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Così mangiavano gli antichi Romani

A costituire il pranzo principale era la cena, che era anche il fulcro della loro vita sociale

Il Foro di Augusto
Il Foro di Augusto

A differenza che in Grecia, nel corso della cena romana si beveva vino (annacquato, ma meno che in Ellade: la proporzione virtuosa di tre parti – d’acqua – ad una, il Tritone, come lo chiamavano scherzosamente i Greci, era scarsamente praticata). Era una bevanda non eccezionale: la fermentazione e conservazione infatti non avveniva in tini e botti ma in grandi recipienti di argilla (dolia), come presso i Greci: e questo non doveva certo contribuire a valorizzare i vini.

Per di più, i Romani amavano bere il vino molto vecchio: con quel tipo di conservazio­ne un protratto invecchiamento non poteva che peggiorarne la qualità.

Ecco anche perché molto spesso il vino veniva aromatizzato con spezie, erbe, fiori, miele, garum; o veniva addirittura affu­micato (come in Gallia, per accelerarne l’invecchiamento: ma a Roma non piaceva).

Se la cena costituiva il pasto principale, ed il fulcro anche della vita sociale dei Romani, i loro altri pasti erano la colazione mattuti­na, jentaculum, costituita da un pezzetto di pane o focaccia, talvolta un fico, e un po’ di latte o vino puro (all’uso greco), più spesso saltata e sostituita da un semplice bicchier d’acqua (i bambini compravano invece dai pistores – in origine mugnai, poi panettieri quindi pasticcieri – liba ed altri dolciumi), ed il pranzo di mezzodì, il prandium, sbrigato solitamente in piedi, senza apparecchiare mense, poco più d’una frugale colazione esso stesso: pane, formaggio, olive, qualche avanzo della cena del giorno innanzi.

Niente di caldo, niente di appositamente cucinato, nei primi secoli, ma già Catone si lamenta che dopo la vittoria su Cartagine, nel quadro della rilassatezza dei costumi già iniziata con l’assorbimento di Taranto e della Magna Grecia, si prendessero a ser­vire vivande calde anche per il prandium (nulla di nuovo, se anche l’austero Platone tanto prima di lui deplorava i due abbon­danti pasti quotidiani degli Elleni d’Italia e Sicilia, e precisamente di Tarantini e Si­racusani, dimentichi delle origini doriche, e se Posidonio di Apamea, nel II secolo a.C. stigmatizza l’abitudine degli Etruschi di farsi apparecchiare ben due volte in uno stesso giorno tavole sontuose).

Va poi tenuto presente che il prandium cade­va fra le 11,30 e le 12 (intorno all’hora sexta), non più di tre-quattr’ore prima della ben altrimenti lauta cena (che almeno in origine si articolava tra l’ora ottava e la dodicesima, ovvero d’inverno all’incirca tra le 13,30 e le 16,30; d’estate tra le 13,30 e le 19,30), e che in generale il mondo antico non conosce vita notturna, seguendo il corso delle stagioni e l’arco del sole, tanto che lo stesso sistema orario romano cambia col variare delle stagioni ed allunga o accorcia le ore (che sono soltanto quelle diurne, horae; i periodi di tempo della notte si chiamano vigiliae), secondo il maggiore o minore periodo di luce. Il prandium, insomma, è una specie di spuntino che «rompe» la giornata, specie per quanti non hanno avuto tempo, modo o voglia di far colazione (c’è peraltro un pre­giudizio igienista – del tutto falso, peraltro – che condanna la colazione del mattino).

Ai tre pasti (ma esisteva anche una merenda serale, la vesperna, palesemente imparentata con l’hesperisma dei Greci; quando la cena era appena pomeridiana, si teneva, come indica il nome, all’imbrunire: praticamente, per la maggior parte della popolazione, subi­to prima di andare a letto) corrispondevano altrettanti verbi: jentare per far colazione, prandere per pranzare, cenare per cenare; dunque anche filologica è la riprovazione per il barbaro uso invalso ormai anche in Italia di denominare «colazione» o «seconda colazione» il pranzo, arbitrariamente fatto sparire o, peggio, fatto slittare alla sera in sostituzione della cena.

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