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Governo, cosa si aspetta Taranto

I tanti dossier rimasti aperti sul territorio ionico

Il premier Giuseppe Conte
Il premier Giuseppe Conte

Che cosa si atten­dono i tarantini dal “nuovo” go­verno, il Conte II? Desideri molti, moltissimi; attese concrete po­che. Taranto soffre di una terribi­le emergenza, legata al suo polo industriale lasciato colpevolmen­te andare in abbandono e cinica­mente affidato a chi ha sfruttato la sua più grande industria senza reinvestire una lira prima, un euro poi, in manutenzione, am­bientalizzazione, ricchezza del territorio. Anzi, eliminando via via le ditte locali dagli appalti, strozzandole con pagamenti ritar­dati, riducendone alla fame tito­lari e maestranze. Sì, parliamo dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, già Italsi­der, poi Ilva, ora affidato ad Ar­celor Mittal.

Questione ambien­tale, intanto: i precedenti non fanno ben sperare, nelle loro pre­cedenti esperienze di governo tanto il Pd, prima, quanto i 5 Stel­le, dopo (questi ultimi tradendo proclami ed attese), hanno mo­strato di anteporre le ragioni del­la produzione e della strategicità per l’intera economia nazionale, e non solo per il comparto manifat­turiero, del polo siderurgico ta­rantino rispetto a quelle della sa­lute dei Tarantini e della salvaguardia del territorio. Il Pd, come è noto, emetteva decreti a raffica per salvare l’Ilva e tutti i suoi amministratori e gestori dal­le conseguenze penali delle loro azioni; il M5s, dopo molto fra­stuono, si è accorto nei suoi 14 mesi di governo (con Di Maio allo Sviluppo economico, oltre­tutto) che i salva-Ilva non si pote­vano toccare, o che comunque era meglio non toccarli. Sulla proroga dell’immunità penale si è giocata una commedia degli equivoci: lavoratori, ambientali­sti, medici, cittadini di Taranto aspettano di vedere come si con­cluderà. Non solo e non tanto per l’immunità in sé quanto per i provvedimenti da adottare, che non possono limitarsi alla pur utile, necessaria e giunta in ritar­do di decenni copertura dei par­chi minerari.

La seconda emer­genza, dopo quella legata a salute ed ambiente (un capitolo a sé è quello delle bonifiche: come si può pensare di bonificare i Tam­buri lasciandone gli abitanti sul posto?), è quella lavorativa. Come osservava il da non molto scomparso Emanuele Papalia, già presidente della Camera di Com­mercio e poi del Consorzio Asi, se è vero che in una città con una altissima concentrazione indu­striale l’inquinamento non è cosa da accettare fatalisticamente ma almeno è comprensibile, avere anche una percentuale altissima di disoccupazione non lo è. Fra occupazione diretta ed indiretta (ditte dell’appalto e fornitori), Mittal, che già in partenza aveva graziosamente ottenuto un forte taglio occupazionale, sta prose­guendo nella decimazione, raf­forzando le motivazioni di quanti chiedono, senza alternative o pia­ni B, semplicemente la chiusura della fabbrica: gli occupati diretti sono pochi e diminuiscono, le ditte dell’appalto vengono lascia­te andare in malora, non c’è più neanche l’alternativa tra morire di fame e morire di inquinamen­to, si muore di fame e di inquina­mento. Senza politiche concrete di salvaguardia del lavoro che c’è (la riduzione del cuneo fiscale, anche se ancora nebulosa, sembra convincere ambo i contraenti dell’accordo di governo; ma come la mettiamo con la richiesta, che era del M5s, di maggiori certezze e stabilità nei contratti di lavoro dipendente e, più in generale, nel Diritto del lavoro?), ma soprattut­to di creazione di nuovo lavoro, l’ipertrofica Taranto, già colpita da decremento demografico, muore.

Il M5s aveva nel program­ma elettorale, e ci stava tornando in luglio, in vista poi della mano­vra autunnale, la creazione di una “Banca del Mezzogiorno”, ov­vero di un (nebuloso) nuovo sog­getto finanziario a cui tocchereb­be spingere gli investimenti nelle aree più svantaggiate del Sud. Anche perché le banche del Sud sono state fagocitate e fatte scom­parire da istituti creditizi del Nord: resistono, male, solo alcu­ne popolari tutte, chi più chi meno, alla affannosa ricerca di partnership che consentano loro, per il tramite di aggregazioni, di utilizzare le norme inserite dal governo precedente per rafforza­re i loro ratios patrimoniali ora­mai sottosoglia e un po’ più di banche di credito cooperativo, anch’esse vittime di una riforma bancaria voluta da Renzi che ne ha minato fortemente l’identità, l’indipendenza e lo scopo mutua­listico; il che rende improbabile – col Pd che torna al governo – un cambio di rotta. Emergenza lavo­ro, quindi, e richiesta pressante del pagamento delle spettanze ar­retrate a ditte dell’appalto e forni­tori, per quanto riguarda il com­plesso siderurgico.

