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«Taranto, arriviamo…»

Dik Dik in concerto, venerdì 23 agosto all'Arena Villa Peripato: «Racconteremo la nostra storia, canteremo i nostri successi», promette Pietruccio Montalbetti

Dik Dik in concerto
Dik Dik in concerto

Pochi come loro hanno scalato le vette delle hit parade. I Dik Dik e una interminabile serie di successi: Sognando la California, Il mondo è con noi, Senza luce, Inno, Il vento, Il primo giorno di primavera, Io mi fermo qui, L’Isola di Wight, Vendo casa, Storia di periferia, Volando. E non finisce qui.

Dik Dik
Dik Dik

«Partiamo per Toronto, Canada, due concerti “sold out” da mesi; andiamo e torniamo, fra una settimana, venerdì 23 agosto staremo lì, a Taranto, per un concerto nell’Arena Villa Peripato, due ore di musica…». Una continua scoperta Pietruccio Montalbetti, portavoce e storia dei Dik Dik, venticinque milioni di dischi venduti. Con lui, i compagni di viaggio di sempre, Lallo (Giancarlo Sbriziolo) e Pepe (Erminio Salvaderi). Con i tre storici fondatori di uno dei più popolari gruppi musicali italiani, Gaetano Rubino (batteria) e Mauro Gazzola (tastiere).

Con Pietruccio si parla di tutto. Dai viaggi alla filosofia, passando naturalmente dalla musica, qualcosa che non l’ha mai stancato, anche perché nei momenti giusti ha saputo staccare la spina e coltivare interessi paralleli. Così se sui social scrive sui grandi dal pop al rock, fra una biografia e l’altra trova il tempo per viaggiare e scalare.

Dik Dik
Dik Dik

Dunque, non solo storia della musica italiana, Pietruccio, portavoce dei Dik Dik, oggi diremmo frontman, è una enciclopedia. Un qualsiasi argomento equivale a un file. Un mondo. Gli avessero messo un contachilometri, forse non sarebbe arrivato a quelli che coprono la distanza dalla terra alla luna, ma ci sarebbe andato vicino. E non è detto che questo non accada. Perché la storia continua, Pietruccio è in continuo movimento, un cantiere aperto. «Non studio, mi informo: mi dicono “Come mai fai tante cose e scrivi tutti quei libri?”, semplice: non accendo le tre tv che ho in casa e mi diletto a leggere e scrivere, stendendo gli appunti che prendo andando in giro per il mondo».

LUCIO, UN FRATELLO
“Io e Lucio Battisti”, un best-seller, bello da leggere, un “visto da vicino”. Di più. Come scoprire i mille pregi e gli altrettanti amorevoli difetti del numero uno dei nostri artisti. «Lucio, un fratello, in quella pubblicazione ho invitato il lettore a scoprire il carattere di un artista immenso del quale nessuno, come me, potrà mai parlarvi; lontano da Poggio, Lucio a Milano era solo, viveva praticamente a casa mia, festeggiava il Natale con me e i “miei”; fui io a portarlo alla Ricordi dove conobbe Mogol». I libri, la scrittura. «Ho una tecnica, che cerco anche nei libri che normalmente leggo e dei quali mi appassiono: nelle prime dieci pagine deve già esserci sostanza, altrimenti subentra la noia; lo stesso vale per chi inciampa in un mio libro, il lettore deve essere subito catturato dalla storia».

Dik Dik
Dik Dik

Fra i titoli di Montalbetti, “I ragazzi della via Stendhal”, ritratto di una generazione; “Amazzonia, viaggio in solitaria tra i popoli invisibili”; “Settanta e settemila, una sfida senza limiti”, gli anni e i metri dell’Aconcagua scalati qualche anno fa; “Sognando la California e scalando il Kilimangiaro”. Un artista “no limits”. «Ne ho pronti altri sette – assicura Pietruccio – il prossimo sarà “L’enigmatica bicicletta”, parto dal 1938 con le leggi razziali e finisco nel 1946, attraverso un personaggio di fantasia racconto le vicende di una guerra che ha segnato un intero Paese…».

Settantotto anni e non sentirli. «Dice un filosofo: non preoccuparti di invecchiare, preoccupati solo di invecchiare bene; non ho mai fumato, bevuto, né consumato droghe; ogni volta che mi sono imbattuto in un popolo, sono entrato in empatia con questo; sono stato in Guatemala, Tibet, India, Pakistan, Amazzonia, ho sempre mangiato quello che mangiava la gente del posto: mai vissuto per mangiare, ho sempre mangiato per vivere…».

VIAGGI DI UN POETA
Il concerto del 23 agosto, Arena Villa Peripato, Taranto. «Faremo tutti i nostri successi, ma racconteremo storie, renderemo omaggio alle belle canzoni, alle eccellenze della nostra musica, ci misureremo perfino con la classica con una “Toccata e fuga”: non esiste solo leggera o rock, c’è anche musica sacra, classica, operistica e se fra “Sognando la California” e “Senza luce”, “Il primo giorno di primavera” e “L’isola di Wight”, rendiamo un piccolo omaggio a Bach, abbiamo fatto solo il nostro dovere, è un debito di riconoscenza per chiunque abbia dato il suo contributo alla storia della musica».

Pietruccio, viene in mente “Viaggio di un poeta”. Uno che ha macinato decine di migliaia di chilometri, in lunghezza come in altezza, parla molte lingue. «Oltre a quelle fondamentali, quando visiti popoli, cerchi di conoscerne filosofie, così è bene farsi capire, dunque swahilimasai e tutto quello che può interfacciarti alla gente che hai di fronte, popoli straordinari».

Una enciclopedia. «Ho scattato venticinquemila foto, ma non pubblico libri fotografici: quando io e te vediamo lo stesso scatto abbiamo un’emozione diversa, quando invece leggi non puoi sfuggire al senso dello scritto. Uso i social, per comunicare, non certo per il cazzeggio: uso Instagram, pubblico il mio punto di vista sugli artisti che hanno segnato un’epoca, brevi biografie, mi diverto».

La vita in sintesi, secondo Pietruccio. «In tre parole: modestia, innanzitutto: a Milano viaggio in autobus, incontro tanta gente; rispetto le etnie: mi relaziono con tutti, ho molto più da imparare che insegnare; massimo rispetto per la sessualità: non esistono diversi».

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