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L’ex Pooh Stefano D’Orazio: «Taranto e i “miei” Planets»

Il batterista suonò con i Planets, formazione musicale tarantina degli anni 60

Stefano D'Orazio
Stefano D'Orazio

Stefano D’Orazio, l’ex batterista dei Pooh. Nel 2009 primo a mollare “il sogno” per dedicarsi a nuove idee. La voglia di scrivere canzoni e musical, sbagliare anche perché nessuno è perfetto. E, invece, dopo “Pinocchio”, musical che si coccolò con Saverio Marconi e condivise con gli altri Pooh (Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian), ecco la strada. “Aladin”, i testi italiani della prima celebratissima versione di “Mamma mia!”, “W Zorro”, “Cercasi Cenerentola”, i libri “Confesso che ho stonato – Una vita da Pooh” e “Non mi sposerò mai – Come organizzare il matrimonio perfetto senza avere alcuna voglia di sposarsi”.

Ma D’Orazio, qualcuno lo ricorda, prima dei Pooh ha suonato con i Planets, formazione musicale tarantina degli Anni 60. Silvano Chimenti, chitarrista e leader di quella formazione, ricambiò le attenzioni di Stefano seguendolo nel progetto Pataxo and The Others. Cortesie fra amici, documentate su Wikipedia. Autorizzati dallo stesso D’Orazio, rispolveriamo suoi appunti, memorie sulla nostra città e di quegli anni. «Taranto, è in fondo la fotocopia di quanto accadeva ovunque, l’unica differenza forse era che a Roma e a Milano vagheggiavamo Londra e che, invece, a Taranto e su di lì, si puntavano i sogni su Roma e Milano. Ogni nord ha sempre avuto un suo sud. Ogni città aveva i suoi bazar della musica che in breve prendevano dimensioni da grande magazzino. Nella mia Roma si chiamavano Musicarte e Cherubini, a Taranto c’erano Armentani e Taurisano, a Martina Franca, Marangi, e tutto funzionava allo stesso modo». In quei club, a Taranto come a Roma, Milano, suonavano schiappe, ma anche musicisti con la stoffa.

The Planets band
The Planets band

«Cantine zeppe di improvvisatori, ma anche di talenti e fenomeni come quel Silvano Chimenti dei Planets che, partendo dalla Città nuova ha scritto la storia della discografia italiana dando, negli anni a venire con la sua chitarra tarantina, suoni e idee a non so più quanti successi internazionali. Quel Silvano Chimenti con il quale, in quel tempo, ho avuto la fortuna di fare musica, ho diviso con lui pensioni improbabili e jam session indimenticabili. Silvano mi raccontava, durante i nostri viaggi eterni che ci portavano da Saint-Tropez a Bagnara Calabra, di come aveva cominciato, dei compagni di viaggio persi per strada, di come era cambiato e di come aveva visto cambiare la sua città, una storia comune alla mia e a tutti quelli che avevano scelto di inseguire la musica e che ci stavano credendo». Fra i racconti di Silvano e gli altri compagni. «Taranto aveva guardato con entusiasmo il ministro Colombo posare la “prima pietra” per la costruzione dell’Italsider, che aveva creduto nella promessa di futuro e benessere predicata dai politici dell’acciaio e si era lasciata travolgere dai primi folgoranti sintomi di prosperità che la “Fabbrica dei Tamburi” andava dispensando: “Nuovi Posti Di Lavoro”».

Da qui la rinuncia di ragazzi di talento che invece di scommettere su un futuro da musicista, facevano marcia indietro. Alla fine della fiera, insomma, solita litania. «“Ma tu stai a Roma e puoi imparare un sacco di roba da tutti questi complessi inglesi che passano da qui, noi invece siamo di Taranto e al massimo abbiamo visto dal vivo i Motowns e Mal dei Primitives”. Così mi disse una sera Chimenti al culmine di uno sfogo da depressione. Io suonavo con “I Naufraghi” e lui era arrivato da poco a Roma con “I Planets”, eravamo entrambi con le nostre band “reduci dai trionfi del Piper”, tanti applausi e zero lire. Lui alloggiava con gli altri del suo gruppo in una pensionaccia senza stelle e ancora non era entrato nel giro dei turnisti dell’RCA e del Sistina. Eravamo seduti sul bordo di Fontana di Trevi, io armato di calamita col filo per cercare di pescare qualche spicciolo dal fondo della vasca e lui indaffarato, tra una filippica e l’altra, a schiacciarsi con le sue dita magiche gli occhialini tra gli occhi. Ci univa comunque, nonostante la latitudine, il medesimo destino, le cambiali che scadevano e lo stomaco che brontolava. Quella sera pescai bene e ci sparammo una pizza e una birra al “Santi Apostoli”». “Ma tu stai a Roma”, insisteva Chimenti con i suoi compagni Planets. «È vero, non ci avevo mai pensato, noi eravamo fortunati perché avevamo un sacco di modelli da imitare, a Taranto invece… Ma allora come facevano quel maledetto Tarantino e la sua band a farci neri ogni volta che staccavano un pezzo? Se questo è il risultato, vengo a vivere a Taranto anch’io, si vede che mare e acciaio sono la miscela giusta per fare musica».

1 Commento
  1. mario 66 latina 3 mesi ago
    Reply

    Tra le righe non si puo’ che non leggere i sogni di chi ha voglia di emergere in anni di gavetta che portano ognuno a realizzare i propri sogni perdendo per strada chi non ha avuto la fortuna di realizzarli ma restando dentro la storia di ognuno che tendendogli una mano li portera’ sempre con se. W i Pooh dove ogni componente ha portato la sua esperienza 1966 2016

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