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Orfeo e Ecuba chiudono il Festival della Valle d’Itria

Ancora lunghi applausi e tutto esaurito nelle due ultime Opere

Orfeo e Ecuba chiudono il Festival della Valle d'Itria
Orfeo e Ecuba chiudono il Festival della Valle d'Itria - foto Clarissa Lapolla

MARTINA FRANCA – È an­dato in scena venerdì scorso nell’atrio di Palazzo Ducale l’Orfeo di Nicola Porpora, uni­ca rappresentazione per la prima volta in tempi moderni del melodramma in tre atti su libretto di Paolo Antonio Rolli. Orfeo debuttò al King’s Thea­tre in the Haymarket di Londra il 2 marzo 1736, riscuotendo grande successo di pubblico, come testimoniano le almeno undici repliche e che vide tra gli interpreti il celebre Farinel­li. A essere rappresentata a Martina l’edizione critica del musicologo Giovanni Andrea Sechi su una fonte musicale inedita rintracciata in Svizze­ra. La vicenda vede protago­nista il celebre mito di Orfeo, figlio della musa Calliope e del re tracio Eagro che si in­namora perdutamente del­la musa Euridice che è però anche corteggiata da Aristeo, figlio di Apollo.

Per sfuggire ad Aristeo, Euridice inciampa su di un aspide che col suo veleno la uccide. Disperato Orfeo scende agli inferi, sfi­dando lo stesso Caronte ed arriva da Proserpina e Pluto­ne per chiedere l’impossibile: il ritorno tra i viventi di Euridi­ce. Gli dei si impietosiscono e concedono ad Orfeo quanto richiesto, così che i due pos­sono finalmente riabbracciar­si e vivere il loro amore. Un allestimento curato in toto da Massimo Gasparon quanto a regia, scene e costumi. Que­sti ultimi, ricchi di broccati e dalle ampie gonne come tratti da una corte francese settecentesca erano messi in risalto dalle luci dando con­temporaneamente spesso­re al personaggio in scena. Musicalmente l’opera è ade­rente ai canoni francesi, un “pastiche” che ben equilibra arie preesistenti con musiche composte ex novo, è ricca di recitativi specie nel pimo atto, sicuramente un po lon­tano dal gusto italiano, ma poi prende slancio con le parti orchestrate che risollevano la gradevolezza dell’ascolto insieme alle numerose arie “di baule” disseminate lungo il secondo e terzo atto. Sul podio il greco George Petrou che ha diretto l’orchestra Ar­monia Atena. Del cast spic­cavano i controtenori Raffae­le Pe (Orfeo) e Rodrigo Sosa Dal Pozzo (Aristeo) che già dal primo atto hanno messo il luce la loro agilità cantando come due corde all’unisono il loro amore per Euridice, im­personata dal soprano Anna Maria Sarra dal gesto altero che ben si è districata nel dif­ficile ruolo. Bene anche Davi­de Giangregorio (Plutone), dai recitativi cristallini, Federica Carnevale (Autonoe), Giusep­pina Bridelli (Proserpina) oltre ai giovani dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”.

Domenica sera il festival si è poi chiuso con la seconda e ultima rappresentazione di Ecuba di Nicola Manfroce. Questa volta nel ruolo del­la regina di Troia il soprano Carmela Remigio che per una improvvisa indisposizione non aveva potuto essere pre­sente la sera della prima. La Remigio è parsa vocalmente in forma smagliante tratteg­giando scenicamente una Ecuba più passionale rispetto a quella altera e vendicativa di Lidia Fridman. Questa 45ª edizione del Festival chiu­de in positivo su tutti i fronti, sia quello artistico, avendo portato a Martina opere di grande interesse musicale, opere tutt’altro che facili, che richiedono impegno già dalla ricerca delle fonti, passando poi alla stesura dell’edizione critica per arrivare finalmente alla messa in scena, sia dal punto di vista del botteghi­no, avendo registrato il tutto esaurito pressochè ogni sera anche nell’opera che aveva ben quattro rappresentazioni. Si può dire oggi con cognizio­ne di causa che il Festival del­la Valle d’Itria non è più solo un segno identitario di un ter­ritorio a cui è ormai sfuggito dall’orbita gravitazionale, ma è un ulteriore punto di rife­rimento nei circuiti musicali internazionali, oggetto di at­tenzione dei critici ma anche degli stessi cantanti che am­biscono ad essere presenti. Nei giorni scorsi sono stati resi noti dal direttore artisti­co Alberto Triola i titoli della prossima edizione 2020 che lo vede confermato nel ruolo insieme al direttore musicale Fabio Luisi. I titoli operistici che verranno messi in scena nel 2020 saranno: “Gli amanti sposi” di Ermanno Wolf-Fer­rari, “La rappresaglia” di Sa­verio Mercadante e “Leono­ra” di Ferdinando Paër.

Una scelta in linea con il pro­getto artistico pluridecennale del Festival, fra rarità e risco­perte, con il ritorno di un titolo del Novecento storico mai più ripreso in età contempora­nea, e due rarità ottocente­sche.

A questi titoli verranno anche affiancati degli intermezzi di Scuola napoletana, desti­nati all’iniziativa di successo “Opera in masseria” e sele­zionati fra le edizioni critiche preparate dall’Università de­gli Studi di Milano. Non resta adesso che iniziare il conto alla rovescia.

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