua bontà e alla sua scaltrezza. A pro­posito di confidenze che il grande cantautore napoleta­no aveva rivelato al cronista che per circa quarant’anni lo aveva seguito. «Tullio mi vo­leva fa’ fesso, non la bevvi: aveva detto che doveva fare un’operazioncina – così mi fece dire, come fosse ‘na fumata di sigaretta – alla ci­stifellea: pensa tu, Tullio che per anni mi aveva incorag­giato a mettere insieme la formazione di quei tempi e rivolgere anche un tributo a Massimo Troisi, un altro mio fratello, marcava visita, ma per favore…».

«Vigilia del concerto in piaz­za Plebiscito, a Napoli – racconta ora Tullio – tutto pronto, i manifesti stavano per andare in stampa: “Pro­cediamo? Non è che poi qualcuno dice pecché ‘o nome mio viene dopo isso?”, s’interrogava uno degli or­ganizzatori. Chissà perché negli ambienti, e non solo, è sempre passata l’idea che fra noi ci fosse protagoni­smo, come se sgomitas­simo; magari quando era­vamo giovani – mi ci metto anche io, ma c’entro poco con questa modalità, visto che prima di allora avevo già suonato con Quncy Jones, Chet Baker, Dizzie Gillespie, Wayne Shorter… – voleva­mo emergere e succedeva che ci scappava l’idea, l’ar­rangiamento che, dipendeva dalla giornata, ognuno a suo piacimento, promuoveva o bocciava».

TULLIO, CHE FINE HAI FATTO?

Ma alla fine decideva Pino. «Lui non partiva per la tan­gente, tipo “Si fa così op­pure jatevenne a fa’…”; lui ragionava sulle cose, gli faceva già un sacco pia­cere che tutti noi avessimo accettato l’idea di Willy Da­vid, produttore illuminato al quale molti devono qualco­sa: era stato lui ad invitar­ci a costruire qualcosa che partisse da Napoli e restas­se scolpito nella mente del­la gente anche dopo dieci, venti, trent’anni: in studio, oltre a Pino e al sottoscritto, Senese, Zurzolo, Esposito e Amoruso, gente di cui ti po­tevi fidare».

Torniamo in piazza Plebisci­to, il manifesto che sta per passare sotto le rotative. «Pino chiede di me ai suoi collaboratori, uno di questi mi chiama: “Tullio, ma che c… di fine hai fatto? Qua stiamo per partire con la stampa, tu non hai fatto una sola prova, anzi hai fatto di più: si’ sparito!”. E io, non proprio con un filo di voce, mi stavo facendo forza per assumere un tono convin­cente: “Sono a Milano, in ospedale, ho fatto una vi­sita di controllo e mi hanno consigliato un intervento alla cistifellea, ‘na cazzata! Non dite niente a Pino, quello sa­pete com’è, fa mille pensie­ri…».

E invece, maestro, tutto era tranne che una passeggia­ta di salute e Pino tutto era tranne che un ingenuo.

«Mi avevano diagnostica­to un tumore, consultazio­ni giornaliere per aggredire quel male che rischiava di fregarmi: chirurgo, medici e personale ospedaliero da Oscar, anzi da Disco d’oro! Non mi facevano perdere il sorriso, mi dicevano che ce l’avrei fatta a superare quell’ostacolo che faceva paura, ma che se ci avessi messo anche il mio caratte­re, insieme avremmo potuto avere ragione di quella brut­ta cosa».

MAESTRO DE PISCOPO, UNA VISITA

Poi d’improvviso, un bel giorno. «Maestro De Pisco­po, c’è una visita per lei».

«Era Pino, fermo sulla porta all’ingresso del reparto, mi fissava, ciondolava la testa come se volesse darsi ragio­ne, i suoi sospetti erano fon­dati; si era messo in treno – lui che odia l’aereo – ed era venuto a trovarmi in ospeda­le, a Milano». La prima frase di Pino. «Una frase? Per pri­mi furono i suoi occhi a par­larmi, lucidi dalla commo­zione nell’osservarmi steso in un letto di una corsia d’o­spedale, abituato com’era a vedermi fare di tutto e di più quando suonavamo insieme. Dopo essersi avvicinato, mi prese una mano, la strinse e guardandomi negli occhi – i miei, stavolta, smarriti dall’e­mozione per il tanto affetto che mi stava dimostrando in quei momenti – esclamò: “Mo secondo te, potevo cre­dere che alla vigilia di un concerto che tanto avevamo desiderato fare insieme, tu venissi a farti un’operazio­ne alla cistifellea? “Maestro De Piscopo” – riprendendo e caricando di ironia il modo con cui un medico mi aveva chiamato – ma tanto fesso mi fai?”».

Avrebbe voluto abbracciar­lo. «Come minimo, nono­stante fossi in quelle condi­zioni. Mi fece una paternale che ascoltai come se fossi un figliolo attento e devoto agli insegnamenti del papà. Una cosa che mi toccò più di altre, la disse sinceramente, conoscevo Pino da una vita, capivo quando parlava sul serio: “Rimettiti presto, sen­nò non faccio niente, mando tutto a…carte quarantotto!”, disse, “Secondo te, so che tu stai qua e io mi metto a suonare e cantare? Ma lo show continuerà per altri, non per me…».

Pino era stato chiaro. Anche in quell’occasione. «Quando ho riletto quel passaggio nel ricordo di Pino, ho rivissuto quell’episodio con la stessa emozione, anzi di più, per­ché oggi lui non c’è più e a tutti noi manca tanto, come amico e come artista: detto che è una delle manifesta­zioni d’affetto che conserve­rò nel mio cuore, il fatto che proprio Pino l’avesse ricor­data nel raccontarsi, non ha fatto altro che confermare quanto fosse immenso non solo come artista».

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