Poi c’è la Zes, Zona economica speciale, che fa perno su Taranto e sul suo porto, ingloba Francavilla Fontana ed include la Basilicata. Il decreto istitutivo è stato firmato solo il 5 giugno da chi allora era al mini­stero per il Sud (ministero senza portafoglio che non si sa se conti­nuerà ed esistere), la 5 Stelle Lez­zi. La Zes prevede agevolazioni fiscali e semplificazioni ammini­strative per gli operatori econo­mici del territorio. In precedenza, il ministero aveva disposto l’isti­tuzione di un fondo da 300 milio­ni per le imprese che vogliono insediarsi nelle Zes (tutte, non solo in quella di Taranto…), la so­spensione dell’Iva e lo snellimen­to delle procedure burocratiche. Un impegno che gioverà anche ad un settore assai importante per l’economia e la società joniche, quello dell’agricoltura, e che ha forti possibilità di essere portato avanti.

Come il Cis, Contratto istituzionale di sviluppo, che in­clude interventi di ammoderna­mento del porto di Taranto (che impegnano la maggiorparte delle risorse stanziate) nonché per bo­nifiche ed ambientalizzazione e per la realizzazione del (contro­verso) nuovo ospedale San Ca­taldo: per il radicamento politico e la vocazione più meridionalista della compagine giallo-rossa, probabilmente l’impegno per il Cis sarà più incisivo. E i forse sarà possibile recuperare i ritardi finora registrati. E ancora: al di là di infrastrutture e strutture speci­ficamente sportive legate ai Gio­chi del Mediterraneo 2026 as­segnati a Taranto, c’è una questione di infrastrutture so­prattutto di trasporto che è no­dale: dalla riqualificazione ed apertura a voli di linea dell’aero­porto di Grottaglie al potenzia­mento dei collegamenti ferroviari da e per Taranto (inclusa la valo­rizzazione della rete già Sud Est, oggi pienamente integrata nelle Ferrovie dello Stato). Per non dire di progetti di viabilità fermi da anni e decenni (e non ci rife­riamo solo alla quasi utopica pro­secuzione dell’autostrada da Massafra-Taranto a Sibari che ri­connetterebbe la Puglia alla Ca­labria, ma anche a cose più mo­deste, ma nondimeno necessarie, come la Taranto-Avetrana).

E a proposito di strutture ed infra­strutture, Taranto aspetta – e il fatto che al Miur non ci sarà più un leghista potrebbe aiutare – in­terventi indifferibili in cultura, scuole, Università e ricerca. A partire dalle scuole – mancano aule, c’è fame di aule e di dota­zioni; spesso gli stabili sono fati­scenti o ci sono sedi di fortuna, che variano anno per anno – per arrivare all’Università (tranne la ex caserma Rosaroll, le altre sedi sono in condizioni abbastanza di­sagiate, e i corsi sono ancora troppo pochi, complice una nor­mativa che penalizzava forte­mente le sedi decentrate degli Atenei), senza dimenticare il ri­torno a Taranto di una Soprinten­denza, scippata da Franceschini ma che i 5 Stelle avevano pro­messo di ripristinare, si tratta de­gli interventi forse meno appari­scenti ma davvero strategici, si tratta di investire infatti sulle gio­vani generazioni. Senza le quali per Taranto non c’è futuro, ma nemmeno presente. Un disartico­lato libro di sogni? No. Una mini­male rassegna di cose da fare, tutte abbastanza urgenti. Alcune complicate e difficili (anche per­ché forse non grate alle due forze politiche), altre più semplici da realizzare. Per dirla con mons. Filippo Santoro, nella sua dupli­ce veste di arcivescovo metro­polita di Taranto e di presiden­te della Commissione per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace della Confe­renza episcopale italiana, “il tema ambientale deve essere pri­oritario, insieme al tema sociale. Qualunque sia il governo, non può ignorare questo duplice aspetto. E non può ignorare lo squilibrio che esiste tra Nord e Sud, che nuoce a tutto il Paese. Nella settimana sociale dei catto­lici italiani – spiega – abbiamo in­dicato tante buone pratiche nel Sud che oggi chiedono di essere sostenute con grandi investimen­ti, per favorire appunto il sorgere di buoni progetti”.

Molte cose dipenderanno dal programma di governo che i due partiti elaboreranno. Basterebbe intanto – per Taranto e per il Sud in generale – che in attesa di un in­tervento straordinario aggiuntivo e non sostitutivo nel programma fosse riportato un numeretto magi­co: 34. E’ la percentuale di abitan­ti del Mezzogiorno, e nella spesa ordinaria al Mezzogiorno – come ricorda Lino Patruno – bisogne­rebbe destinare il 34% del totale. Il che da molti anni (e non solo per “colpa” della Lega) non è.

Ancor più le cose dipenderanno dai ministri e dai sottosegreta­ri che saranno chiamati a gestire quel programma. E dalla capacità degli amministratori locali e della classe politica locale di interloqui­re e collaborare con l’esecutivo.

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