28 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 28 Settembre 2021 alle 20:59:00

News Spettacolo

La lingua italiana e la canzone nella rivoluzione linguistica moderna

Dante Alighieri nel canzoniere dei cantautori degli anni Sessanta-Novanta

Fabrizio De Andrè
Fabrizio De Andrè

Cosa è una lingua? La lingua di Dante nel canzoniere dei cantautori degli anni Sessanta – Novanta è un viaggio non solo nella lingua, ma anche nel privile­gio delle metafore. Dante Alighieri dalla “Vita nova”, alla “Comme­dia”, dai “versi sparsi” alle “Rime”: sono “luoghi” metafisici nei quali cantautori come De André, Lauzi, Battiato e Sgalambro, Branduardi, Franco Califano, Tenco, Battisti – Mogol hanno scavato in quell’oni­rico misterioso che è il linguaggio delle assonanze, che vive dentro la Scuola Siciliana e lo Stil Novo.

Un linguaggio che non deve nulla alla letteratura italiana degli anni Cinquanta (Calvino – Pasolini: che tristezza), in linea con la presenza della cosiddetta canzone d’autore, perché è riuscita a confrontarsi con il mondo provenzale ed etnico che è vitale nel “De Vulgare” dantesco.

Si tratta di penetrare i legami tra la poesia e la canzone. Sarà il tema di un convegno che si svolgerà a Roma: “Il Dante da De André a Branduardi”.

Dante usava la Canzone. Come fa­cevano Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, come Cecco Angiolie­ri. Ovvero siamo tra la Canzone e la Ballata. Successivamente dopo la poesia di Jacopone da Todi di­venta centrale.

Da De André a Roberto Vecchioni Jacopone diventa il poeta della reli­giosità eretica e non teologica. Ma Dante resta, comunque, un punto di riferimento sia sul pianto di un mo­dulario sintattico sia su quello della “ripetizione della parola. È proprio il contesto delle “Rime” di Dante e lo specchio de la “Vita nova” che camminerà (cammineranno) nella canzone non solo italiana, ma fran­cese, in modo particolare, spagnola in modo più specifico, americana, in modo più letterale, greca in pie­na allegoria.

Tre esempi soltanto, Dante vive in Ronsard, in pieno barocco. Vive in Lope de Vega e, successivamente, in Unamuno. Vive nell’isola, terra natìa, di Kavafis e Seferis. Vive nello straordinario viaggio di Lee Master con il quale si confronterà attivamente De André nel suo at­traversamento nel regno dei morti.

Qui l’incastro si fa molto sottile. Dante, Lee Master, De André e di Dante l’immaginario viene tra­sportato proprio in “Spoon River”, dove sulla collina si parla con i morti tra le varie dune e gli spazi come so fossero i cerchi danteschi.

De André, infatti, studia attenta­mente Dante e lo trasporta nel te­sto “forte” di “Non al denaro non all’amore e né al cielo”. Ma an­che i “Canti” di Ezra Pound sono un viaggio e paesaggio in quella “Commedia” che è “Divina”, ma anche profetica come nel Pavese di Leucò, amato da Tenco.

Su questo battuto e su una dimen­sione araba dantesca si stabilizza il mosaico mediterraneo di Franco Battiato. Il mondo dei dervisci è il sacro guenoniano con il quale Dante andrebbe anche interpretato tra gli sguardi e lo specchio.

Così come nel Tenco che ridisegna il tempo dell’amore perduto che si scava tra le “Rime” di Dante. Ma la “Canzone dell’amore per­duto” di De André non è soltanto un “francesismo” ascolto dei versi prevertiani e bressaniani, bensì è sostanziale l’allegoria de la “Vita nova”.

Così il Cocciante di Giulietta e Romeo non ha soltanto parametri abelardiani, ma “beatriciani”. La donna dell’apparenza e della spa­rizione è nel Battisti – Mogol delle salite e delle discese.

Insomma i riferimenti estetici – letterari insistono con forza tra Dante e la poesia – musicata… Già, la poesia musicata? Lo Stil Novo è poesia la cui parola ha già un alfabeto musicato che forma un vocabolario.

Le “Rime” di Dante sono un trasci­namento nella musica provenzale che si svilupperà negli “anonimi” barocchi e veneziani. Il De Gre­gori che si tuffa in Saint Exupéry non è soltanto la metafora del volo, è anche l’allegoria della conoscen­za oltre il reale, ma Saint Exupéry era molto “devoto” a Dante. Come lo è Vecchioni che recupera una classicità pre-mediovale.

Con Angelo Branduardi, una cen­tralità di spessore, si entra pro­prio nel mezzo del cammino con “Camminando camminado”, con “L’infinitamente piccolo”, con le Ballate “Il rovo e la rosa”, con “Va­nità di vanità”.

Branduardi è la misura estrema, musicale e letteraria, tra Dante, e prima ancora con San Francesco del Cantico, e il Quattrocento. In un contesto del genere le metafore e la musicalità danno spazio ai luo­ghi del pensiero e dell’essere.

L’esilio e il mare, le stelle e il viag­gio.

Ebbene, il Dante di queste fine­stre lo si legge in Lucio Dalla, in Bruno Lauzi, in Sergio Endrigo, in Venditti, in Antonacci catulliano e tibulliano. Ma restano tre poeti cantanti che sono la rappresenta­zione di un Dante musicale e mu­sicato, metaforizzato tra i simboli e gli archetipi: De André, Battiato, Branduardi.

Tre riferimenti con i quali, at­traversando questo linguaggio, si riporta Dante come centro ed orizzonte nel rapporto semantico – estetico – letterario in un Nove­cento che ha frantumato tutti gli strumenti sintattici e la struttura della parola.

Nella consapevolezza (o conoscen­za) della lingua i tessuti musicali e gli immaginari simbolici sono in Dante la partenza e il ritorno delle lingue non solo usate dalle lettera­ture ma anche dalla canzone d’au­tore (cosiddetta). Perché questo? Dante è la sintesi dell’Occidente e dell’Oriente tra letteratura, musica e danza in una estetica che vive tra lo sguardo e lo specchio (una me­tafora per dire o non dire, sic!).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche